La cultura non fa le persone. Sono le persone che fanno la cultura

Ho conosciuto un collega. Adulto, molto più grande di me, un insegnante di musica alle medie con un passato da strumentista in orchestre note. Per una situazione scolastica sulla quale non mi dilungherò, avrebbe dovuto sviluppare una lezione in classe sulla musica etnica africana. Il lavoro avrebbe dovuto comprendere una parte pratica e collegamenti didattici multidisciplinari. Per lo stesso motivo anch’io avevo lo stesso impegno, ma su un argomento diverso, un po’ meno accattivante rispetto al suo. Infatti, appena sentito il suo tema, la mia testa ha iniziato a viaggiare su come avrei potuto impostare il lavoro: il genere musicale africano e le differenze fra le zone d’Africa, l’ambiente sociale in cui si sviluppa, le motivazioni e le finalità di impiego (religiose? di intrattenimento?), gli strumenti musicali utilizzati, l’impiego della voce nei canti, le influenze ricevute e prestate ad altri generi e l’importazione e l’esportazione di tale genere (dallo spiritual al rap africano moderno). I collegamenti interdisciplinari poi sono infiniti: con storia (il colonialismo, le deportazioni e l’Apartheid, ecc); con geografia (gli stati, lo sviluppo economico, le migrazioni, ecc); con italiano (Moravia – “A quale tribù appartieni?”); con arte (l’arte africana, Picasso, Matisse); con inglese (M.L.King); con francese (le colonie francesi); con tecnologie (il petrolio, il cotone), ecc. Un mare magnum di idee, avevo la testa che fumava.

Invece, al caro buon collega una sola cosa interessava. Lui voleva dare un segno forte di disappunto alla commissione giudicatrice: con una bella maglietta verde accesa e la borsa degli strumenti dello stesso colore avrebbe manifestato fieramente tutta la sua contrarietà all’”invasione”.

Ne sono rimasta molto colpita e ci sto pensando da giorni.

“L’insegnante è la persona alla quale un genitore affida la cosa più preziosa che possiede suo figlio: il cervello. Glielo affida perché lo trasformi in un oggetto pensante. Ma l’insegnante è anche la persona alla quale lo Stato affida la sua cosa più preziosa: la collettività dei cervelli, perché diventino il paese di domani” (Piero Angela)

Cervello, oggetto pensante, collettività di cervelli, paese di domani.

Insegnare è aiutare ad avvicinare la novità con curiosità e non con timore, è spiegare come guardare le cose da angolazioni diverse, è guidare nello sviluppare un interesse e poi perseguirlo, perché ci dia soddisfazione, sostentamento, uno scopo. Insegnare è insinuare il dubbio per cercarne i chiarimenti, è stimolare lo stupore nell’inventare e nel costruire. Insegnare è creare tutte le altre professioni.

Ognuno è libero di fare e pensare come meglio crede, ma se sei un insegnante e un educatore, questo cambia tutto!

Hai la responsabilità di persone inesperte da formare, hai l’occasione di guidarle alle novità e allo stesso tempo hai pure tu, docente, la possibilità di imparare e di tenerti aggiornato.

La nostra società, volenti o nolenti, è sempre più multietnica e se proprio temi un’invasione, sii lo strumento più efficace per educare i figli dei nuovi arrivati, perché capiscano come integrarsi e perché i bambini italiani li possano inglobare senza traumi. Sii colui che dimostra che ci deve essere rispetto fra uomo e donna, che un uomo non è mai superiore ad un altro, che esistono le sfumature e non gli estremismi, che il tempo è importante, come lo è l’essere grati e riconoscenti.

Un insegnante è l’unica chiave di volta e la cultura la soluzione.

Ma “la cultura non fa le persone. Sono le persone che fanno la cultura”. (Chimamanda Ngozi Adichie).

Malala Yousafzai, l’attivista pakistana, afferma che “un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo.”

Abbiamo una grande opportunità: sprecarla è da incoscienti.

“Se… riesci a mantenere la calma

quando tutti in attorno a te la stanno perdendo;

se sai avere fiducia in te stesso,

quando tutti dubitano di te

tenendo però nel giusto conto i loro dubbi;

se sai aspettare senza stancarti di aspettare

o essendo calunniato non rispondi con calunnie

o essendo odiato non dare spazio all’odio

senza tuttavia sembrare troppo buono

ne’ parlare troppo saggio;

se sai sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni;

se riesci a pensare senza fare dei pensieri il tuo fine;

se sai incontrati con il successo e la sconfitta

e trattare questi due impostori proprio allo stesso modo;

se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto

distorta da imbroglioni

che ne fanno una trappola per ingenui;

o guardare le cose

per le quali hai dato la vita, distrutte

e umiliarti a ricostruirle con i tuoi strumenti ormai logori;

se sai fare un’unica pila delle tue vittorie

e rischiarla in un solo colpo a testa e croce

e perdere, e ricominciare di nuovo dall’inizio

senza mai lasciarti sfuggire una parola

su quello che hai perso;

se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi

a sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più

e così resistere quando in te non c’è più nulla

tranne la volontà che dice loro: ”resistete”;

se sai parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà

o passeggiare con i re senza perdere il comportamento normale;

se non possono ferirti ne’ i nemici

ne’ gli amici troppo premurosi;

se per te contano tutti gli uomini, ma nessuno troppo;

se riesci a riempire l’inesorabile minuto

dando valore ad ogni istante che passa,

tua è la Terra e tutto ciò che vi è in essa

e quel più che conta

tu sarai un UOMO, figlio mio!” (Rudyard Kipling)

E saprai essere anche un Insegnante.

(di Roberta Frameglia, 24 luglio 2018)

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Il prendersi cura non è mai univoco

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Zig zag cactus (Epiphyllum anguliger)

Proprio a luglio di quattro anni fa, durante una passeggiata per Pavia, mio marito rimase colpito da una meravigliosa e imponente pianta dall’ aspetto tropicale, posta al centro di un negozio di tappezzeria. Dopo pochi tentennamenti decise che dovevamo entrare per chiederne informazioni. La proprietaria, tanto gentile quanto incredula, alla fine di un semplice racconto di viaggio, ne stacca un rametto e ce lo dà. Quel rametto ora è una bella e florida pianta a casa nostra.

