In un giardino non si è mai soli

monastero ss.trinità dumenzaNon vi è mai capitato di cercare un libro perché ne avete sentito al volo una frase citata alla radio o alla tv? A me spesso. Questa in particolare non era una pubblicità del libro, ma l’introduzione ad un argomento più ampio e mi ha incuriosito. No, mi ha proprio conquistata.

Il libro poi l’ho letto tutto e anche se la storia non mi ha convinta, la narrazione l’ho trovata superba, per le metafore e le immagini. E, come spesso succede, parlava di tutt’altro rispetto alla frase che mi ha colpita.

Si tratta di “Tre cavalli” di Erri De Luca. Non è un romanzo tradizionale e fluido, che leggi anche nel salone dell’asilo di tuo figlio perché la storia è facile e avvincente.

Per De Luca serve l’atmosfera giusta, la musica giusta, puoi anche riuscire ad estraniarti in una metropolitana piena, ma quando rialzi lo sguardo non ti guardi attorno allo stesso modo. Richiede impegno, attenzione, ti ritrovi con gli occhi socchiusi mentre osservi intorno, il fiato è rallentato, i colori del mondo sono sfumati e pastello, anche se la pagina è intensa e cruda.

Il passo (ridotto alla radio) era questo:

“Così mi trovo a stare la giornata in un giardino a badare ad alberi e a fiori e a stare zitto in molti modi e dentro qualche pensiero di passaggio, una canzone, la pausa di una nuvola che toglie sole e peso dalla schiena. Vado per il campo con un nuovo alberello di melo da piantare. Lo metto giù, lo giro, guardo i suoi rami appena accennati tentare posto nello spazio intorno. Un albero ha bisogno di due cose: sostanza sotto terra e bellezza fuori. Sono creature concrete ma spinte da una forza di eleganza. Bellezza necessaria a loro è vento, luce, uccelli, grilli, formiche e un traguardo di stelle verso cui puntare la formula dei rami. La macchina che negli alberi spinge linfa in alto è bellezza, perché solo la bellezza in natura contraddice la gravità. Senza la bellezza l’albero non vuole. Perciò mi fermo in un punto del campo e chiedo: “Qui vuoi?” Non mi aspetto una risposta, un segno nel punto in cui tengo il suo tronco, però mi piace dire una parola all’albero. Lui sente i bordi, gli orizzonti e cerca un punto esatto per sorgere. Un albero ascolta comete, pianeti, ammassi e sciami. Sente le tempeste sul sole e le cicale addosso con la stessa premura di vegliare. Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano. Se viene da un vivaio e deve attecchire in suolo sconosciuto, è confuso come un ragazzo di campagna al primo giorno in fabbrica. Così lo porto a spasso prima di scavargli il posto.” (Tre cavalli, Erri De Luca, Feltrinelli, Milano 1999, p. 18-19)

Trovo questo racconto di una tale bellezza. Non è espresso un tempo definito, né uno spazio preciso, solo il necessario, quindi l’infinito e l’indefinito, un “traguardo di stelle verso cui puntare” che non ha fine. Il dialogo fra l’albero e il suo giardiniere è senza un codice determinato, le parole, ma è un’intesa istintuale di fiducia reciproca. “Un albero ascolta” e il suo giardiniere anche.

Il dialogo poi prosegue nei pensieri del protagonista:

“Guardo le terre, penso al giardino. Crescere alberi dà soddisfazione. Un albero somiglia a un popolo, più che a una persona. S’impianta con sforzo, attecchisce in segreto. Se resiste, iniziano le generazioni delle foglie. Allora la terra intorno fa accoglienza e lo spinge verso l’alto. La terra ha desiderio di altezza, di cielo. Spinge i continenti all’urto per innalzare creste. Si struscia attorno alle radici per espandersi in aria con il legno. E se è fatta a deserto, fa polvere per salire. La polvere è una vela, migra, scavalca il mare. Lo scirocco la porta dall’Africa, ruba spezie ai mercati e ci condisce la pioggia. Razza di capomastro è il mondo.” (Ivi, p. 22)

Dalla pittura alla scultura, dalle pagine letterarie alle narrazioni tramandate per via orale, l’albero è un simbolo universalmente presente, un’immagine archetipica talmente forte da vivere e protrarsi nel tempo e nello spazio.

L’albero della vita; l’albero della conoscenza nell’Eden; l’albero che Darwin utilizza per spiegare la teoria dell’evoluzione; l’albero di Klimt e il suo perpetuo rinnovarsi; l’albero che connette cielo e terra; che permette, con la fotosintesi, la vita sulla terra; l’albero simbolo dell’umanità che continuamente si rinnova e rinasce; l’albero della Croce; l’albero del silenzio e dell’ascolto nel pineto di D’Annunzio; l’albero che, con la sua mela, ha svelato la gravità a Newton; ecc ecc.

