Un soprano in monastero

monastero-4-DumenzaEra il 2002 quando misi piede per la prima volta nella loro casa. “Avevi gli occhiali da maestrina”, ricorda ancora qualcuno, io ricordo solo quanto fossi terrorizzata e intimorita. Erano tanti, serissimi, vestiti di blu scuro, colore per quanto elegante non proprio da scampagnata al mare, e tutti mi ascoltavano guardandomi fissi in silenzio. Secondo la mia breve esperienza di direttore, nessun coro, di piccoli o grandi, era mai stato così attento e tutti sembravano voler bere da quello che dicevo, quello che avrebbe detto l’illustre “maestra di canto”. E io cos’avrei detto? Non ne avevo la minima idea.

Fin da subito ho capito che stavo per iniziare un lavoro impegnativo, originale e molto delicato e mi chiedevo in continuazione se ne sarei stata all’altezza. “Qui l’antifona si ripete, poi c’è il primo salmo, ma quello dell’anno C, mentre il responsorio è del I libro, perché la struttura nostra è diversa dalle altre e quindi anche le letture si prendono da qui invece che da là”.

Ma da lì dove? E se è del primo libro, quanti altri ce ne sono? E struttura diversa da chi? Non capivo niente, i miei occhialini da maestrina non mi aiutavano e loro continuavano a guardarmi serissimi nei loro abiti blu che secondo me erano quasi diventati neri.

Sono passati 17 anni da quei primi momenti e allora non sapevo ancora che stavo per legarmi profondamente a degli amici speciali.

Quello che si pensa della vita in un monastero è molto superficiale: si prega tutto il giorno, isolati dalla società e soprattutto dai rapporti umani, nascosti e chiusi in un luogo buio e fermo al medioevo, e, secondo i più accaniti, si “predica bene” anziché sporcarsi le mani “fuori”.

Ecco invece in sunto quello ho capito io: quando vado da loro 1.i ritmi sono talmente scanditi che non ho mai un attimo di calma; 2.gli incontri e gli scambi umani sono sempre intensi e mai scontati; 3.torno a casa spesso convinta che quello che faccio io fuori è più inutile di quello che succede là dentro; 4.quando sono con loro rido tanto e quando torno sono sempre felice.

Ho pensato tante volte a cosa spinga una persona a fare questa scelta. In alcuni casi ci vedo una fuga, da una situazione emotiva insoluta, da difficoltà relazionali, da scelte sbagliate e desiderio di “redenzione”, ma sono tutte spinte non sufficientemente forti perché la scelta diventi per sempre. Chi invece supera le fatiche normali iniziali, vive il suo cammino in un modo che io posso solo immaginare e rispettare. Io infatti ne ho fatto un altro.

Quello che trovo quando entro in comunità è una tavolozza di colori. Incontro chi ti guarda con cura negli occhi mentre si parla; chi ti lascia passare per primo per una porta o passa prima lui, così come capita, perché si è tutti uguali, pur rispettando le differenze uomo/donna e senza farne un’arma di superiorità. Incontro chi ti ascolta, tanto quanto poi ti racconta di sé; chi si arrabbia perché i cinghialetti entrano nell’orto di notte e si mangiano l’insalata e poi ride; chi ti racconta che i finocchi lessi con un po’ di noce moscata sono più buoni; chi ti chiama fuori al buio perché il cielo quella sera è particolarmente stellato; chi ha due lauree e sta prendendo la terza e chi ancora scivola nel suo dialetto di una volta; chi piange senza vergogna al funerale del proprio confratello, stringendoti forte in mezzo a tutti; chi ti spiega con semplicità il suo tatuaggio sul braccio; chi ride in chiesa se entra un rumore strano da fuori, come i bambini, e poi gli leggi una profondità imbarazzante solo in come si genuflette; chi ti fa trovare i tuoi biscotti preferiti appesi alla maniglia della camera; chi ti racconta senza paure della sua vita caotica prima di entrare in monastero; chi quando conosce tuo marito, lo fissa negli occhi dicendogli: “voglio ricordarmi bene del tuo viso quando pregherò per te”; chi ti sblocca con due mosse il pc impallato e poi non vuole tenere un cellulare quando è in giro; chi commenta con attenzione come sei vestita; chi ti scrive mail delicatissime sul canto e sulla musica per la festa di S. Cecilia; chi sa parlarti dell’ultimo film nelle sale ora o di qualche notizia sui reali d’Inghilterra e poi commenta con la stessa semplicità un articolo di filosofia aristotelica. Incontro chi risponde ad un ospite “qui siamo un po’ tutti poeti, ognuno a suo modo”, perché se anche sei in cucina o sei in lavanderia, o il tuo compito è tagliare la legna o spalare la neve, in ogni tuo impegno c’è ricerca di arte, di cura, di rispetto, di bellezza, di Dio.