A dirla tutta abbiamo capito subito che non era una pianta difficile da tenere: è della famiglia dei cactus, che si sa richiedono poca acqua, molta luce e poco altro. Ma ad essere sincera non l’ho mai pensata così: da sempre sono convinta che anche le piante sentano se l’ambiente dove vivono è sereno. E te lo dimostrano fiorendo, crescendo, allungandosi, abbelliscono la casa, il balcone, il giardino, ti ripropongono quello che respirano nelle tue cure, ti fanno capire che stanno bene perché tu ci tieni che stiano bene. Perché il prendersi cura non è mai un gesto univoco.

E’ passato più di un mese dalla fine della scuola e con occhi nuovi ripenso all’ anno passato, il più intenso da quando insegno. La nuova esperienza al Liceo Musicale è stata una ventata di aria fresca per il mio percorso di insegnante, nonostante le fatiche nell’ ambientarmi e soprattutto nell’ affrontare il mondo degli adolescenti.

Quello che ne ho ricevuto è stato impagabile. Dopo gli ultimi saggi sono stata sommersa da parole commoventi dei ragazzi e dei genitori per il lavoro fatto, parole che non è certo che meritassi del tutto, ingigantite dal momento vissuto con trasporto. A me era già bastato vederli cantare tutti di fronte a me, soprattutto i più timidi, impegnati e fieri, quelli che a fatica si intonavano in mezzo agli altri, ma che comunque cantavano e a memoria. Mi era bastato intercettare che durante gli applausi qualcuno delle file dietro si dava il cinque basso, nascosti da quelli davanti, o prepararmi con le ragazze che si truccavano a vicenda, senza distinzione di età e di classe e ridere con loro perché non si trovava la lacca e allora si usava il vecchio metodo della mano inumidita con la saliva. Mi era bastato vederli soddisfatti quando un’armonia riusciva intonata dopo dieci volte stonate, o quando mi potevano prendere in giro perché vedevano che tanto quanto pretendevo che imparassero i testi a memoria io per prima non li sapevo e bofonchiavo ogni volta cose diverse. Mi era bastato raccogliere le confidenze di cuore o gli sfoghi dopo le litigate e il giorno dopo ricevere un veloce “ah prof, grazie per ieri. Tutto a posto adesso”. Mi era bastato vedere l’entusiasmo che ci mettevano nel costruire il brano insieme a me, proponendomi ritmiche particolari o successioni di strofe alternative.

Una classe mi ha scritto una lettera, a mano, ordinata, appassionata, vera, profonda, firmata da tutti. L’ho letta e riletta come mai ho fatto in passato. Contiene tutto quello che ogni insegnante dovrebbe ricevere e di nuovo non so se mi sono meritata quelle parole e se in futuro ne riceverò ancora di simili. Quello che mi tengo più caro sono due frasi: “…ci è sempre stata vicina e ha sempre creduto in tutti noi… Ognuno si porta a casa qualcosa di nuovo da poter utilizzare per affrontare al meglio la nostra vita”.

E’ come curare una pianta: la curi, credi in lei e lei trae dal tuo amore la linfa per poter vivere. Ed è lo stesso che io ho ricevuto dai miei ragazzi: è stato un lavoro di squadra, ci siamo seguiti a vicenda, abbiamo avuto fiducia l’uno dell’altro, ci siamo conosciuti e mentre io mi prendevo cura di loro, loro si sono presi cura di me. Non sono loro a dover ringraziare me, ma anche io loro.

Perché il prendersi cura è sempre uno scambio.

Lettera 1AM Liceo Magenta - giu2018 - pezzo

(di Roberta Frameglia, 17 luglio 2018)

 

Maggio e il saggio di danza

roberta 1981

“Lo Schiaccianoci”

Da quando ho ricordo maggio è sempre stato il mese dei saggi di fine anno: a scuola, alle attività pomeridiane, ai corsi extrascolastici maggio è il mese degli incastri delle prove supplementari, dell’ansia da esibizione, della corsa allo studio di quello che non è pronto. Così quando ero bambina, così adesso che sono dall’altra parte, come principale causa di tanta ansia.

Di attività pomeridiane da bambina ne ho sempre fatte parecchie, come ogni bambino che si rispetti, e ogni pomeriggio della settimana era impegnato: pianoforte, inglese, danza, catechismo, coro. C’è anche stato un vano tentativo di farmi fare nuoto, ma il corso è stato di brevissima durata e di altrettanto breve successo: nonostante le lunghe e laboriose opere di convincimento di mia mamma e dell’istruttrice a cui rimanevo avvinghiata come un koala al suo albero, al terzo incontro finalmente tutti hanno riconosciuto che non avrei mai partecipato ai mondiali di nuoto. Io l’avevo capito appena sentito il freddo dell’acqua sul piedino che si immergeva.

Del corso di danza invece ho dei ricordi bellissimi. La maestra Rossella era la nostra insegnante  e teneva dei cicli nella sala più grande dell’oratorio del mio paese, fin da subito con grande successo. Erano gli anni 80, non c’era internet, non c’era alcun tipo di forcing, la tv aveva i tre canali della Rai e forse da qualche anno si iniziava a parlare di Canale 5, c’erano i “Giochi senza frontiere”, a giugno fiorivano i tigli e profumavano tutto (mentre adesso iniziano a fine aprile…). Insomma il mondo era più lento, misurato, rilassante e… felice in un modo naturale.

La maestra Rossella era una bella signora. Magari ai tempi aveva 20 anni, ma per me bambina era una “signora”. La ricordo gentile ed elegante, ma decisa, una bella donna mora sempre col body e il tutù di rito, con un odore inconfondibile di sigaretta e profumo: la adoravamo tutte e tutte da grandi saremmo diventate come lei e avremmo fatto le ballerine.

Personalmente non avevo grandi velleità e non ho mai fatto carte false per avere parti principali: lei disponeva e decideva come una regina buona e a me andava bene. La cosa per noi più bella, mi ricordo, era poter indossare tutto il completo, calze, tutina, scarpette, di color rosa pallido che fa sempre tanto ballerina, anche se non sai neanche alzare le braccia: il rosa-ballerina era già il primo segno identificativo che eri sulla strada giusta per un futuro di successo. Mi ricordo poi quando la maestra Rossella disse a mia mamma che era arrivato il momento di comprarmi le scarpe a punta: stavo passando al livello successivo, da bambinetta a ballerina grande. Avevo 10 anni, certo che ero grande!

le galline - saggio danza 1985

“La gallina e i pulcini”, io la prima a sinistra

Il periodo che precedeva il saggio era il più articolato e c’era molta concitazione ad ogni lezione: le mamme cucivano i costumi, si compravano i trucchi e i lustrini per i capelli, si stava concretizzando il sogno di essere finalmente sul palco vero.