De Luca prosegue:

Di pomeriggio arriva il leccio. Assesto le radici nello scavo, lo puntello a tre pali, concimo e annaffio. È già un bel tronco, gli costa sforzo e pericolo impiantarsi da cresciuto. A volte si intristiscono e non vogliono più vivere. Gli canticchio intorno per benvenuto, lo lego per dargli forza.” (Ivi, p. 25)

Gli canticchia intorno. Tifa per lui. Poi di nuovo silenzio. E’ un silenzio di spessore diverso: quello abitato da un pensiero, da un ricordo, o quello “fisico”, che accompagna il riposo del corpo dopo lo sforzo del lavoro. Ed è dialogo e ascolto degli alberi, perché “in giardino non si è mai soli”, come scrive Pejrone, l’architetto di giardini illustri.

L’aspirazione all’alto, l’essere ben ancorati a terra, il silenzio e l’ascolto, l’intesa silenziosa, la fiducia. Leggetevi dentro qualunque significato, cristiano o laico: io ne sono rimasta semplicemente incantata.

(di Roberta Frameglia, 17 agosto 2017)

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Non DI speranza, ma CON speranza. Ricordando Monsignor Tettamanzi

tettamanzi, sant'ambrogio

Basilica di Sant’Ambrogio (MI), 2011

“La SSoliSSta”: così mi salutava sempre da lontano con la mano a ciao e la sua esse inconfondibile, il Cardinale Tettamanzi. E’ il ricordo di lui che mi fa più sorridere e commuovere allo stesso tempo. Mai una volta, dico mai, da quando mi ha messa a fuoco, ha dimenticato di salutarmi passando. Non mi sento prediletta, lui era così: il Duomo, o qualunque chiesa dove avesse appena celebrato, chiudeva anche un’ora intera dopo, perché lui doveva salutare tutti, chiunque andasse a parlargli, nessuno escluso. Questo principalmente ha sempre colpito di lui: era un parroco che alla fine della messa controlla che i suoi parrocchiani stiano tutti bene, uno per uno.

E’ uno scritto questo diverso dagli altri miei pensieri del blog, è un ricordo semplice ma pieno di affetto per una persona a cui sono sempre stata molto legata e che, per la sua affabilità, è entrato nelle simpatie di tantissima gente, da Ancona a Genova, dove è stato arcivescovo dal 1989 al 2002, fino a quando è arrivato a Milano nel 2002, che segna anche l’inizio del mio impegno in Duomo.

Conservo tanti ricordi personali e altrettante confidenze di amici che gli sono stati vicini, e in tutte traspare la sua semplicità, generosità, il suo essere grato e riconoscente a chi gli era vicino.

Al suo arrivo il paragone col predecessore, il Cardinale Martini, è stato inevitabile: coscienza critica della società, Tettamanzi, della Chiesa, Martini (da un’intervista a Mons. Giudici del 2012), ma a nessuno dei due probabilmente sarebbe piaciuta una tale definizione.

Era l’arcivescovo della gente, piccolino ma “vivo”, sempre sorridente, si spendeva con gioia e carità, con un’espressione rotonda e gentile che raggiungeva tutti.

Nel mio Cantemus (Cantemus Domini, libro dei canti di rito ambrosiano), custodisco dal 2006 due frasi che mi hanno colpito dal suo discorso al Convegno ecclesiale a Verona (fra tutti i suoi discorsi, proprio quello, non so perché): “E’ meglio essere credente senza dirlo che proclamarlo senza esserlo”, riprendendo Sant’ Ignazio di Antiochia, e “Non bisogna parlare “di” speranza, ma “con” speranza”. Ecco, credo che la sua vita sia stata spesa proprio con la semplicità di chi “fa” senza atteggiarsi, di chi vive “con” speranza. Non avrà riscosso successo fra gli alti teologi, ma gli sguardi della gente li ha conquistati tutti e le mani di tanti le ha strette con verità.

Era il “mio” vescovo. Ho ricordi di Mons. Amari, vescovo di Verona quando ero piccola, del Cardinale Martini di riflesso, di altri molto vagamente, ma Mons. Tettamanzi l’ho vissuto fin dal suo arrivo a Milano, quando anche io ho iniziato le mie collaborazioni con la Curia, e poi l’ho seguito anche in molti dei suoi spostamenti, e come per tanti è stato Giovanni Paolo II, per me Tettamanzi era quasi “uno di famiglia”.

Fra i molti ricordi fotografici che ho con lui durante le celebrazioni in Duomo, a Roma e altrove, a due sono particolarmente legata.

La prima, in copertina, è in Sant’ Ambrogio a Milano, durante la celebrazione per la Giornata per la Vita Consacrata, nel 2011. Lui, appassionato musicista, seguiva con attenzione le esecuzioni musicali e non mancava di commentarle con discrezione privatamente.

dumenza tettamanzi stucchi 2015

Dumenza (VA), luglio 2015

La seconda risale al 2015, l’ultima volta che lo salutai personalmente. Era l’anniversario dell’ insediamento della Comunità benedettina Ss. Trinità a Dumenza (VA), che seguo per la vocalità da anni e con cui lui ha mantenuto sempre legami di amicizia e affetto. Già affaticato dall’ età e dalla malattia, non ha mancato di celebrare con spirito e tenacia, caratteristiche che non l’hanno mai abbandonato fino alla fine. Nella foto lo vediamo con Mons. Stucchi e la Comunità intera in festa.

