O Tannenbaum

TannenbaumOggi mi chiedevo: presepe, albero o entrambi?

Oggi in tutto il mondo si entra in Avvento. In realtà io, come ambrosiana, lo sono già da 2 settimane, ma le riflessioni che sto per fare sono legate agli addobbi natalizi che probabilmente, come quasi tutti i milanesi, mi accingerò a preparare per Sant’Ambrogio (7 dicembre).

Quando ero piccola, provenendo da una famiglia veneta molto tradizionalista, si faceva tutto per Santa Lucia, il 13 dicembre: prima si preparava il presepe e solo dopo anche l’albero. L’albero sembrava fosse uno sfizio, un segno quasi pagano, o meglio un contentino per me bambina. Il simbolo importante e fondamentale era il presepe e nient’altro. E per me andava tutto bene, purché ci fossero tante lucine e tanti ninnoli per casa.

Crescendo qualche domanda me la sono fatta e ora preparo fiera presepe e albero, ascoltando allegramente tutte le carols natalizie possibili, in compagnia dei miei gatti, esaltati da tanto caos in casa.

Perché l’albero di Natale, così come viene usato oggi, ha una storia molto interessante e molto profonda. Il cristianesimo, si sa, ha dato a molte antiche usanze pagane significati cristiani e anche l’abete, l’albero natalizio, è divenuto il simbolo dell’Albero della Vita, in riferimento al primo capitolo della Bibbia, grazie al quale Adamo ed Eva potevano nutrirsi. E l’Albero della Vita poi diviene inevitabilmente Cristo stesso, in riferimento al legno della croce: il legno che fiorisce e che fruttifica, il Cristo che dona la sua vita per i figli.

La mia parte critica (molto spiccata in effetti) mi porta però a riflettere sulle origini di tutto questo: cosa succedeva prima dei Cristiani?

L’abitudine di decorare gli alberi con lumini, nastri e oggetti colorati si riscontra già coi Celti durante le celebrazioni del solstizio d’inverno. Anche i Romani ne adottarono l’usanza, mentre i Cristiani in un primo momento preferirono l’agrifoglio, che ricordava le spine  della corona di Cristo (si dovranno aspettare un bel po’ di secoli, fino al 1963 ad esempio, perché i Cristiani vivano tutto questo con un po’ di… leggerezza).

Estonia (Tallin), Lettonia (Riga) e Alsazia si contendono la sede del primo vero albero di Natale, tutte a partire dalla fine del 1400. In particolare si narra che a Tallin fu eretto un grande abete in centro alla piazza principale, attorno al quale i giovani senza compagno ballavano alla ricerca dell’anima gemella. In ogni caso il riferimento all’Albero Cosmico, l’albero della vita, decorato con mele, noci, forme di zucchero e fiori di carta è diffuso in tutte le culture. Come l’usanza di portare in casa, prima del nuovo anno, un ramo beneaugurante.

Poi nel Medioevo, nel Nord Europa, si diffonde la tradizione di ricostruire nelle chiese protestanti lo scenario del paradiso terrestre con Adamo ed Eva, con tanto di alberi da frutto, simboli di abbondanza e del mistero della vita. La cosa si fa sempre più diffusa tanto da preferire gli abeti, il Tannenbaum, perché sempreverde, simbolo di eternità. Con Goethe e “I dolori del giovane Werther” si parla per la prima volta di albero di Natale nella letteratura.

Arriviamo poi a uno dei canti natalizi tradizionali più noti: “O Tannenbaum”. Il testo moderno è stato scritto nel 1824 dall’ organista, insegnante e compositore Ernst Anschütz di Lipsia. Il testo in realtà non si riferisce al Natale, ma descrive semplicemente un abete di Natale decorato. Il perno su cui si basa il testo è invece la qualità sempreverde dell’ abete come simbolo di costanza e fedeltà.

Anschütz infatti basa il suo testo su una canzone popolare del XVI sec. che narrava una storia d’amore tragica, prendendo ad esempio il sempreverde, l’ abete “fedele”, in contrasto con una amante infedele. La canzone popolare successivamente è stata collegata al Natale: la versione di Anschütz aveva treu (vero, fedele) come l’aggettivo che descrive foglie e aghi dell’ abete, rifacendosi al paragone con la fanciulla infedele della canzone popolare, cambiato poi in grün (verde), per essere meglio associato al Natale.