La prova generale era il momento che noi piccole preferivamo: finalmente potevamo vedere da vicino le ragazze grandi, quelle brave, belle, coi capelli bellissimi, truccate, che facevano lezione per ultime nel pomeriggio, che tornavano a casa da sole (in realtà anche io, che abitavo a 2 passi dalla sala dell’oratorio, ma non era lo stesso!), che parlavano solo tra loro (aspetto determinante per essere adorate da lontano), che potevano permettersi il lusso di non mettere le scarpe a punta perché il balletto che dovevano fare non le richiedeva e non per incapacità. Solitamente avevano 3-4 anni più di noi, ma a quell’ età era paragonabile ad una distanza di decenni.

Insomma le “grandi” erano i nostri miti: per un mese intero non si aspettava che di vederle, non di vederle ballare, ci bastava vederle e basta. Molto spesso poi la maestra Rossella strutturava il balletto in modo da far interagire una di loro con tutte noi piccole e quello era l’apoteosi. Ricordo esattamente quando successe che noi, in cerchio in ginocchio, dovevamo sostenere una di loro che piroettava al centro appoggiandosi sulla nostra spalla a turno: in quel momento non era importante lei, ma ognuna di noi che aveva una responsabilità enorme, per sostenerla fisicamente e psicologicamente, nonostante a dirla tutta il suo appoggio fosse solo simbolico. No, tutto dipendeva da ognuna di noi e da nessun altro.

Il momento invece che creava più tensione era il saluto finale. Il saggio si teneva al cinema dell’oratorio che all’occorrenza diventava un teatro. In quell’occasione era ovviamente straripante di genitori e parenti esaltati. Al termine delle esibizioni ogni bambina veniva presentata e a turno fra gli applausi, andava al centro del palco, faceva l’inchino e lanciava al pubblico una rosa. Il problema “rosa” a casa mia è sempre stato motivo di discussione (uno dei tanti): le mie amiche andavano dal fioraio, la sceglievano fra le più grosse e del colore che volevano, se la facevano incartare col cellophane e arrivavano tronfie con la loro magnifica e costosa rosa. Io avevo quella che mio papà aveva preso dall’ orto: in certi anni era più grossa, in altri più striminzita (dipendeva dal tempo e dall’ acqua dei giorni prima), il colore era sempre rosa perché quelle erano state piantate, il gambo era avvolto col domopak. La mia faccia era sempre la stessa e la filippica di mio papà idem: la tua è più vera, non è pompata da serra, il colore è naturale ecc ecc. Sai che mi importava, secondo me era da poveri, io volevo il cellophane come i ricchi e soprattutto sapevo io come le altre bambine mi guardavano, con la loro meravigliosa e grassa rosa finta.

Passato quel momento, per i giorni successivi si riviveva dei lustrini di quella sera (che fra l’altro ti ritrovavi ancora dappertutto), e presto dimenticavi gli errori, le dimenticanze, le scivolate: avevi vissuto una serata da Hollywood e questo era il sogno avverato.

Credo di aver passato così una decina di maggio, finché la musica non mi ha costretta ad una scelta definitiva. Non avrei avuto alcun futuro come ballerina, come nessuna di noi, ma ricordo che tutte ci si metteva lo stesso impegno come se lo potessimo diventare.

Non c’è anno che non ricordi quei saggi di danza e non ripensi alla mia meravigliosa maestra Rossella.

(di Roberta Frameglia, 27 maggio 2018)

dalla maestra rossella , danza. 29.5.2018

PS. Qualche giorno dopo un’amica mi dice di aver fatto leggere l’articolo alla maestra di suo figlio, che scopro essere proprio la mia Maestra Rossella. Questa la sua risposta:

 

 

 

Flow gently, dear Afton…

E’ ricapitato. Un film che mi avrebbe lasciato poco, grazie ad una canzone è diventato motivo di citazione, di ricerca, di commozione.

Si tratta di Genius, un film biografico del 2016, che racconta il rapporto lavorativo prima, maturato in amicizia dopo, fra il grande editore Maxwell Perkins e lo scrittore Thomas Wolfe, sviluppatosi intorno al 1930 a New York. Il cast stellare del film (Colin Firth, Jude Law, Nicole Kidman, Laura Linney, ecc) e l’argomento, mi hanno attratta fin da subito. Perkins è stato lo scopritore e il curatore editoriale di molti grandi della letteratura americana di quegli anni, da Scott Fitzgerald a Ernest Hemingway, fino al meno conosciuto (da noi) Wolfe, scrittore eccentrico e dissoluto, con cui il pacato e misurato Perkins, che non toglie il cappello nemmeno a tavola con la moglie e le 5 figlie, instaurerà un rapporto lavorativo fatto di contrasti, ma ugualmente di forte amicizia. “Genius” potremmo riferirlo allo scopritore di talenti e ai talenti stessi. Un titolo “palindromo”.

Però, nonostante il cast, a mio avviso il film non decolla, resta grigio-seppia com’è la fotografia di tutto il film. I dialoghi rimangono scambi e non incontri, le scene sembrano spezzoni e non vi ho percepito fluidità; c’è stata molta attenzione ai dettagli (le unghie di Max impeccabili e quelle di Tom sporche), qualche buona idea (i due amici sul tetto a guardare la città nella penombra, ad esempio, momento in cui Tom rivede in Max il padre che non ha mai avuto), che non ha avuto sviluppo, non ha avuto una direzione globale. Nemmeno quando Wolfe trascina Perkins e il suo cappello in un Jazz Club di Harlem, e il piede di Perkins si lascia andare a battere il tempo, la storia si è rivelata originale: tante volte si è vista una scena simile, era prevedibile. 

Ma un momento da togliere il fiato c’è stato. Alla fine del film, al funerale di Wolfe. Devo però essere sincera: non per la trama, ma per la scelta della canzone.