Grazie di tanto, Monsignore, saremo in molti a ricordarla con affetto. Lei continui a vegliare su tutti noi, ma sulla sua Milano in particolare.

(di Roberta Frameglia, 5 agosto 2017)

Non un, ma IL giro in bici

campagna veroneseIl cielo è limpido. E’ rosa in lontananza, sopra le robinie del Ticino. C’è un tale viavai di uccelli: piccoli, grandi, veloci, tranquilli, silenziosi, urlanti. Il cielo è solo loro a quest’ora. Sembrano avere tutti una missione. Quasi mi sembra di invadere le loro vite, guardandoli troppo.

Non si può dire che ci sia proprio fresco sul balcone dove sono, ma si sta bene, in questi giorni di caldo, ed è già un regalo così.

Mi piace alzarmi presto alla mattina. Non dover uscire presto, prepararmi di fretta, guardare l’orologio: mi piace alzarmi presto e basta. Far colazione, leggere, abbandonarmi al flusso dei pensieri, pensare alle cose che mi aspettano e poi ricordarmi di una ricetta che potrei fare, perdermi in una preghiera intima e poi lasciarmi distrarre dal profumo del rosmarino nel vaso.

Non ho molti ricordi spensierati della mia infanzia, ad uno però sono molto legata. Quando era estate c’era un appuntamento che, come la notte di Santa Lucia o di Natale, non mi faceva dormire, tanta era l’eccitazione: alla mattina presto con papà si andava a fare il giro in bici fra i campi. Non un giro, ma IL giro. Succedeva più o meno 3 volte fra luglio o agosto e ogni volta era IL giro.

Tutti si andava in giro in bicicletta nella campagna veneta, sull’argine dell’Adige poi era la routine fin da piccoli, per nessuno quindi era una novità. La mia e solo mia, però, era andarci alla mattina presto presto e per una bambina di 7 anni era la zingarata più straordinaria del mondo.

Verso le 6, a volte anche prima, dopo una veloce colazione, si partiva, in silenzio, io con la mia graziella piccola e lui con la sua da grande, si attraversava la piazza del paese, tutto era ancora chiuso, si passava nella stradona (ora dico che è una strada normale, ai tempi mi sembrava enorme, a 4-5 forse 8 corsie…) a fianco alla chiesa e davanti al parco giochi. Era un percorso divertente da fare di giorno, perché potevo incrociare sempre amichetti e gente da salutare, ma non in quel momento: avevamo una meta, tutto il resto era distrazione.

Ed ecco che finalmente si girava a sinistra e per una piccola discesa ci si immergeva in mezzo ai campi. Non mi ricordo cosa fosse coltivato, a tratti erano colture “alte” e non vedevo niente attorno, altre più basse, non so altro. Ricordo però nitidamente gli odori di erba, fiori, aria, natura, ma soprattutto i suoni: nessun cip (troppo presto), ma tanti ronzii di mosconi, api, insetti vari che incrociavo e il fruscio delle ruote delle nostre bici sull’asfalto. Senza troppo sforzo sento quei suoni anche adesso, come se fossi in quella campagna. I mosconi e le bici.

Il giro durava un’ora e mezza circa, si andava piano, con leggerezza attenta, a destra a sinistra, non ricordo se il giro cambiasse, ricordo che passavamo davanti ad ampi cortili non ancora seccati dal sole, con i cani che neanche ci abbaiavano, ma ci guardavano solo; qualche capitello coi fiori e i vetri invecchiati; qualche cartello stradale mezzo piegato; neanche un’anima viva. Era l’unico momento in cui papà stava zitto o parlava sottovoce. Nostro era solo il fruscio delle bici e i mosconi attorno.

Poi si rientrava. Erano più o meno le 7 e mezza e si faceva colazione: IL panino col salame. Quello veneto, o la soppressa, mica scherzi!

Ora, nascosta dai parasoli verdi sul balcone, mi gusto i miei suoni della Roberta di oggi: un cip costante, le ali dei piccioni che passano, il mio gatto che si lecca, le campane in lontananza, una macchina, il tic tic del fornello che data l’ora vorrà fare il caffè, un aereo, un signore col cane. Parte l’innaffiatoio automatico del giardino del condominio, la portinaia di fronte ramazza il porfido, il Ticino prosegue mezzo secco, un cane abbaia, una cimice si appoggia sulla parabola, il mio gatto si arrotola.

Sono grande adesso, i ricordi li scrivo, ma i suoni me li gusto come allora.

E’ il primo di agosto.

(di Roberta Frameglia, 1 agosto 2017)

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