“Una nera vince gli Emmy Awards e riscrive la storia”: benvenuti nella modernità!

Viola DavisOggi mi chiedevo: ma cosa sono serviti 2015 anni, e più!, se ancora si parla di bianchi e neri, di opportunità date agli uni e poche agli altri?

Viola Davis, nota attrice americana, protagonista della serie “Le regole del delitto perfetto” (“How to Get Away with Murder”), ieri, 21 settembre, ha vinto il premio come miglior attrice protagonista in una serie drammatica agli Emmy Awards 2015. Notizia che passerebbe in fretta nell’oblio se non si trattasse della prima volta che una afroamericana vince il premio. Lei, commossa, non si tira indietro, e si sfoga in un breve discorso d’orgoglio nero: “Nella mia mente, vedo un confine. Oltre quel confine, ci sono campi verdi e fiori graziosi e bellissime donne bianche che allungano le braccia verso di me. Ma non riesco a oltrepassarlo”, ha detto la Davis sul palco, citando l’attivista Harriet Tubman. “Ma lasciate che vi dica una cosa -ha poi aggiunto- l’unica cosa che separa le donne di colore da tutto il resto è l’opportunità. Non puoi vincere un Emmy per ruoli che non esistono. Questo premio è per tutti gli autori, quelle persone meravigliose, che hanno riscritto cosa vuol dire essere belle, sexy, leader e di colore”. L’attrice ha, quindi, condiviso il riconoscimento con le sue colleghe di colore. Da Kerry Washington (“Scandal”), completamente in lacrime, a Taraji P. Henson (“Empire”), in piedi in platea ad applaudirla. Le altre (in testa Shonda Rhimes, creatrice della serie) hanno risposto e ringraziato via Twitter, tutte incredule e felici.

Harper Lee per mezzo di Atticus (“Il buio oltre la siepe” –“To Kill a Mockingbird”), affermò che “non si conosce realmente un uomo se non ci si mette nei suoi panni e non ci si va a spasso”. Ecco, io non sono nera e non lo sarò ovviamente mai, posso solo immaginare sentendo le cronache quotidiane, quante difficoltà vivano tutt’oggi i neri.  Ma se sono le stesse che vivono le donne, beh, quelle le posso confermare.

Ricordo un titolo su un quotidiano di qualche anno fa, che diceva queste precise parole: “un poliziotto donna uccide un ragazzo nero”. Mi è rimasto dentro negli anni come una enorme ingiustizia: perché quella specificazione? Era più grave perché era una donna a sparare? Serviva a dare più risalto alla notizia dire che il poliziotto era una donna? E una donna-poliziotto non è già sufficientemente un poliziotto senza specificarne il sesso?

Di tante donne che hanno lasciato o stanno lasciando il segno, ci si stupisce ancora al giorno d’oggi, e non è per il colore della pelle, ma per il fatto che hanno il coraggio di farsi valere nonostante (nonostante!) siano donne.

Penso a  Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana, premio Nobel per la Pace, e al suo impegno per l’istruzione femminile; a Evelyn Nguleka, il nuovo presidente della World Farmers Organisation, l’Organizzazione mondiale degli Agricoltori; a Misty Copeland, che da bambina poverissima è ora la prima ballerina nera dell’American Ballet Theatre;  a Miriam Makeba, cantante, divenuta delegata alle Nazioni Unite per il suo impegno contro l’apartheid; a Joan Baez, anche lei cantante e da sempre impegnata attivamente per i diritti civili; alla ginecologa somala Hawa Abdi, soprannominata la Madre Teresa Somala, considerata una stimata attivista per i diritti umani, candidata al Nobel per la pace nel 2012.

Chimamanda Ngozi Adichie, la giovane scrittrice nigeriana, nella sua straordinaria conferenza sul femminismo, afferma che “dovremmo essere tutti femministi”, non perché “di parte”, ma perché fermamente credenti “nell’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi.”

Quindi un poliziotto ha sparato ad un ragazzo e quel ragazzo è morto.

(di Roberta Frameglia, 22 settembre 2015)

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