Si tratta di “Afton water song”, che Perkins, in un altro momento del film, chiama “Flow gently, sweet Afton”, definendola la sua canzone preferita. Tutta la colonna sonora è affidata al compositore Adam Cork, vincitore di Tony Awards e collaboratore di lunga data del regista Michael Grandage. In particolare la rielaborazione per coro a cappella di questo canto è, nell’apparente semplicità, grandiosa.

La canzone è la prima strofa del poema lirico che descrive il fiume Afton in Ayrshire, in Scozia, del quale sotto aggiungo il testo e la traduzione. Fu composto dal poeta Robert Burns nel 1791 e musicato da Jonathan E. Spilman nel 1837. Il ritmo di tutta la poesia è molto dolce e rilassante, sviluppato prevalentemente in molti monosillabi. Può essere visto come un inno alla pace ed è spesso cantato sulla melodia del famoso canto natalizio “Away in a Manger” chiamato “Cradle Song”.

Musica e testo accompagnano insieme il momento di pace finalmente trovata dallo scrittore Wolfe, dopo una vita costernata di eccessi di esuberanza e depressione, di successi e disperazione. E’ un momento che ti lascia senza respiro, non muovi un muscolo e tutto è concentrato a gustare le armonie, i movimenti delle voci, le sospensioni armoniche e le risoluzioni, in un fluire di respiri e apnee, respiri e apnee… Meraviglioso.

Il bardo scozzese Robert Burns, autore del canto, è anche l’autore del più noto “Auld Lang Syne”, nota in Italia come Valzer delle candele, oppure  Il canto dell’addio, canzone tradizionale diffusissima nei paesi di lingua inglese, dove viene cantata soprattutto nella notte di capodanno per dare l’addio al vecchio anno e in occasione di congedi, separazioni e addii. Il testo della canzone è un invito a ricordare con gratitudine i vecchi amici e il tempo lieto passato insieme a loro. Burns è un poeta tutt’oggi ancora molto celebrato e Società letterarie e singole famiglie organizzano ogni anno una cena in onore dell’anniversario della nascita del loro bardo, il 25 gennaio. Per l’occasione, l’intera nazione celebra la propria identità e il proprio orgoglio scozzese, seguendo le bicentenarie tradizioni in modo attento e nostalgico.

Consiglio, nonostante la mia opinione poco entusiasta, di vedere il film, per poter gustare l’ascolto di questo brano nel contesto della storia. In ogni caso, il link sotto rimanda al brano singolo.

 

Flow gently, sweet Afton, among thy green braes,
Flow gently, I’ll sing thee a song in thy praise;
My Mary’s asleep by thy murmuring stream,
Flow gently, sweet Afton, disturb not her dream.

Scorri piano dolce Afton, tra le verdi rive,
scorri piano, ti canterò una canzone in tua lode;
la mia Mary si è addormentata al mormorio della tua corrente,
scorri piano dolce Afton non disturbare il suo sonno.

(di Roberta Frameglia, 4 febbraio 2018)

In un giardino non si è mai soli

monastero ss.trinità dumenzaNon vi è mai capitato di cercare un libro perché ne avete sentito al volo una frase citata alla radio o alla tv? A me spesso. Questa in particolare non era una pubblicità del libro, ma l’introduzione ad un argomento più ampio e mi ha incuriosito. No, mi ha proprio conquistata.

Il libro poi l’ho letto tutto e anche se la storia non mi ha convinta, la narrazione l’ho trovata superba, per le metafore e le immagini. E, come spesso succede, parlava di tutt’altro rispetto alla frase che mi ha colpita.

Si tratta di “Tre cavalli” di Erri De Luca. Non è un romanzo tradizionale e fluido, che leggi anche nel salone dell’asilo di tuo figlio perché la storia è facile e avvincente.

Per De Luca serve l’atmosfera giusta, la musica giusta, puoi anche riuscire ad estraniarti in una metropolitana piena, ma quando rialzi lo sguardo non ti guardi attorno allo stesso modo. Richiede impegno, attenzione, ti ritrovi con gli occhi socchiusi mentre osservi intorno, il fiato è rallentato, i colori del mondo sono sfumati e pastello, anche se la pagina è intensa e cruda.

Il passo (ridotto alla radio) era questo:

“Così mi trovo a stare la giornata in un giardino a badare ad alberi e a fiori e a stare zitto in molti modi e dentro qualche pensiero di passaggio, una canzone, la pausa di una nuvola che toglie sole e peso dalla schiena. Vado per il campo con un nuovo alberello di melo da piantare. Lo metto giù, lo giro, guardo i suoi rami appena accennati tentare posto nello spazio intorno. Un albero ha bisogno di due cose: sostanza sotto terra e bellezza fuori. Sono creature concrete ma spinte da una forza di eleganza. Bellezza necessaria a loro è vento, luce, uccelli, grilli, formiche e un traguardo di stelle verso cui puntare la formula dei rami. La macchina che negli alberi spinge linfa in alto è bellezza, perché solo la bellezza in natura contraddice la gravità. Senza la bellezza l’albero non vuole. Perciò mi fermo in un punto del campo e chiedo: “Qui vuoi?” Non mi aspetto una risposta, un segno nel punto in cui tengo il suo tronco, però mi piace dire una parola all’albero. Lui sente i bordi, gli orizzonti e cerca un punto esatto per sorgere. Un albero ascolta comete, pianeti, ammassi e sciami. Sente le tempeste sul sole e le cicale addosso con la stessa premura di vegliare. Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano. Se viene da un vivaio e deve attecchire in suolo sconosciuto, è confuso come un ragazzo di campagna al primo giorno in fabbrica. Così lo porto a spasso prima di scavargli il posto.” (Tre cavalli, Erri De Luca, Feltrinelli, Milano 1999, p. 18-19)

Trovo questo racconto di una tale bellezza. Non è espresso un tempo definito, né uno spazio preciso, solo il necessario, quindi l’infinito e l’indefinito, un “traguardo di stelle verso cui puntare” che non ha fine. Il dialogo fra l’albero e il suo giardiniere è senza un codice determinato, le parole, ma è un’intesa istintuale di fiducia reciproca. “Un albero ascolta” e il suo giardiniere anche.