Quello che trovo quando entro nella “mia” comunità da 17 anni è una famiglia, con le tensioni di una famiglia, le risate, il supporto, la severità di una famiglia, dove ti senti voluto bene per come sei, ma hai anche il fratello che ti corregge e dove c’è la certezza che qualunque cosa succeda ce la si può fare insieme.

Ecco cos’è una comunità di monaci, ecco come chiunque può sentirsi accolto con loro ed ecco cosa risponderei ora a chi una volta mi chiese “ma chi te lo fa fare?”. Una comunità non è un qualcosa di etereo o di mistico e non è composta da asceti incorporei slegati dalla realtà. E’ come quando si pensa al musicista, che lo si immagina ad occhi semi chiusi in una sorta di trans, che si bea di suoni che volteggiano nell’aria. Un musicista, come un monaco, è un uomo, niente di più, ma con quel di più fatto di concretezza, di determinazione, di fatica, di impegno, di gioia e di scelta costante verso qualcosa e Qualcuno.

Posso confermare che adesso quella veste mi sembra del blu più bello che abbia mai visto.

(di Roberta Frameglia, 23 novembre 2019)

La calza dei morti: riflessioni sulla gratuità

Oggi ho ricevuto un regalo, un regalo piccolino, un regalo piccolino ma talmente potente da farmi tornare a scrivere dopo mesi di inattività: una collega, che conosco da pochissimo tempo, oggi mi ha regalato un sacchettino fatto da lei, chiuso da un fiocco rosso con dentro dei cioccolatini. L’ha chiamato “la calza dei morti”.

La calza dei morti, mi ha raccontato, è una delle tradizioni pugliesi più amate, ancor più della calza della Befana: la notte fra l’1 e il 2 novembre, momento in cui, secondo le antiche credenze, Dio permette ai defunti di far visita ai propri cari sulla terra, i bambini pugliesi ricevono una calza con dolci e cioccolata portati proprio dai cari scomparsi. Il giorno dei Defunti, poi, tutta la famiglia va al cimitero a ringraziare i cari della visita. Un modo semplice per ricordare coi bambini i parenti scomparsi. Nel tempo questa tradizione si è modernizzata, passando dalle calze realizzate ai ferri dalle nonne alle calze più moderne, con dentro in tempi passati frutta secca e frutta di stagione (melograni, cachi, castagne) e oggi dolci e caramelle. Mi ha raccontato dei suoi ricordi di bambina con la tavola della nonna piena di qualunque cosa e tante calze da riempire per i nipoti e profumo di festa in tutte le case.

E’ stato un gesto semplice il suo, non ci conosciamo che da due mesi e si sa che fra nuovi colleghi, prima di aprirsi a vicenda, ci si studia, si va cauti, si valutano tante cose anche in relazione al posto dove si è (e all’età che si ha). In questo segno mi piace leggerci la gioia di condividere la sua tradizione che diventa più forte di qualunque calcolo opportunistico.

