Tutta una questione di aggettivi

63bc22c62af70d6d263152075e177ef6.pearlsquareUn libro e una matita: ecco quello che risponderei alla domanda dei test estivi “cosa ti porteresti in un’isola deserta?”.

Negli anni certamente sono accresciute la mia curiosità e la mia preparazione informatiche e un tablet sarebbe comodo da trasportare per leggere. No, un libro per me dev’essere cartaceo. E di qualunque tipo sia, dal testo sulla vocalità alla biografia di Mahler, dal thriller di Dan Brown al libro di poesie cinesi. E devo avere una matita a portata di mano.

Perché in un libro c’è sempre un’immagine che mi colpisce, per un particolare accostamento di termini o perché il concetto è propriamente azzeccato. Così lo sottolineo e ne segno la pagina all’inizio, non sulla pagina del titolo, ma in quella precedente, quella bianca, così che quando riprenderò il libro dopo anni andrò a rileggere le sottolineature.

E’ capitato spesso che l’abbia fatto: è un momento solenne, che io carico di emozione, come quando si apre un regalo al compleanno. Il problema è che spesso rimango più delusa che colpita: in realtà quella sottolineatura è il frutto di qualcosa che prima ha lentamente intensificato il pathos, qualcosa che mi ha coinvolto e portato a cogliere quel dettaglio. Estrapolato così, denudato dall’emozione del contesto, rimane una bella figura retorica o un aforisma da cioccolatini, che te ne dimentichi l’istante dopo.

In ogni caso, io sottolineo sempre. In particolare, nel tempo, mi sono accorta che adoro gli aggettivi, spesso gli ossimori (l’accostamento di due termini di concetti opposti fra loro, es.“ghiaccio bollente”), ma diciamo gli aggettivi in generale.

Perché secondo me sono gli aggettivi che fanno girare il mondo e sono sempre gli aggettivi con cui si dovrebbe far fare esperienza fin da bambini.

Cos’è un aggettivo? È un qualcosa che specifica qualcos’altro. Non voglio perdermi nella classificazione, di cui sono ignorante, ma vorrei soffermarmi sull’importanza della definizione precisa di un concetto, di un’immagine, di una sensazione.

Faccio qualche esempio fra gli ultimi che ho in mente.

A. “Forse sarai così pazzo da precipitarti fuori, a passare lo straccio sul tavolo del giardino, a suggerire maglioni, a canalizzare l’aiuto che ciascuno offre con brio maldestro.” (“Si potrebbe quasi mangiar fuori”)

B. “… Una fantasia modesta, una ventata di saggia follia…” (“Si potrebbe quasi mangiar fuori”

C. “In uno sbuffo di calore elettrico e molle penetriamo con effrazione in un’intimità più o meno stravaccata…” (“In un vecchio treno”)

(Da “La prima sorsata di birra” di Philippe Delerm).

A. “I libri nuovi sono petulanti, i fogli non stanno quieti a farsi girare, resistono e bisogna spingere per tenerli giù”.

B. “E vent’anni dopo eccolo regista. Fortuna, ma ci sono fortune che vanno in braccio al primo che incontrano, fortune puttane che piantano subito e vanno col prossimo e invece ci sono fortune sagge che spiano una persona e la collaudano lentamente.”

(Da “Tre cavalli” di Erri De Luca).

Quanto amo perdermi in immagini vaganti e concrete al tempo stesso. La forza di alcune figure mi fanno sorridere, quando l’autore ingrana la figura giusta e i termini esprimono esattamente una situazione, quando ti ci riconosci, senti e vedi quello che lo scrittore vede. E’ bellissimo.

Un aggettivo definisce, chiarisce, puntualizza, seleziona, circoscrive, fissa…

Un aggettivo scava. Scava nelle nostre impressioni, nei nostri stati d’animo, nella nostra intimità, oltrepassa la scorza, la superficie, supera la banalità dell’immediato. L’aggettivo ci permette di esprimere quello che qualcosa è veramente, non solo come appare.

“Come ti senti? Cosa ti sembra?” bene, male, bello, brutto contro entusiasta, preoccupato, sereno, commosso, geloso, impaziente, allegro, sgradevole, spaventoso, divertente, rasserenante, ecc ecc. Se ci sforzassimo di leggere e decifrare i nostri stati d’animo, avremmo meno difficoltà di dialogo, ci sarebbe meno violenza verbale e fisica in generale.

Se crescessimo i nostri bambini stimolandoli a riconoscere le sfumature dei loro sentimenti o delle cose che vivono, svilupperebbero sensibilità articolate, una conoscenza di loro stessi che propenderebbe verso una positività anche nei rapporti. E non si pensi che sia una prerogativa tutta femminile, tutt’altro!

Nulla sarebbe più o bianco o nero, per uomini e per donne, ma ci si incontrerebbe, che so, fra il grigio perlato e il bianco sporco. Cercare dentro noi stessi aggettivi che esprimano il nostro vero stato d’animo combatte il rischio di essere anaffettivi, superficiali, freddi, grezzi, fino ad estremisti e razzisti…

 “Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lunsingato. Cosa intendano gli americani con “felliniano” posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. Ecco, fregnacciaro è il termine giusto.” (dall’intervista a Federico Fellini (1920-2993) di Claudio Castellacci, “L’America voleva colorare la Dolce vita”, Corriere della sera, 30 marzo 1993).

 (di Roberta Frameglia, 10 luglio 2017)

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