Il dialogo poi prosegue nei pensieri del protagonista:

“Guardo le terre, penso al giardino. Crescere alberi dà soddisfazione. Un albero somiglia a un popolo, più che a una persona. S’impianta con sforzo, attecchisce in segreto. Se resiste, iniziano le generazioni delle foglie. Allora la terra intorno fa accoglienza e lo spinge verso l’alto. La terra ha desiderio di altezza, di cielo. Spinge i continenti all’urto per innalzare creste. Si struscia attorno alle radici per espandersi in aria con il legno. E se è fatta a deserto, fa polvere per salire. La polvere è una vela, migra, scavalca il mare. Lo scirocco la porta dall’Africa, ruba spezie ai mercati e ci condisce la pioggia. Razza di capomastro è il mondo.” (Ivi, p. 22)

Dalla pittura alla scultura, dalle pagine letterarie alle narrazioni tramandate per via orale, l’albero è un simbolo universalmente presente, un’immagine archetipica talmente forte da vivere e protrarsi nel tempo e nello spazio.

L’albero della vita; l’albero della conoscenza nell’Eden; l’albero che Darwin utilizza per spiegare la teoria dell’evoluzione; l’albero di Klimt e il suo perpetuo rinnovarsi; l’albero che connette cielo e terra; che permette, con la fotosintesi, la vita sulla terra; l’albero simbolo dell’umanità che continuamente si rinnova e rinasce; l’albero della Croce; l’albero del silenzio e dell’ascolto nel pineto di D’Annunzio; l’albero che, con la sua mela, ha svelato la gravità a Newton; ecc ecc.

De Luca prosegue:

Di pomeriggio arriva il leccio. Assesto le radici nello scavo, lo puntello a tre pali, concimo e annaffio. È già un bel tronco, gli costa sforzo e pericolo impiantarsi da cresciuto. A volte si intristiscono e non vogliono più vivere. Gli canticchio intorno per benvenuto, lo lego per dargli forza.” (Ivi, p. 25)

Gli canticchia intorno. Tifa per lui. Poi di nuovo silenzio. E’ un silenzio di spessore diverso: quello abitato da un pensiero, da un ricordo, o quello “fisico”, che accompagna il riposo del corpo dopo lo sforzo del lavoro. Ed è dialogo e ascolto degli alberi, perché “in giardino non si è mai soli”, come scrive Pejrone, l’architetto di giardini illustri.

L’aspirazione all’alto, l’essere ben ancorati a terra, il silenzio e l’ascolto, l’intesa silenziosa, la fiducia. Leggetevi dentro qualunque significato, cristiano o laico: io ne sono rimasta semplicemente incantata.

(di Roberta Frameglia, 17 agosto 2017)

Non DI speranza, ma CON speranza. Ricordando Monsignor Tettamanzi

tettamanzi, sant'ambrogio

Basilica di Sant’Ambrogio (MI), 2011

“La SSoliSSta”: così mi salutava sempre da lontano con la mano a ciao e la sua esse inconfondibile, il Cardinale Tettamanzi. E’ il ricordo di lui che mi fa più sorridere e commuovere allo stesso tempo. Mai una volta, dico mai, da quando mi ha messa a fuoco, ha dimenticato di salutarmi passando. Non mi sento prediletta, lui era così: il Duomo, o qualunque chiesa dove avesse appena celebrato, chiudeva anche un’ora intera dopo, perché lui doveva salutare tutti, chiunque andasse a parlargli, nessuno escluso. Questo principalmente ha sempre colpito di lui: era un parroco che alla fine della messa controlla che i suoi parrocchiani stiano tutti bene, uno per uno.

E’ uno scritto questo diverso dagli altri miei pensieri del blog, è un ricordo semplice ma pieno di affetto per una persona a cui sono sempre stata molto legata e che, per la sua affabilità, è entrato nelle simpatie di tantissima gente, da Ancona a Genova, dove è stato arcivescovo dal 1989 al 2002, fino a quando è arrivato a Milano nel 2002, che segna anche l’inizio del mio impegno in Duomo.

Conservo tanti ricordi personali e altrettante confidenze di amici che gli sono stati vicini, e in tutte traspare la sua semplicità, generosità, il suo essere grato e riconoscente a chi gli era vicino.

Al suo arrivo il paragone col predecessore, il Cardinale Martini, è stato inevitabile: coscienza critica della società, Tettamanzi, della Chiesa, Martini (da un’intervista a Mons. Giudici del 2012), ma a nessuno dei due probabilmente sarebbe piaciuta una tale definizione.

Era l’arcivescovo della gente, piccolino ma “vivo”, sempre sorridente, si spendeva con gioia e carità, con un’espressione rotonda e gentile che raggiungeva tutti.

Nel mio Cantemus (Cantemus Domini, libro dei canti di rito ambrosiano), custodisco dal 2006 due frasi che mi hanno colpito dal suo discorso al Convegno ecclesiale a Verona (fra tutti i suoi discorsi, proprio quello, non so perché): “E’ meglio essere credente senza dirlo che proclamarlo senza esserlo”, riprendendo Sant’ Ignazio di Antiochia, e “Non bisogna parlare “di” speranza, ma “con” speranza”. Ecco, credo che la sua vita sia stata spesa proprio con la semplicità di chi “fa” senza atteggiarsi, di chi vive “con” speranza. Non avrà riscosso successo fra gli alti teologi, ma gli sguardi della gente li ha conquistati tutti e le mani di tanti le ha strette con verità.

Era il “mio” vescovo. Ho ricordi di Mons. Amari, vescovo di Verona quando ero piccola, del Cardinale Martini di riflesso, di altri molto vagamente, ma Mons. Tettamanzi l’ho vissuto fin dal suo arrivo a Milano, quando anche io ho iniziato le mie collaborazioni con la Curia, e poi l’ho seguito anche in molti dei suoi spostamenti, e come per tanti è stato Giovanni Paolo II, per me Tettamanzi era quasi “uno di famiglia”.

Fra i molti ricordi fotografici che ho con lui durante le celebrazioni in Duomo, a Roma e altrove, a due sono particolarmente legata.

