La Lady Gaga del corno alpino: Eliana Burki

eliana burkiOggi mi chiedevo… beh in realtà, guardando per la prima volta un corno delle Alpi, mi sono chiesta un mucchio di cose.

Partiamo dall’inizio. Ieri, 26 settembre, in P.zza Duomo, si sono radunati 420 suonatori di Corni delle Alpi, accompagnati da sbandieratori, tamburini e portatori di alabarde, al motto “Corni alpini invece di alabarde”, per ricordare, in occasione di Expo 2015, i tre anniversari della Svizzera: 500 anni di neutralità (battaglia di Marignano, 1515), 200 anni di pace con il mondo (Congresso di Vienna, 1815) e l’inaugurazione della più lunga galleria ferroviaria del mondo (Gottardo, 2016). (vedi il servizio sulla Tv Svizzera).

L’esibizione, notizia confermata proprio dalle autorità presenti, è entrata nel Guinness dei primati: è stata la prima volta che un numero così elevato di suonatori di corni delle Alpi si esibisce al di fuori dei confini nazionali. Il concerto è iniziato con l’andante dell’ouverture del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini e col noto “ti-tu-ta” che è anche il famoso clacson a tre suoni degli autopostali svizzeri, per poi presentare, fra gli altri, due brani appositamente composti per l’occasione, dal titolo “San Gottardo” e “Marignano”.

Naturalmente le domande e i dubbi nel guardare quegli strumenti e nell’ascoltare il loro suono sono stati continui: di cos’è fatto? Come si smonta? È pesante? È faticoso suonarlo? Come si suona? Com’è accordato? Che possibilità ha? Ci sarà un virtuoso del corno alpino, il Lang Lang del corno, la Lady Gaga delle Alpi?

Devo dire che sono rimasta molto affascinata dal suono di questo strumento, che, confesso, avevo visto in televisione solo nelle pubblicità delle Alpenliebe o del cioccolato con quella povera mucca viola. Le mie ricerche, perciò, una volta a casa, sono iniziate.

L’Alphorn, com’è il vero nome del corno alpino, fu documentato per la prima volta a metà del XVI secolo e nasce come strumento dei pastori che richiamavano le mucche alle stalle per la mungitura, o come mezzo di segnalazione e comunicazione fra le malghe delle Alpi e spesso era suonato anche come preghiera serale. Nel corso dei secoli il suo utilizzo diminuì sempre di più. Solo durante il Romanticismo e con la ripresa del folklore e del turismo, il corno delle Alpi ha vissuto una rinascita, diventando persino simbolo nazionale.

Sebbene l’uso e la tecnica per suonare i corni delle Alpi siano ripetutamente cambiati tra il XVI e il XX secolo, la forma di questo strumento non è, sostanzialmente, cambiata. Il corno delle Alpi è tutt’oggi un lungo tubo conico curvato all’estremità come il corno di una mucca, in legno di conifere solide, come il larice, l’abete rosso o il pino (oggi), senza fori né chiavi, appoggiato ad un sostegno incollato alla base della campana e smontabile in più pezzi per il trasporto. corni delle alpi

La tonalità dello strumento dipende dalla sua lunghezza, che può variare dai 2,45 ai 4,13 metri. Nonostante il notevole sviluppo di suono, essendo un corno naturale, esso può emettere un limitato numero di note, ossia i soli armonici, che fra l’altro non corrispondono esattamente alle note presenti nella scala cromatica familiare del temperamento occidentale. Il corno delle Alpi è uno strumento piuttosto difficile da suonare, più per l’intonazione che per il fiato richiesto. I musicisti considerano che questo strumento in legno faccia parte per lo più alla famiglia degli ottoni, perché per suonarlo occorre la stessa tecnica. Nel suo timbro inconfondibile, tuttavia, il corno delle Alpi combina la pienezza di un ottone con la morbidezza di uno strumento a fiato in legno.

E ora arriviamo al clou delle mie ricerche: ebbene sì, esiste la Lady Gaga dell’ Alphorn e si chiama Eliana Burki!

Dopo studi accademici di canto e pianoforte, si dedica allo strumento che suona da quando aveva 6 anni e negli anni ne spinge le possibilità tecniche fino al jazz, al blues e al pop. La sua bravura la porta anche ad eseguire brani sinfonici classici (guarda) per Alphorn e orchestra (il più noto è la “Sinfonia Pastorella” per Alphorn e archi in Sol maggiore di Leopold Mozart). Nei suoi video traspare una completezza di qualità musicali molto interessante.

