L’Haka e tutti gli altri

Oggi mi chiedevo: cosa penseranno in quel momento gli avversari?

Sto parlando degli avversari dei Neo Zelandesi che devono sorbirsi linguacce, urla e minacce prima delle partite di rugby.

Le mie conoscenze riguardo al rugby sono: 1. ci sono i fratelli Bergamasco, 2. l’Haka, 3. Castrogiovanni mi fa un po’ paura. Basta.

Ma la finale storica del 31 ottobre fra la Nuova Zelanda e l’Australia non la si poteva perdere. Soprattutto dopo aver visto, proprio prima della finale, un servizio in tv che ne presentava, con verità e poesia, i motivi che avrebbero fatto di questo evento L’Evento. (Anche se conosciamo già il risultato vi invito a guardarlo).

Naturalmente ciò che mi ha colpito subito sono stati gli inni nazionali: God Defend New Zealand (“Dio difenda la Nuova Zelanda”) e Advance Australia Fair (“Promuovere l’Australia con giustizia”).

Entrambi gli stati, appartenenti al Commonwealth britannico, riconoscono nel sovrano d’Inghilterra il proprio sovrano e di conseguenza l’Inno nazionale inglese God save the Queen (“Dio salvi la Regina”) è considerato l’inno nazionale per eccellenza. Nel 1977, però, sia la Nuova Zelanda che l’Australia adottarono un proprio inno nazionale declassando il God Save the Queen a inno reale, suonato solo in presenza del Sovrano, qualche membro della famiglia reale o in commemorazioni particolari, spesso legate alla Prima o Seconda Guerra Mondiale.

E perché allora non cantare l’Inno inglese, vista la presenza del Principe Harry del Galles? Magari era lì in veste prettamente di tifoso e non di Reale d’Inghilterra, oppure semplicemente nelle occasioni sportive predomina il senso patriottico della nazione slegata dagli accordi economico-politici. Tutte supposizioni che sono motivo sempre di grande interesse e discussioni in classe con i miei studenti, quando si parla degli Inni Nazionali.

Il momento clou dell’argomento però riguarda le digressioni che faccio trattando l’Inno della Champions League e soprattutto l’Haka.

Wikipedia inglese sa dare una descrizione minuziosa di questa danza coreografica, che, come scrive Armstrong, “is a composition played by many instruments. Hands, feet, legs, body, voice, tongue, and eyes all play their part in blending together to convey in their fullness the challenge, welcome, exultation, defiance or contempt.” (è una composizione suonata da molti strumenti. Mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua e occhi tutti giocano la loro parte nel portare insieme a compimento la sfida, il benvenuto, l’esultanza, o il disprezzo contenuti nelle parole). Quindi rimando alla suddetta pagina per dettagli precisi (vedi).

Quello che colpisce me è la forza espressiva che questi atleti producono in quel momento e che trovo impressionante, caricati da colui che li incita, scelto fra i giocatori di sangue maori più anziani. “Batti le mani contro le cosce! Sbuffa col petto! Pesta i piedi più forte che puoi! E’ la morte! E’ la vita! Ancora uno scalino! Un altro fino in alto!…Alzati!”

Questo rituale delle tribù maori segue diverse versioni a seconda dell’occasione e gli All Blacks, la squadra di rugby neo zelandese, ha iniziato a farne uso nel 1905 a scopo intimidatorio dopo l’inno nazionale.

Il momento in cui la banda militare, che ha appena suonato gli inni, si sposta ordinata verso il bordo campo, e i giocatori si posizionano a punta di freccia, credo sia uno dei momenti più carichi di pathos di tutta la partita. Quando poi ogni muscolo inizia a vibrare arrivi perfino a trattenere il fiato.

Ciò che non tutti sanno è che altre squadre di rugby, tutte degli arcipelaghi dell’Oceania (Isole Tonga, Isole Samoa, Isole Fiji), propongono danze simili. Il massimo accade quando si scontrano fra loro.

La mia domanda iniziale però rimane: chissà cosa pensano in quel momento gli avversari.

(di Roberta Frameglia, 4 novembre 2015)

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