La prima, in copertina, è in Sant’ Ambrogio a Milano, durante la celebrazione per la Giornata per la Vita Consacrata, nel 2011. Lui, appassionato musicista, seguiva con attenzione le esecuzioni musicali e non mancava di commentarle con discrezione privatamente.

dumenza tettamanzi stucchi 2015

Dumenza (VA), luglio 2015

La seconda risale al 2015, l’ultima volta che lo salutai personalmente. Era l’anniversario dell’ insediamento della Comunità benedettina Ss. Trinità a Dumenza (VA), che seguo per la vocalità da anni e con cui lui ha mantenuto sempre legami di amicizia e affetto. Già affaticato dall’ età e dalla malattia, non ha mancato di celebrare con spirito e tenacia, caratteristiche che non l’hanno mai abbandonato fino alla fine. Nella foto lo vediamo con Mons. Stucchi e la Comunità intera in festa.

Grazie di tanto, Monsignore, saremo in molti a ricordarla con affetto. Lei continui a vegliare su tutti noi, ma sulla sua Milano in particolare.

(di Roberta Frameglia, 5 agosto 2017)

Non un, ma IL giro in bici

campagna veroneseIl cielo è limpido. E’ rosa in lontananza, sopra le robinie del Ticino. C’è un tale viavai di uccelli: piccoli, grandi, veloci, tranquilli, silenziosi, urlanti. Il cielo è solo loro a quest’ora. Sembrano avere tutti una missione. Quasi mi sembra di invadere le loro vite, guardandoli troppo.

Non si può dire che ci sia proprio fresco sul balcone dove sono, ma si sta bene, in questi giorni di caldo, ed è già un regalo così.

Mi piace alzarmi presto alla mattina. Non dover uscire presto, prepararmi di fretta, guardare l’orologio: mi piace alzarmi presto e basta. Far colazione, leggere, abbandonarmi al flusso dei pensieri, pensare alle cose che mi aspettano e poi ricordarmi di una ricetta che potrei fare, perdermi in una preghiera intima e poi lasciarmi distrarre dal profumo del rosmarino nel vaso.

Non ho molti ricordi spensierati della mia infanzia, ad uno però sono molto legata. Quando era estate c’era un appuntamento che, come la notte di Santa Lucia o di Natale, non mi faceva dormire, tanta era l’eccitazione: alla mattina presto con papà si andava a fare il giro in bici fra i campi. Non un giro, ma IL giro. Succedeva più o meno 3 volte fra luglio o agosto e ogni volta era IL giro.

Tutti si andava in giro in bicicletta nella campagna veneta, sull’argine dell’Adige poi era la routine fin da piccoli, per nessuno quindi era una novità. La mia e solo mia, però, era andarci alla mattina presto presto e per una bambina di 7 anni era la zingarata più straordinaria del mondo.

Verso le 6, a volte anche prima, dopo una veloce colazione, si partiva, in silenzio, io con la mia graziella piccola e lui con la sua da grande, si attraversava la piazza del paese, tutto era ancora chiuso, si passava nella stradona (ora dico che è una strada normale, ai tempi mi sembrava enorme, a 4-5 forse 8 corsie…) a fianco alla chiesa e davanti al parco giochi. Era un percorso divertente da fare di giorno, perché potevo incrociare sempre amichetti e gente da salutare, ma non in quel momento: avevamo una meta, tutto il resto era distrazione.

Ed ecco che finalmente si girava a sinistra e per una piccola discesa ci si immergeva in mezzo ai campi. Non mi ricordo cosa fosse coltivato, a tratti erano colture “alte” e non vedevo niente attorno, altre più basse, non so altro. Ricordo però nitidamente gli odori di erba, fiori, aria, natura, ma soprattutto i suoni: nessun cip (troppo presto), ma tanti ronzii di mosconi, api, insetti vari che incrociavo e il fruscio delle ruote delle nostre bici sull’asfalto. Senza troppo sforzo sento quei suoni anche adesso, come se fossi in quella campagna. I mosconi e le bici.

Il giro durava un’ora e mezza circa, si andava piano, con leggerezza attenta, a destra a sinistra, non ricordo se il giro cambiasse, ricordo che passavamo davanti ad ampi cortili non ancora seccati dal sole, con i cani che neanche ci abbaiavano, ma ci guardavano solo; qualche capitello coi fiori e i vetri invecchiati; qualche cartello stradale mezzo piegato; neanche un’anima viva. Era l’unico momento in cui papà stava zitto o parlava sottovoce. Nostro era solo il fruscio delle bici e i mosconi attorno.

Poi si rientrava. Erano più o meno le 7 e mezza e si faceva colazione: IL panino col salame. Quello veneto, o la soppressa, mica scherzi!

Ora, nascosta dai parasoli verdi sul balcone, mi gusto i miei suoni della Roberta di oggi: un cip costante, le ali dei piccioni che passano, il mio gatto che si lecca, le campane in lontananza, una macchina, il tic tic del fornello che data l’ora vorrà fare il caffè, un aereo, un signore col cane. Parte l’innaffiatoio automatico del giardino del condominio, la portinaia di fronte ramazza il porfido, il Ticino prosegue mezzo secco, un cane abbaia, una cimice si appoggia sulla parabola, il mio gatto si arrotola.

Sono grande adesso, i ricordi li scrivo, ma i suoni me li gusto come allora.

E’ il primo di agosto.

(di Roberta Frameglia, 1 agosto 2017)

Magna ‘na menta e te passa tuto

20170728_154318aHo sempre amato la menta. Tutto quello che odorava di balsamico mi è sempre piaciuto. E’ rassicurante, come quando mia mamma mi diceva “magna ‘na menta e te passa tuto”, riferendosi alla nausea, alla fame, alla sete, al singhiozzo, alla stanchezza, a tutto: per mia mamma la menta poteva essere il rimedio per tutto. E in parte credo fosse vero, dal momento che a partire da lei, sia mia nonna fino a mia suocera potevano non avere soldi nella borsetta, ma di sicuro avevano almeno 5 caramelle alla menta di quelle lunghe e verdi, dai nomi inquietanti (“gelo menta”, “ghiaccio menta”, “menta fredda”), che ti durano in bocca per giorni e puoi solo far cenni con la testa, perché parlare è impossibile.

Anche nella mia di borsetta una scatoletta di mentine (ine) c’è sempre, ma quello che amo di più della menta è quando si sposa col latte: un bicchiere di latte con un dito e mezzo di sciroppo di menta e una foglia di menta fresca dentro da masticare alla fine ed è subito estate! E’rinfrescante, dissetante e rilassante. Un bicchiere di latte e menta è rilassante! Non è allegro come un mojito, trendy e giovane, da locale sui Navigli o sul lungomare abbronzati.