Insomma, sono felice di fare l’albero di Natale, sia col significato cristiano che con quello più “pagano”. Perché credo fermamente che l’unione di più usanze non porti solo allo scontro, ma sempre all’arricchimento.

Ora vado, che Otto ha trovato la scatola delle palline…

(di Roberta Frameglia, 29 novembre 2015)

Annunci

Il tacchino (rin)graziato

Scared-Cartoon-Turkey-Credit-iStockphoto-11571237511-300x186Oggi mi chiedevo: che fine fa il tacchino graziato, o “pardoned”, come dicono gli americani? Gli altri lo sappiamo…

Nel Thanksgiving Day, il Giorno del Ringraziamento, l’unico ad essere il protagonista, suo malgrado, è il tacchino. Il quarto giovedì di novembre di ogni anno al Presidente degli Stati Uniti viene presentato un tacchino, scelto fra un gruppo allevato nello stesso modo dei tacchini designati alla macellazione. Circa 80 uccelli, di solito allevati nella fattoria della National Turkey Federation, sono selezionati in modo casuale alla nascita fra migliaia da graziare e sono addestrati per gestire forti rumori, i flash e le grandi folle; dal gruppo ne vengono ulteriormente scelti 20 fra i più grandi e meglio educati e, infine, ridotti a due finalisti, i cui nomi sono dati dallo staff della Casa Bianca mediante un bando che dal 2003 invita i cittadini a sceglierne i nomi.

Come sappiamo la cerimonia cosiddetta “della grazia presidenziale” avviene alla Casa Bianca alcuni giorni prima del Giorno del ringraziamento, nota come National Thanksgiving Turkey Presentation. Risale al 1963 per opera di John Fitzgerald Kennedy che scelse di non cucinare il tradizionale tacchino donato al Presidente fin dal 1947.

Ma cosa succede al fortunato tacchino, o meglio ai due fortunati (vedremo dopo perché sono 2)? Dopo aver aperto dal 1989, come i grandi marescialli onorari, la Disney Thanksgiving Day Parade, sono inviati in qualche tenuta/allevamento. Per molti anni sono stati inviati al Frying Pan Park a Fairfax County in Virginia. Dal 2005 al 2009 invece sono stati inviati alternativamente al Disneyland Resort in California o al Walt Disney World Resort in Florida. Interessante poi è la decisione del Mount Vernont, dove sono stati portati nella tenuta di George Washington dal 2010 al 2012, dove alla fine ne è stata vietata l’accoglienza poiché di fatto ha violato la politica della tenuta di mantenere la propria accuratezza storica (Washington non ha mai avuto tacchini). Negli anni successivi sono stati inviati al Morven Park Leesburg in Virginia, la tenuta dell’ ex governatore della Virginia (e prolifico allevatore proprio di tacchini).

Tutto molto interessante se non fosse per la salute di questi tacchini, graziati o meno.

Avendo il veterinario in casa, non ho fatto molta fatica a farmi spiegare: la maggior parte dei tacchini del Ringraziamento sono allevati e cresciuti per dimensione a scapito di una vita più lunga, e sono soggetti a problemi di salute associati all’obesità come malattie cardiache, insufficienza respiratoria e danni articolari. Come risultato di questi fattori, la maggior parte dei tacchini graziati hanno una vita molto breve dopo la grazia e spesso muoiono entro un anno dalla cerimonia, contro i 5 anni di un tacchino selvatico. Ecco il motivo della doppia grazia: nonostante alla parata ne partecipi uno solo, ne vengono graziati due nell’eventualità che uno dei due non riesca ad arrivare vivo alla parata.

In America si contano razze (anche se ormai non si parla più di “razza”, ma, ahimè, soltanto di incroci industriali o ibridi commerciali) che possono essere spinte a pesare fino a 18 kg, creando all’animale, come detto, dei problemi fisici importanti. Le varietà italiane, prevalentemente diffuse al Nord, hanno meno problemi di sovrappeso, per un minor e diverso utilizzo (per maggiori informazioni visita questo sito).

E dopo questa iniezione di euforia, non si può non ricordare il buon Gioachino Rossini come amante della tavola e ottimo cuoco, che cita spesso nelle sue memorie anche il tacchino. Ma non solo: durante la visita di Richard Wagner nella sua villa di Passy, si narra che Rossini si alzasse dalla sedia spesso durante la conversazione, per poi tornare a sedersi dopo pochi minuti. Alla richiesta di spiegazioni da parte di Wagner, Rossini rispose: “Mi perdoni, ma ho sul fuoco una lombata di capriolo. Dev’essere innaffiata di continuo”.