Oltre al suo lavoro di musicista, poi, Eliana Burki lavora in un ospedale per bambini a Davos, nel Canton Grigioni, in un progetto benefico di musicoterapia. Con le lezioni di Alphorn aiuta i bambini che soffrono di fibrosi cistica, poiché la tecnica di respirazione usata per suonare ha effetti benefici sia sotto l’aspetto fisico che mentale.

Che spettacolo la creatività umana e che bella scoperta la Burki e l’Alphorn!

(di Roberta Frameglia, 27 settembre 2015)

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“Una nera vince gli Emmy Awards e riscrive la storia”: benvenuti nella modernità!

Viola DavisOggi mi chiedevo: ma cosa sono serviti 2015 anni, e più!, se ancora si parla di bianchi e neri, di opportunità date agli uni e poche agli altri?

Viola Davis, nota attrice americana, protagonista della serie “Le regole del delitto perfetto” (“How to Get Away with Murder”), ieri, 21 settembre, ha vinto il premio come miglior attrice protagonista in una serie drammatica agli Emmy Awards 2015. Notizia che passerebbe in fretta nell’oblio se non si trattasse della prima volta che una afroamericana vince il premio. Lei, commossa, non si tira indietro, e si sfoga in un breve discorso d’orgoglio nero: “Nella mia mente, vedo un confine. Oltre quel confine, ci sono campi verdi e fiori graziosi e bellissime donne bianche che allungano le braccia verso di me. Ma non riesco a oltrepassarlo”, ha detto la Davis sul palco, citando l’attivista Harriet Tubman. “Ma lasciate che vi dica una cosa -ha poi aggiunto- l’unica cosa che separa le donne di colore da tutto il resto è l’opportunità. Non puoi vincere un Emmy per ruoli che non esistono. Questo premio è per tutti gli autori, quelle persone meravigliose, che hanno riscritto cosa vuol dire essere belle, sexy, leader e di colore”. L’attrice ha, quindi, condiviso il riconoscimento con le sue colleghe di colore. Da Kerry Washington (“Scandal”), completamente in lacrime, a Taraji P. Henson (“Empire”), in piedi in platea ad applaudirla. Le altre (in testa Shonda Rhimes, creatrice della serie) hanno risposto e ringraziato via Twitter, tutte incredule e felici.

Harper Lee per mezzo di Atticus (“Il buio oltre la siepe” –“To Kill a Mockingbird”), affermò che “non si conosce realmente un uomo se non ci si mette nei suoi panni e non ci si va a spasso”. Ecco, io non sono nera e non lo sarò ovviamente mai, posso solo immaginare sentendo le cronache quotidiane, quante difficoltà vivano tutt’oggi i neri.  Ma se sono le stesse che vivono le donne, beh, quelle le posso confermare.

Ricordo un titolo su un quotidiano di qualche anno fa, che diceva queste precise parole: “un poliziotto donna uccide un ragazzo nero”. Mi è rimasto dentro negli anni come una enorme ingiustizia: perché quella specificazione? Era più grave perché era una donna a sparare? Serviva a dare più risalto alla notizia dire che il poliziotto era una donna? E una donna-poliziotto non è già sufficientemente un poliziotto senza specificarne il sesso?

Di tante donne che hanno lasciato o stanno lasciando il segno, ci si stupisce ancora al giorno d’oggi, e non è per il colore della pelle, ma per il fatto che hanno il coraggio di farsi valere nonostante (nonostante!) siano donne.

Penso a  Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana, premio Nobel per la Pace, e al suo impegno per l’istruzione femminile; a Evelyn Nguleka, il nuovo presidente della World Farmers Organisation, l’Organizzazione mondiale degli Agricoltori; a Misty Copeland, che da bambina poverissima è ora la prima ballerina nera dell’American Ballet Theatre;  a Miriam Makeba, cantante, divenuta delegata alle Nazioni Unite per il suo impegno contro l’apartheid; a Joan Baez, anche lei cantante e da sempre impegnata attivamente per i diritti civili; alla ginecologa somala Hawa Abdi, soprannominata la Madre Teresa Somala, considerata una stimata attivista per i diritti umani, candidata al Nobel per la pace nel 2012.

Chimamanda Ngozi Adichie, la giovane scrittrice nigeriana, nella sua straordinaria conferenza sul femminismo, afferma che “dovremmo essere tutti femministi”, non perché “di parte”, ma perché fermamente credenti “nell’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi.”

Quindi un poliziotto ha sparato ad un ragazzo e quel ragazzo è morto.

(di Roberta Frameglia, 22 settembre 2015)

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