20170728_154634aUn bicchiere di latte e menta è da balcone, mentre tieni sulle gambe un libro e attorno c’è silenzio perché i vicini sono già in vacanza, i gatti dormono e le cicale sono lontane; è da tavolo in cucina, con le finestre aperte mentre lavori al computer con della musica da camera di Villa Lobos; è da giardino dopo che sei tornato dalla spiaggia, quando percepisci come avvolgente la tua pelle dopo il sole e la doccia.

In realtà tutto quello che sa di menta mi piace: dagli infusi ai the, caldi in inverno e ghiacciati d’estate, dalle creme balsamiche per le contratture o per i raffreddori.

zuppa-gallureseLa prima volta invece che ho gustato veramente la menta in cucina è stato al primo pranzo dai miei suoceri, sardi, con la zuppa gallurese. Nella nostra tradizione culinaria veneta la menta si usa molto meno che in quella sarda e avere di fronte un primo piatto fatto di pane, formaggio e menta era una novità assoluta.

La zuppa gallurese, definito piatto dei poveri, ma presente oggi anche nei migliori ristoranti sardi, è un piatto che rappresenta benissimo il carattere dei sardi: c’è il pane, la peretta di formaggio, il brodo di carne e la menta, tutti ingredienti sinceri, senza fronzoli, veri, “sudati”, come sono i sardi.

La teglia intera era portata a tavola con solennità veloce (perché arrivava direttamente dal forno ancora bollente) e lì si facevano le parti: enorme per mio suocero e per mio marito, discreta per mia suocera, e minima per me, per discrezione (tanto sapevano che facevo sempre il bis), mentre una teglietta rimaneva nel forno spento, pronta per darcela da portare a casa.

Non ricordo festa, pranzo o cena invernale o estiva in Sardegna in cui non ci fosse la zuppa, compresi gli immancabili paragoni fra le cuoche (tutte parenti e tutte cuoche eccezionali), che si schermivano l’un l’altra (eh, io non la faccio così buona – ma come, tu la fai più buona di tutte perché usi il pecorino di zio – invece a te viene meglio perché usi il brodo di pecora…), mentre tutte erano d’accordo che quella al ristorante “non è di casa”.

“La menta implica freschezza, fiducia e valori tradizionali”, dicono e io ne sono assolutamente convinta.

(di Roberta Frameglia, 28 luglio 2017)

Tutta una questione di aggettivi

63bc22c62af70d6d263152075e177ef6.pearlsquareUn libro e una matita: ecco quello che risponderei alla domanda dei test estivi “cosa ti porteresti in un’isola deserta?”.

Negli anni certamente sono accresciute la mia curiosità e la mia preparazione informatiche e un tablet sarebbe comodo da trasportare per leggere. No, un libro per me dev’essere cartaceo. E di qualunque tipo sia, dal testo sulla vocalità alla biografia di Mahler, dal thriller di Dan Brown al libro di poesie cinesi. E devo avere una matita a portata di mano.

Perché in un libro c’è sempre un’immagine che mi colpisce, per un particolare accostamento di termini o perché il concetto è propriamente azzeccato. Così lo sottolineo e ne segno la pagina all’inizio, non sulla pagina del titolo, ma in quella precedente, quella bianca, così che quando riprenderò il libro dopo anni andrò a rileggere le sottolineature.

E’ capitato spesso che l’abbia fatto: è un momento solenne, che io carico di emozione, come quando si apre un regalo al compleanno. Il problema è che spesso rimango più delusa che colpita: in realtà quella sottolineatura è il frutto di qualcosa che prima ha lentamente intensificato il pathos, qualcosa che mi ha coinvolto e portato a cogliere quel dettaglio. Estrapolato così, denudato dall’emozione del contesto, rimane una bella figura retorica o un aforisma da cioccolatini, che te ne dimentichi l’istante dopo.

In ogni caso, io sottolineo sempre. In particolare, nel tempo, mi sono accorta che adoro gli aggettivi, spesso gli ossimori (l’accostamento di due termini di concetti opposti fra loro, es.“ghiaccio bollente”), ma diciamo gli aggettivi in generale.

Perché secondo me sono gli aggettivi che fanno girare il mondo e sono sempre gli aggettivi con cui si dovrebbe far fare esperienza fin da bambini.

Cos’è un aggettivo? È un qualcosa che specifica qualcos’altro. Non voglio perdermi nella classificazione, di cui sono ignorante, ma vorrei soffermarmi sull’importanza della definizione precisa di un concetto, di un’immagine, di una sensazione.

Faccio qualche esempio fra gli ultimi che ho in mente.

A. “Forse sarai così pazzo da precipitarti fuori, a passare lo straccio sul tavolo del giardino, a suggerire maglioni, a canalizzare l’aiuto che ciascuno offre con brio maldestro.” (“Si potrebbe quasi mangiar fuori”)

B. “… Una fantasia modesta, una ventata di saggia follia…” (“Si potrebbe quasi mangiar fuori”

C. “In uno sbuffo di calore elettrico e molle penetriamo con effrazione in un’intimità più o meno stravaccata…” (“In un vecchio treno”)

(Da “La prima sorsata di birra” di Philippe Delerm).

A. “I libri nuovi sono petulanti, i fogli non stanno quieti a farsi girare, resistono e bisogna spingere per tenerli giù”.

B. “E vent’anni dopo eccolo regista. Fortuna, ma ci sono fortune che vanno in braccio al primo che incontrano, fortune puttane che piantano subito e vanno col prossimo e invece ci sono fortune sagge che spiano una persona e la collaudano lentamente.”

(Da “Tre cavalli” di Erri De Luca).

Quanto amo perdermi in immagini vaganti e concrete al tempo stesso. La forza di alcune figure mi fanno sorridere, quando l’autore ingrana la figura giusta e i termini esprimono esattamente una situazione, quando ti ci riconosci, senti e vedi quello che lo scrittore vede. E’ bellissimo.