Ciò che si ricorda però sul tacchino riguarda una domanda di un ammiratore rivolta a Rossini, in cui, vedendolo sempre gioioso e pacifico,  gli chiese se non avesse mai pianto in vita sua. La risposta fu esilarante: “Sì”, una sera, in barca, sul lago di Como. Si stava per cenare e io maneggiavo uno stupendo tacchino farcito di tartufi. Quella volta ho pianto proprio di gusto: il tacchino mi è sfuggito ed è caduto nel lago!

Per concludere consiglio vivamente di vedere (o rivedere) il buffissimo sketch di Mr. Bean alle prese col suo tacchino del Ringraziamento.

(di Roberta Frameglia, 24 novembre 2015)

 

E tu per cosa ringrazi?

happy-thanksgiving-greetings-graphicOggi mi dicevo che con tutti i fatti angoscianti degli ultimi giorni, le nostre tradizionali abitudini sono del tutto passate in secondo piano. E forse è questa la più grande vittoria del male.

Tra qualche giorno, giovedì 26 per la precisione, gli Stati Uniti festeggeranno il Thanksgiving Day, il Giorno del Ringraziamento.

Questa festa mi è sempre piaciuta, fin da quando ho cominciato a capire che oltre il mio paesino c’era un mondo, e mi sono più volte chiesta perché mai nessuno ha pensato di istituirla anche in Italia, anzi, dappertutto. Ecco, una festa comune a tutti e in tutti i paesi. Ci penso ogni anno.

Perché il Thanksgiving Day è una festività laica, che allarga i motivi dei festeggiamenti a sentimenti e motivazioni molto ampie.

La tradizione nasce nel XVII secolo, precisamente nel 1621, quando i Padri Pellegrini, stabilitisi nell’autunno precedente nel selvaggio Nuovo Mondo, riuscirono a sopravvivere all’inverno grazie al raccolto dei prodotti locali, come patate, granturco e tacchini.

Nei secoli successivi la tradizione del Thanksgiving Day si estese a tutto il paese, fino al 1863, quando il presidente Abramo Lincoln, al termine della Guerra Civile, chiese agli americani di riunirsi l’ultimo giovedì di novembre e ringraziare, proclamandone l’istituzione ufficiale.

Per tale motivo in questo giorno gli americani si riuniscono a tavola in famiglia, rendendo grazie per tutte le benedizioni della loro vita: in primis, ovviamente la famiglia e gli amici.

Il Giorno del Ringraziamento è un momento di tradizione e condivisione, in cui i membri di una famiglia, anche se vivono lontani fra loro, si riuniscono, rigorosamente a casa di uno di loro, per ringraziare tutti insieme per ciò che possiedono. L’America si ferma in questa giornata, le famiglie si riuniscono da dovunque ognuno si trovi. In questo spirito di condivisione organizzazioni caritatevoli offrono un pasto tradizionale alle persone che ne hanno bisogno, in particolar modo ai senzatetto.

Nella maggior parte delle case si mangia lo stesso cibo che, secondo la leggenda, mangiarono i primi coloni, e che è diventato il pasto tradizionale: il tacchino, che ogni famiglia cucina secondo la propria ricetta “segreta”, è accompagnato da puré di patate, patate dolci, salsa di mirtilli, verdure e torte di zucca.

La mia domanda perciò mi si ripropone: essendo una festa laica, quindi condivisibile da tutti, perché i sentimenti promossi e ricordati in questo giorno non potrebbero essere sposati da ogni popolo, come l’accettazione reciproca, la tolleranza, le opportunità date e ricevute, la gratitudine per le benedizioni nella vita di ciascuno?  In questi giorni in cui ci si guarda con sospetto potrebbe essere la chiave di volta.

Qualcuno lo considera uno fra i momenti più ipocriti che si possano celebrare: un giorno solo non basta, si dice. Certo, ma perché non auspicarsi invece che il seme della gratitudine non si possa insinuare e mantenersi il giorno successivo, e quello dopo, e quello dopo ancora? Io lo spero.

