E tu per cosa ringrazi?

happy-thanksgiving-greetings-graphicOggi mi dicevo che con tutti i fatti angoscianti degli ultimi giorni, le nostre tradizionali abitudini sono del tutto passate in secondo piano. E forse è questa la più grande vittoria del male.

Tra qualche giorno, giovedì 26 per la precisione, gli Stati Uniti festeggeranno il Thanksgiving Day, il Giorno del Ringraziamento.

Questa festa mi è sempre piaciuta, fin da quando ho cominciato a capire che oltre il mio paesino c’era un mondo, e mi sono più volte chiesta perché mai nessuno ha pensato di istituirla anche in Italia, anzi, dappertutto. Ecco, una festa comune a tutti e in tutti i paesi. Ci penso ogni anno.

Perché il Thanksgiving Day è una festività laica, che allarga i motivi dei festeggiamenti a sentimenti e motivazioni molto ampie.

La tradizione nasce nel XVII secolo, precisamente nel 1621, quando i Padri Pellegrini, stabilitisi nell’autunno precedente nel selvaggio Nuovo Mondo, riuscirono a sopravvivere all’inverno grazie al raccolto dei prodotti locali, come patate, granturco e tacchini.

Nei secoli successivi la tradizione del Thanksgiving Day si estese a tutto il paese, fino al 1863, quando il presidente Abramo Lincoln, al termine della Guerra Civile, chiese agli americani di riunirsi l’ultimo giovedì di novembre e ringraziare, proclamandone l’istituzione ufficiale.

Per tale motivo in questo giorno gli americani si riuniscono a tavola in famiglia, rendendo grazie per tutte le benedizioni della loro vita: in primis, ovviamente la famiglia e gli amici.

Il Giorno del Ringraziamento è un momento di tradizione e condivisione, in cui i membri di una famiglia, anche se vivono lontani fra loro, si riuniscono, rigorosamente a casa di uno di loro, per ringraziare tutti insieme per ciò che possiedono. L’America si ferma in questa giornata, le famiglie si riuniscono da dovunque ognuno si trovi. In questo spirito di condivisione organizzazioni caritatevoli offrono un pasto tradizionale alle persone che ne hanno bisogno, in particolar modo ai senzatetto.

Nella maggior parte delle case si mangia lo stesso cibo che, secondo la leggenda, mangiarono i primi coloni, e che è diventato il pasto tradizionale: il tacchino, che ogni famiglia cucina secondo la propria ricetta “segreta”, è accompagnato da puré di patate, patate dolci, salsa di mirtilli, verdure e torte di zucca.

La mia domanda perciò mi si ripropone: essendo una festa laica, quindi condivisibile da tutti, perché i sentimenti promossi e ricordati in questo giorno non potrebbero essere sposati da ogni popolo, come l’accettazione reciproca, la tolleranza, le opportunità date e ricevute, la gratitudine per le benedizioni nella vita di ciascuno?  In questi giorni in cui ci si guarda con sospetto potrebbe essere la chiave di volta.

Qualcuno lo considera uno fra i momenti più ipocriti che si possano celebrare: un giorno solo non basta, si dice. Certo, ma perché non auspicarsi invece che il seme della gratitudine non si possa insinuare e mantenersi il giorno successivo, e quello dopo, e quello dopo ancora? Io lo spero.

E la storia del povero tacchino graziato? Arriva, arriva…

(di Roberta Frameglia, 22 novembre 2015)

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