Un aggettivo definisce, chiarisce, puntualizza, seleziona, circoscrive, fissa…

Un aggettivo scava. Scava nelle nostre impressioni, nei nostri stati d’animo, nella nostra intimità, oltrepassa la scorza, la superficie, supera la banalità dell’immediato. L’aggettivo ci permette di esprimere quello che qualcosa è veramente, non solo come appare.

“Come ti senti? Cosa ti sembra?” bene, male, bello, brutto contro entusiasta, preoccupato, sereno, commosso, geloso, impaziente, allegro, sgradevole, spaventoso, divertente, rasserenante, ecc ecc. Se ci sforzassimo di leggere e decifrare i nostri stati d’animo, avremmo meno difficoltà di dialogo, ci sarebbe meno violenza verbale e fisica in generale.

Se crescessimo i nostri bambini stimolandoli a riconoscere le sfumature dei loro sentimenti o delle cose che vivono, svilupperebbero sensibilità articolate, una conoscenza di loro stessi che propenderebbe verso una positività anche nei rapporti. E non si pensi che sia una prerogativa tutta femminile, tutt’altro!

Nulla sarebbe più o bianco o nero, per uomini e per donne, ma ci si incontrerebbe, che so, fra il grigio perlato e il bianco sporco. Cercare dentro noi stessi aggettivi che esprimano il nostro vero stato d’animo combatte il rischio di essere anaffettivi, superficiali, freddi, grezzi, fino ad estremisti e razzisti…

 “Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lunsingato. Cosa intendano gli americani con “felliniano” posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. Ecco, fregnacciaro è il termine giusto.” (dall’intervista a Federico Fellini (1920-2993) di Claudio Castellacci, “L’America voleva colorare la Dolce vita”, Corriere della sera, 30 marzo 1993).

 (di Roberta Frameglia, 10 luglio 2017)

Nuove festività per tutti

Celebration-with-Color-On-Holi-Great-Photos“Come sono i ponti l’anno prossimo?”. Ciclicamente capita a tutti di fare o ricevere questa domanda, sognando di poterci ritagliare dei momenti di stacco durante l’anno. E via a cercare: Immacolata, Natale e Pasqua, 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno, ecc ecc. Ultimamente però secondo me queste feste, sia quelle religiose che quelle laiche, mancano di spinta motivazionale e di significato.

Mi spiego meglio. Per me cattolica le festività religiose hanno un peso importante, alcune feste laiche hanno poi altrettanto valore per la storia del mia nazione, penso al 25 aprile o al 2 giugno, e per questo le rispetto. Ma a parte alcune feste intoccabili (appunto importanti per la nazione o per la religione -più diffusa), perché non pensare a delle festività che aiutino la cooperazione pacifica e la convivenza fra nazionalità diverse (e anche la stessa magari)?

Penso ad alcuni appuntamenti ormai solo strumentalizzati, come la festa della donna, che ricorda un avvenimento che non è conosciuto praticamente da nessuno, o il 1 maggio, oggi giornate a mio avviso solo bistrattate.

Ho immaginato allora delle feste collettive e comunitarie mondiali, che possano coinvolgere tutti senza distinzioni di religione, ceto, professione, ideologia, un periodo di manifestazioni che sfoci nella data prefissata, apice della festa e che coinvolga tutti: dalle scuole primarie alle università, dalle alte cariche istituzionali alle associazioni private.

Non giornate aleatorie, ma pratiche, che coinvolgano fisicamente il più alto numero di persone possibili. Tipo:

  1. La festa delle stagioni: come si faceva una volta, e in alcuni posti si fa ancora: un giorno per ognuna, a marzo, a giugno, a settembre, a dicembre, con la settimana che precede articolata in iniziative legate alla natura, dai mercati ortofrutticoli e dei fiori, da incontri musicali a festival artistici che parlano di quel periodo dell’anno; da appuntamenti culinari a convegni di astronomia, ecc ecc.
  2. La festa della Nazione: tutto il mondo nella stessa settimana, con relazioni, incontri di varia natura per ricordare i momenti salienti della sua storia. Un unico appuntamento preparato da diversi incontri dei giorni precedenti, per valorizzare l’idea dell’unità nazionale e della sua bellezza, fatta non solo dagli stereotipi più superficiali (la pizza, il caffè, nel caso dell’Italia), o da quelli più preoccupanti (“tanto siamo in Italia…”). Un terzo simbolo, insomma, al pari della bandiera e dell’inno nazionale, in cui tutti credano, siano coinvolti e di cui si sentano fieri.
  3. La festa delle arti: non una, ma tutte in contemporanea. Tanti eventi che possano coinvolgere tutti, dalle accademie alle scuole, dai bambini agli anziani, dai circoli culturali ai comitati di quartiere. Tutti impegnati in ogni forma d’arte: dalla letteratura alla pittura; dalla musica alla danza e al teatro; dai lavori manuali più “semplici” (il ricamo, la pittura su tela, la maglia, il decoupage, ecc) ai grandi eventi e ai flash mob colorati e allegri; dai festival del cinema alle mostre fotografiche…
  4. Niente vacanze di Natale e di Pasqua, tanto comode, ma che coinvolgono anche i non cristiani, che sai, lo spirito natalizio può piacere a tutti, ma alla Resurrezione devi proprio credere… E allora niente obblighi o ipocrisie, basta cambiargli il nome: vacanze invernali e vacanze di primavera (come avviene già in molti stati), al cui interno, per chi lo desidera, è festeggiato il Natale e la Pasqua nei reali significati cristiani.
  5. E per valorizzare le nostre comunità multietniche e conoscere le diverse etnie, la festa dei popoli, in cui si possa convogliare negli stessi giorni e nella stessa nazione iniziative che richiamino, che so, l’Oktoberfest, la Festa dei colori indiana, il Thanksgiving, le Fiestas Patrias del Perù, la Festa dei pali della cuccagna dell’Indonesia, con concerti, cene tipiche, e ognuno libero di girare coi costumi tipici del suo paese… (una sorta di “Artigiano in fiera” ambulante).
  6. E poi una giornata mondiale in cui seriamente commemorare i nostri defunti caduti in guerra, in tutte le guerre della storia, che possa servire da monito.

Tante feste in cui ognuno si senta libero di esprimere la propria diversità nello stesso momento. Secondo me, in un mondo così, vivremmo benissimo.

(di Roberta Frameglia, 6 luglio 2017)

Voci precedenti più vecchie

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