E la storia del povero tacchino graziato? Arriva, arriva…

(di Roberta Frameglia, 22 novembre 2015)

Senti chi parla?! Le corde vocali

rob 1Che bello, stasera si canta. Si canta sul serio, col silenzio, la tensione, i tacchi, gli applausi e tutto quanto. Siamo sempre felici quando succede. Non è solo una questione di movimenti, di esercizi meccanici, ma di sensazioni, di un benessere che proviamo anche noi insieme a lei senza bisogno che ce lo diciamo.

Ai concerti è bello: la tensione che proviamo è diversa da quando siamo a casa, o siamo alle Messe o a scuola. A casa a volte è proprio faticoso: si fanno per dei minuti interminabili gli stessi movimenti, sempre quelli. A volte glielo diciamo pure. Lei si ferma un po’, ma poi si ricomincia. Una noia mortale.

Alle Messe noi passiamo quasi in secondo piano, più che altro tocca chiacchierare col microfono. Quello che è arrivato da poco in Duomo tutto sommato ci è simpatico. Quello di prima era altezzoso, quasi antipatico, faceva finta che non gli importasse di noi e si metteva a fischiettare. Mancava che si girasse dall’altra parte. Quello nuovo invece è tutta un’altra cosa ed è pure bello e per noi, che non abbiamo altro da guardare, è un sollievo.

Quando ci porta a scuola, invece, è sempre un lavoro di dribbling: spostati qua, spostati là, alza, abbassa, tutto per evitare i bacilli che vediamo passare quando le danno i bacetti. A lei piace, ride, ride tanto, ma per noi è una tale fatica…

Essere delle corde vocali, uno non ci pensa, ma è impegnativo. Devi esprimere tutto quello che dall’alto o dal basso ti comandano, e la mente e la pancia non sempre vanno per il sottile. Tutte le tensioni, positive o negative, passano da noi: la rabbia, il buon umore, la tristezza, l’ansia, la serenità… “ Gli occhi sono lo specchio dell’anima”, dicono. Per tutte acciughe del mondo, siamo noi il riflesso dell’anima!

Comunque, stasera si lavora sul serio. Quando succede sentiamo che, i giorni prima e per tutto il giorno stesso, l’attenzione è su di noi: se siamo secche, se siamo in forma, se ci stiamo affaticando, se siamo troppo rilassate. Tutta la concentrazione è su di noi. E noi ne siamo felici, anche perché le coccole aumentano: lei li chiama “rimedi della nonna”, ma per noi sono solo cose calde, dolci e delicate. E così ci rilassiamo, lei e noi.

E’ un lavoro che ormai facciamo da tanti anni e ci piace, soprattutto perché sentiamo che a lei piace tanto. E’ rilassata e felice quando lo fa. Non sappiamo come sia possibile, soprattutto in concerto. Lei lo chiama “dono”, ma secondo noi un po’ è dono e un po’ è lavoro passato.

Non sempre è stato facile andare d’accordo, eh. Un po’ di dispetti glieli abbiamo fatti, dobbiamo confessarlo. Ma alla fine un accordo lo abbiamo sempre trovato: un po’ di morbidezza da parte sua, e collaborazione da parte nostra e tutto si è sempre risolto.

Bene, siamo arrivate. Stiamo salutando tutti. Il posto è un po’ freddo. Sentiamo che inizia a preoccuparsi. Iniziamo la prova. Non ti intesire: dobbiamo riscaldarci, dacci tempo. Ecco, così, bevi e sorridi. Speriamo che non venga nessuno a salutarla prima del concerto per non deconcentrarla. Non sembra, ma gli esecutori, il “di qua”, anche se parlano e noi con loro, non la distraggono troppo, mentre il “di là”, il pubblico e gli amici, la portano emotivamente “fuori”. E noi con lei.

Silenzio. Si inizia. E’ tesa, ma non agitata. E’ quella tensione dell’atleta che prepara i muscoli e la mente prima del salto, dello start, del tiro. E noi siamo pronte. Un check rapido agli altri: muscoli del viso, trapezio, muscoli intercostali, diaframma, muscoli lombari. Tutto a posto. Solo i piedi sentiamo che si lamentano, ma li conosciamo: i tacchi la fanno così elegante, ma non le piacciono molto. Pazienza, le suggeriamo che per essere belle bisogna soffrire. Sorride, mi sa che ci ha sentite.

Entriamo. Guarda il pubblico, guarda gli altri musicisti, sorride. Silenzio. Inizia ad ondeggiare impercettibilmente, è l’introduzione. Le piace. Ecco, tocca a noi.