Il gesto, non c’è che dire, mi ha colpita tanto e mi sono trovata a riflettere sulla gratuità di quello che facciamo.

Stavo cantando durante una prova in Ara Coeli a Roma, era il 2000, era agosto e si moriva di caldo. La chiesa era aperta ai turisti che la visitavano. Un ragazzo cinese, senza che nessuno gli desse troppa importanza, ricordo che attraversò l’orchestra, mi si avvicinò e mi allungò un ventaglio di carta, rotondo, coi disegnini delicati, proprio di quelli tipici cinesi, facendomi cenno con la mano di tenerlo e se ne andò. Ce l’ho ancora, con la data scritta dietro per non dimenticarla. Come mio marito che, da neanche un mese che ci si conosceva, nel giorno del suo compleanno fece lui un regalo a me, così, perché tutti avrebbero fatto regali a lui e lui, proprio perché era il “suo giorno” voleva fare un regalo a qualcuno (mai più successo, tranquilli).

Sì, perché i regali ormai si fanno quando si deve farli, quando l’altro se lo aspetta, quando lo scambio è quasi obbligato. Poi certo, lo vesti di gioia ugualmente perché è sempre bello fare un regalo, ma quante volte lo facciamo solo per farlo? Io troppo poche.

C’è Natale, c’è il compleanno, c’è la ricorrenza, c’è la visita speciale, c’è l’invito a pranzo: in tutti questi momenti si fa un regalo perché “si deve”, ma non così spesso lo si fa senza un motivo apparente, solo per condividere.

La parola “gratuità” diventa talvolta un contenitore verbale di buone intenzioni, ma non è facile né tanto meno comoda da mettere in pratica. Ho ritrovato un pensiero del professor Morelli, l’illustre psicologo, che per pura casualità avevo letto poco tempo fa proprio sull’argomento, dove affermava che “difficile è la connessione fra la gratuità e la gratitudine che suscita e che induce a ricambiare portando sulla scena lo scambio, che altererebbe la gratuità fino a deformarla in transazione interessata. Una distinzione in qualche modo definibile tra gratuità e scambio interessato è più difficile di quanto normalmente si pensi. Sia perché chi esprime gratuità non è mai del tutto esente da aspettative non solo di riconoscimento, ma almeno di reciprocità se non di restituzione. Sia perché chi riceve gratuità non riesce a non avvertire un bisogno di ricambiare quanto ha ricevuto.”

Un’analisi sicuramente interessante, ma qual è il limite oltre il quale si scarnifica un gesto per ridurlo a puri calcoli, seppure inconsci, dimenticando la bellezza del gesto in sé? È come se guardassi un quadro solo dal punto di vista della pennellata e della tecnica usata o ascoltassi un brano suonato solo valutandone la diteggiatura. La gratuità è condividere senza pensarci su, è quel colore in più che umanizza i rapporti, è quella visione da lontano che, da un insieme di dettagli, ne emerge il tutto. Mi piace pensare che la gratuità nasca da me e dalle mie risorse intime prima che dai miei calcoli, per arrivare ad una condivisione di gesti, di esempi, di progetti, di idee che unisce le persone in un pensiero costruttivo. Non è sentimentalismo e nemmeno casualità. La gratuità è espressione della mia libertà di mettermi in gioco per incontrare il mio vicino, anche sconosciuto. La gratuità è un modo per connetterci l’uno con l’altro, come se tutti avessimo una responsabilità sociale verso il nostro prossimo, in senso religioso come in senso laico.

“Com’è meraviglioso che nessuno abbia bisogno di aspettare un solo attimo prima di iniziare a migliorare il mondo.” (Anna Frank)

Grazie cara nuova collega, perché a tua insaputa i tuoi cioccolatini hanno migliorato il mio mondo.

(di Roberta Frameglia, 1 novembre 2019)

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