Una veneta fra i sardi. Parte prima

Tamarispa (OT), agosto 2004

Tamarispa (OT), agosto 2004

Oggi mi chiedevo: come può un veneto, che pialla ogni consonante, sopravvivere ai sardi che raddoppierebbero, potendo, anche le vocali? Non lo so ancora, ma se ci riesco io, felice da 13 anni, assicuro che è possibile. Padela VS otttobbre

Si sa che una delle mete preferite per le vacanze è la Sardegna. Avendo sposato un sardo, la mia seconda famiglia è quindi sarda, perciò la Sardegna a cui io sono legata non è quella turistica, ma quella dell’entroterra, quella verace, con le sue tradizioni più radicate e le curiosità più particolari.

Il primo incontro con questi due aspetti risale a prima del matrimonio, quando, per presentarmi in un colpo solo a tutta la famiglia (via il dente, via il dolore), sono stata portata ad uno dei momenti più attesi dell’anno: la tosatura delle pecore. Era la prima settimana di giugno e in un capannone enorme in mezzo al niente, c’erano almeno 100 persone, tutte imparentate
fra loro (ed era la parte della famiglia più stretta, perché lì, di imparentati, sono paesi interi), prese chi dalla tosa, chi a preparare i tavoloni per il pranzo, chi a cucinare, chi a studiare me.

La tosatura era affidata agli zii più forzuti, dei quali mi incantava la decisa manualità e la velocità, mentre nel frattempo, in enormi pentoloni, cuoceva la pecora per il pranzo, nel retro della casa, con la supervisione di uno zio anziano, guardato da altri zii anziani (quella di guardare dev’essere un’ attività soddisfacente, visto l’analogo successo nei cantieri in città).

Di quel pranzo ricordo la parlata in dialetto velocissima, il mio piatto mai vuoto che neanche mia mamma nei suoi momenti migliori…, con tutte le parti della pecora, bollita o arrosto e i litri di quel loro vino quasi nero e del mirto ghiacciato. Alla fine uno zio, baciandomi, mi ha detto: “Ròbbe, ci vediamo alla festa in piazza sabato”. Prova superata.

La parte religiosa/superstiziosa è molto radicata in Sardegna e in più occasioni sono stata anch’io coinvolta in pratiche “scaccia male”. La prima al nostro matrimonio, celebrato ad Assisi, ma festeggiato successivamente anche in Sardegna, con tanto di vestito e mega pranzo: all’entrata al ristorante mi sono vista rompere davanti dei piatti da alcune zie energiche e convinte, contenenti caramelle, pasta, riso e monete, e ricevere piccoli sputi (simbolici) da tutte, sempre con finalità scaccia male e come buon augurio. Il problema è che non ero stata avvisata, quindi le foto della mia faccia in quell’attimo sono memorabili.

L’altro momento è stato quando mi hanno fatto le parole di Sant’Antonio. Fra fede e superstizione in Sardegna il confine è precario, ma conoscendo la buona fede (è il caso di dirlo) della zia che me le ha fatte, mi sono affidata. Fare le parole di Sant’Antonio ha un’origine antichissima, che si tramanda di madre in figlia e che richiede una fede e una convinzione non indifferenti. Serve ad allontanare il malocchio (inteso come l’invidia che la gente prova verso di te) e/o a chiedere seri responsi.

Essere l’oggetto delle parole di Sant’Antonio è stato toccante: dopo un paio di minuti di preghiere (presumo, dal nome, a Sant’Antonio) pronunciate in silenzio e forte concentrazione, la zia ha preso un piatto, l’ha riempito con dell’acqua e continuando a pregare e facendo ininterrottamente il segno della croce (a lei, a me e all’acqua), con un coltello intinto nell’olio, ve l’ha fatto gocciolare dentro. Se le gocce versate avessero formato degli occhi definiti senza aprirsi ed espandersi, quella sarebbe stata l’entità grave del malocchio. Confesso che più che l’occhio nel piatto ero io tutta occhi, commossa per quanta serietà nel fare tutto questo e incredula allo stesso tempo.

Continua…

(di Roberta Frameglia, 28 giugno 2015)

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