Aperte, aria, stasi, tensione… Si vibra!

vocalchords(di Roberta Frameglia, 10 novembre 2015)

Oggi l’estate di San Martino, domani l’Inverno di Vivaldi

20. san martinoOggi mi chiedevo: Morten Lauridsen è danese o scandinavo?

Cominciamo dall’ inizio, sperando di non perderci, perché le associazioni mentali sono da sempre la mia rovina (anche il senso d’orientamento, dice mio marito, ma questo è un altro discorso).

L’altra mattina, parlando del tempo coi miei ragazzi in classe, uno trionfante dice: “Oggi l’estate di San Martino, domani l’Inverno di Vivaldi”. Con grande stupore chiedo da chi l’avesse sentito. “L’ha detto mio nonno!”. Meravigliosi i nonni che, saggi, possono insinuare semi di cultura.

Una volta tornata a casa, mi metto a pensare e cerco.

L’Estate di San Martino, “…tre giorni e un pocolino” come dice il proverbio, sono alcuni giorni di tepore e bel tempo che si verificano, da tempi antichissimi, intorno all’11 novembre, proprio il giorno in cui si festeggia San Martino (di Tours). Molti riferimenti vengono attribuiti  a questa data e a questo santo: “fare san martino”, ad esempio, nei paesi della Pianura Padana, prettamente agricoli, significa fare trasloco, riprendendo l’uso di rinnovare i contratti dei contadini che terminavano la semina e, nel caso non fossero riconfermati, avrebbero dovuto cambiare datore di lavoro e quindi casa.

“Per San Martino ogni mosto è vino”: un’altra tradizione vuole che, sempre in questi giorni, si aprano le botti e si assaggi il vino novello, vista la conclusione del processo di vinificazione, e ancora oggi, in molti paesi, si organizza la “Sagra di San Martino”, dove, assieme al vino, si mangiano le prime castagne. Giosuè Carducci, nel sua “San Martino”, celebra proprio le caratteristiche di questa festa (“… Ma per le vie del borgo/ Dal ribollir de’ tini / Va l’aspro odor de i vini/ L’anime a rallegrar…”).

Da qui, per associazioni mentali, sono arrivata al Martin pescatore, l’uccellino colorato che pesca tuffandosi velocissimo 20.martin pescatorenell’ acqua. Poi al detto “per un punto Martin perse la cappa”, visto che per un errore nello scrivere una frase (invece di “Porta, patens esto. Nulli claudaris honesto = Porta, resta aperta. Non essere chiusa a nessun onesto”, che avrebbe dovuto essere scritta a mano sopra la porta del convento dell’Abate Martino di un paese toscano, fu scritto “Porta patens esto nulli. Claudatur honesto= La porta non resti aperta per nessuno. Sia chiusa all’ onesto”), l’abate perse la sua nomina definita con la “cappa”, il mantello tipico.

La fantasia mi ha portato poi ai Martinitt, che fin dai miei primi mesi a Milano (e siamo nel 1995), mi affascinano sempre molto. I Martinitt, o piccoli Martini, erano bambini orfani, poveri e abbandonati di Milano che, a partire dal 1532 iniziarono ad essere accolti e accuditi in una struttura che offriva loro ricovero, assistenza, istruzione ed educazione. Il nome deriva dalla parrocchia di San Martino che offrì la prima sede ai ragazzi raccolti per le strade da Gerolamo Emiliani, poi canonizzato  nel 1767 e proclamato nel 1928 da Pio XI  “Patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata”. Nel 1861 viene fondata la Banda Musicale dei Martinitt, per educare i giovani ospiti allo studio di uno strumento e da quel momento, ogni anno il I gennaio la tradizione milanese vuole che le bande musicali cittadine, fra cui anche la Banda dei Martinitt, si ritrovino nel cortile d’Onore di Palazzo Marino assieme a centinaia di milanesi che accorrono (qui un video amatoriale girato da me il I gennaio 2015).

Da qui sono arrivata ai nomi: Martin Lutero  (1483 – 1546), il teologo tedesco artefice della Riforma Protestante; Martin Luther King  (1929 –  1968), il pastore protestante, politico e attivista statunitense, difensore dei diritti civili; Martti Talvela (1935 – 1989), per pochi intenditori, il magnifico basso finlandese; Martin Scorsese (1942) il regista, sceneggiatore, attore e produttore cinematografico statunitense, fino ad arrivare finalmente al buon Morten Lauridsen, 20.lauridsenuno fra i compositori per coro più interessanti del panorama contemporaneo… danese, ma naturalizzato statunitense!

Missione compiuta.

(di Roberta Frameglia, 7 novembre 2015)

L’Haka e tutti gli altri

Oggi mi chiedevo: cosa penseranno in quel momento gli avversari?

Sto parlando degli avversari dei Neo Zelandesi che devono sorbirsi linguacce, urla e minacce prima delle partite di rugby.

Le mie conoscenze riguardo al rugby sono: 1. ci sono i fratelli Bergamasco, 2. l’Haka, 3. Castrogiovanni mi fa un po’ paura. Basta.

Ma la finale storica del 31 ottobre fra la Nuova Zelanda e l’Australia non la si poteva perdere. Soprattutto dopo aver visto, proprio prima della finale, un servizio in tv che ne presentava, con verità e poesia, i motivi che avrebbero fatto di questo evento L’Evento. (Anche se conosciamo già il risultato vi invito a guardarlo).

Naturalmente ciò che mi ha colpito subito sono stati gli inni nazionali: God Defend New Zealand (“Dio difenda la Nuova Zelanda”) e Advance Australia Fair (“Promuovere l’Australia con giustizia”).

Entrambi gli stati, appartenenti al Commonwealth britannico, riconoscono nel sovrano d’Inghilterra il proprio sovrano e di conseguenza l’Inno nazionale inglese God save the Queen (“Dio salvi la Regina”) è considerato l’inno nazionale per eccellenza. Nel 1977, però, sia la Nuova Zelanda che l’Australia adottarono un proprio inno nazionale declassando il God Save the Queen a inno reale, suonato solo in presenza del Sovrano, qualche membro della famiglia reale o in commemorazioni particolari, spesso legate alla Prima o Seconda Guerra Mondiale.

E perché allora non cantare l’Inno inglese, vista la presenza del Principe Harry del Galles? Magari era lì in veste prettamente di tifoso e non di Reale d’Inghilterra, oppure semplicemente nelle occasioni sportive predomina il senso patriottico della nazione slegata dagli accordi economico-politici. Tutte supposizioni che sono motivo sempre di grande interesse e discussioni in classe con i miei studenti, quando si parla degli Inni Nazionali.

Il momento clou dell’argomento però riguarda le digressioni che faccio trattando l’Inno della Champions League e soprattutto l’Haka.

Wikipedia inglese sa dare una descrizione minuziosa di questa danza coreografica, che, come scrive Armstrong, “is a composition played by many instruments. Hands, feet, legs, body, voice, tongue, and eyes all play their part in blending together to convey in their fullness the challenge, welcome, exultation, defiance or contempt.” (è una composizione suonata da molti strumenti. Mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua e occhi tutti giocano la loro parte nel portare insieme a compimento la sfida, il benvenuto, l’esultanza, o il disprezzo contenuti nelle parole). Quindi rimando alla suddetta pagina per dettagli precisi (vedi).

Quello che colpisce me è la forza espressiva che questi atleti producono in quel momento e che trovo impressionante, caricati da colui che li incita, scelto fra i giocatori di sangue maori più anziani. “Batti le mani contro le cosce! Sbuffa col petto! Pesta i piedi più forte che puoi! E’ la morte! E’ la vita! Ancora uno scalino! Un altro fino in alto!…Alzati!”

Questo rituale delle tribù maori segue diverse versioni a seconda dell’occasione e gli All Blacks, la squadra di rugby neo zelandese, ha iniziato a farne uso nel 1905 a scopo intimidatorio dopo l’inno nazionale.

Il momento in cui la banda militare, che ha appena suonato gli inni, si sposta ordinata verso il bordo campo, e i giocatori si posizionano a punta di freccia, credo sia uno dei momenti più carichi di pathos di tutta la partita. Quando poi ogni muscolo inizia a vibrare arrivi perfino a trattenere il fiato.

Ciò che non tutti sanno è che altre squadre di rugby, tutte degli arcipelaghi dell’Oceania (Isole Tonga, Isole Samoa, Isole Fiji), propongono danze simili. Il massimo accade quando si scontrano fra loro.

La mia domanda iniziale però rimane: chissà cosa pensano in quel momento gli avversari.

(di Roberta Frameglia, 4 novembre 2015)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: