Perché in autunno le foglie cambiano colore?

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L’autunno, devo dire, proprio grazie ai suoi colori è la stagione che preferisco. Tanti ci vedono malinconia, depressione, dopo l’estate così spensierata, io invece riesco a sopportare anche la prima nebbiolina, se tutto attorno è arancione/rosso.

Molti autori hanno dedicato canzoni all’autunno, e nonostante quasi sempre manifestino proprio quella vena malinconica di cui parlavo, io riesco sempre a vederne i colori giusti.

Per curiosità ascoltatene qualcuna:

Canzoni italiane:

  • Autunno – Francesco Guccini
  • Ballata d’autunno – Mina
  • E poi verrà l’autunno – Mina
  • Le foglie morte – Patty Pravo
  • Autunno dolciastro – Carmen Consoli
  • Malinconico autunno – Roberto Murolo
  • Pioggia di novembre – Vinicio Capossela
  • Autunno – Stadio
  • Autunno già – Alice
  • Autunno a Milano – Piero Ciampi
  • Settembre – Cristina Donà ft. G. Sangiorgi
  • Novembre – Giusy Ferreri
  • Impressioni di settembre – P.F.M.

Canzoni internazionali:

  • November rain – Guns N’ Roses
  • Autumn – Paolo Nutini
  • Autumn in New York – Billie Holiday
  • Autumn leaves – Nat King Cole
  • ‘Tis autumn – Nat King Cole
  • Autumn sun – Emiliana Torrini
  • October – U2
  • Early autumn – Ella Fitzgerald
  • Harvest moon – Neil Young
  • Autumn song – Van Morrison
  • September morn – Neil Diamond
  • Autumnsong – Manic Street Preachers
  • Wake Me Up When September Ends – Green Day
  • Autumn Leaves – Ed Sheeran
  • Autumn Shade II – The Vines

Ma alla fine perché le foglie cambiano colore?

Lo so, dipende dalla clorofilla, si studia alle elementari. Ma esattamente cosa succede? Non me lo ricordo più e chiedo aiuto a Focus.

«Le foglie verdi, in autunno, diventano gialle, arancioni, rosse, marroni. A cosa si deve questo spettacolo di colori della natura? Secondo David Lee che ha studiato dal 1973 il colore delle foglie presso l’Università Internazionale della Florida «Il colore di una foglia è sottrattivo, come i colori dei pastelli sulla carta».

Autumn maple leaves.

GIALLO-ARANCIO. Nelle cellule delle foglie, infatti, si trovano i carotenoidi (pigmenti chimici responsabili del colore arancione delle carote o del giallo del mais) che però restano invisibili sotto il verde della clorofilla (il pigmento chimico che cattura l’energia del sole). Ma in autunno, quando le foglie si stanno avvicinando alla fine del loro ciclo di vita, la clorofilla diminuisce e il giallo-arancione del carotene e degli altri pigmenti (che normalmente sono nascosti dal verde della clorofilla) prende il sopravvento e si rivela.
autunno-5ROSSO-VIOLA. Le piante producono anche altri pigmenti, gli antociani (dal greco anthos=fiore e kyàneos=blu), che hanno una tinta rossastra-blu e la funzione di “crema solare” contro alcuni raggi ultravioletti (sono anche responsabili del colore blu di molti frutti come i mirtilli). Quando la clorofilla e gli antociani coesistono, il colore delle foglie può virare verso il bronzo, come nei frassini. A concentrazioni sufficientemente elevate, gli antociani fanno invece sembrare una foglia quasi viola, come negli aceri giapponesi.

Yellow and gray autumnal fallen leavesGRIGIO. Infine, i colori autunnali più grigi si formano quando le foglie sono completamente morte perché avviene la degradazione dei cloroplasti (corpuscoli cellulari che contengono la clorofilla). E quando le foglie sono secche, i pigmenti si legano insieme e formano quello che David Lee definisce una “poltiglia marrone”.

Concludo l’omaggio all’autunno con qualche frase celebre fra le mie preferite:

  • Di tutte le stagioni, l’autunno è quella che offre di più all’uomo e chiede di meno. (Hal Borland)
  • Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie (“Soldati” di Giuseppe Ungaretti).
  • Il fogliame ha perso la sua freschezza attraverso il mese di agosto, e qua e là una foglia gialla si mostra come i primi capelli bianchi tra le fessure di una bellezza che ha visto una stagione di troppo. (Oliver Wendell Holmes)
  • Il sole ci aveva sfiancati, resi febbrosi; ora la nebbia ci placa, ci fa rientrare in noi. Le finestre aperte sono come finestre chiuse, non offrono visioni ma solo tende di grigio. È tempo di chiuderle e riscoprire la casa… Autunno di silenzio ritrovato, di concentrazione densa, di solitudine calda, di meditazione, di preghiera, di te. (Adriana Zarri)
  • In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo,– e tuttavia, mi sembra la stagione più bella: volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci debba essere qualcuno che allora mi ami come io ho amato l’autunno. (Søren Kierkegaard)
  • In autunno, il rumore di una foglia che cade è assordante perché con lei precipita un anno. (Tonino Guerra)
  • In autunno, la vigna vergine arrossisce di fronte agli alberi che si denudano. (Sylvain Tesson)
  • L’autunno è la primavera dell’inverno. (Henri de Toulouse-Lautrec)
  • L’autunno è la stagione più dolce, e quello che perdiamo in fiori lo guadagniamo in frutti. (Samuel Butler)
  • L’autunno è miglioramento eterno. È maturazione ed è colore, è la stagione della maturità, ma è anche larghezza, profondità, distanza. (Hal Borland)
  • L’autunno è sempre stata la mia stagione preferita. Il tempo in cui tutto esplode con la sua ultima bellezza, come se la natura si fosse risparmiata tutto l’anno per il gran finale. Non ho mai pensato di avere paura dell’autunno. (Lauren DeStefano)
  • Non posso sopportare di perdere qualcosa di così prezioso come il sole autunnale restando in casa. Così ho trascorso quasi tutte le ore di luce nel cielo aperto. (Nathaniel Hawthorne)
  • L’autunno è un andante grazioso e malinconico che prepara mirabilmente il solenne adagio dell’inverno. (George Sand)
  • L’autunno è una dimora d’oro e di pioggia. (Jacques Chessex)
  • Nessuna bellezza di primavera, nessuna bellezza estiva ha la grazia che ho visto in un volto autunnale. (John Donne)
  • L’autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore. (Albert Camus)
  • Quando, in autunno, raccoglierete l’uva dalle vigne per il torchio, dite in cuor vostro: “Anch’io sono una vigna, e i miei frutti saranno raccolti per il torchio, e come vino nuovo sarò tenuto in botti eterne”. (Kahlil Gibran)
  • Quello che c’è talvolta di bello nell’autunno è che, quando il mattino ci si sveglia dopo una settimana di pioggia, di vento e di nebbia, tutto lo spazio, brutalmente, sembra ubriacarsi di sole. (Victor-Lévy Beaulieu)

Ora ditemi se l’autunno vi sembra ancora triste…

(di Roberta Frameglia, 17 ottobre 2016)

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Amen

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James Martin, Resurrection 

PREGHIERA

Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un’era nuova: l’uomo riconciliato nella nuova
alleanza sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.
Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,
ora sì che invochiamo il tuo soccorso,
tu, guida e presidio, non ce lo negare.
L’offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande è stato il tuo amore.
Noi con amore ti chiediamo amore.
Amen.                                                            
(Mario Luzi, da “La Passione”, il testo che accompagnò la Via Crucis al Colosseo il Venerdì santo del 1999).

BUONA PASQUA da MusicaPopolieColori

Un soprano fra i veterinari

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Oggi sorridevo nel leggere un divertente articolo sulle cosiddette WAGS (wives and girlfriends), le mogli e fidanzate degli sportivi professionisti, quelle che tifano sugli spalti degli stadi, nei palazzetti, che fanno shopping insieme per passare il tempo mentre i compagni si allenano. “La dura vita dell wags”, la chiamano. Perché non sanno cosa significa essere la moglie di un medico veterinario.

Perché aver sposato un medico veterinario significa:

  1. che non puoi guardare un qualunque animale e dire che è brutto: per lui avrà sempre “un suo perché”;
  2. che lui non si gira a guardare una donna che passa, lo fa solo se passa un cane o un gatto, anche se siete nel bel mezzo della litigata più storica;
  3. che tutti i pesci che ti mostrerà sulle riviste o sulle enciclopedie non avranno quei colori meravigliosi che vedi, perché saranno così solo nel momento dell’accoppiamento, proprio quando in quell’unico giorno voi sarete fuori casa. Ma per lui rimangono i più belli del mondo. Per te grigi, tutti grigi;
  4. che i tuoi sei (SEI) acquari in casa non saranno mai sufficienti e ne servirà sempre un altro: come nursery, per il pesce aggressivo, per il pesce in quarantena…;
  5. che mentre tu guardi la tv, lui guarda il suo acquario e nel momento clou ti dirà “guarda! ha le uova in bocca!”;
  6. che quel pesciolino tanto carino e soprattutto colorato che punterai tu in negozio, non andrà bene, perché “aggressivo/timido/da acqua fredda/calda, delicato ecc ecc.” E prenderà l’ennesimo pesce grigio;
  7. che ci saranno momenti in cui si immergerà in infinite telefonate in cui parlerà solo in latino o altre in cui elencherà solo casi tremendi, precisamente dettagliati;
  8. che i casi più complicati sistematicamente saranno da risolvere mentre siete in vacanza all’estero. A casa per settimane solo vaccinazioni e controlli;
  9. che i suoi racconti ad occhi sgranati che terminano con “ma ti rendi conto”, riferendosi ad un proprietario di un paziente o ad un collega, non devono intaccare la tua autostima di solida professionista: annuisci concentrandoti sul tuo Strauss più complicato, pensando che se hai sconfitto quello puoi anche fingere di aver capito il motivo del suo sgomento;
  10. che in qualunque momento, a tavola, sul tram, entrando a teatro, potrà ricevere una telefonata in cui chiederà se l’ha fatta e com’era;
  11. che i tuoi momenti di autismo, in cui entri nel trip di un ritmo particolare o in un’armonizzazione che non quadra, sono uguali ai suoi quando calcola la quantità del farmaco per il peso e poi cerca di farlo capire al proprietario al telefono;
  12. che ci sono associazioni,forum, gruppi, amici di, blog su ogni specie animale, e più il nome è assurdo, più sono frequentati;
  13. che a Natale gli auguri non saranno dalla zia o dall’amico, ma “dalla mamma di Pepe”, “Luisa, Filippo e Ciuffi”, “Vulcano e Sberla”…;
  14. che non potrai mai ammettere che non sai la differenza fra topo e ratto, polpo e polipo e dove sono ‘sti benedetti laghi Malawi e Tanganica;
  15. che sentirai, anche prima che esca dall’ascensore, che ha visitato un furetto…
  16. che potrai vedere da vicino le specie selvatiche più improbabili e magari assistere alla loro liberazione, ed essere commossa vedendo sorridere chi le sta liberando…

(di Roberta Frameglia, 2 febbraio 2016)

 

Il gusto delle piccole cose

bucaneveOggi, riordinando, mi è ricapitato in mano un libricino che amo tanto: “Il sale della vita” di Françoise Héritier. Sul retro è scritto “In un gioco di immagini, associazioni e rimandi la Héritier compone una riflessione unica e commovente sull’essenza della vita, che è insieme esperimento letterario e inno d’amore per la quotidianità.”

Da quando l’ho letto, oltre a regalarlo e consigliarlo, mi è capitato di riprenderlo in mano diverse volte, per riassaporarne la delicatezza e rivestirmi di quella semplicità che mi faccia apprezzare la mia quotidianità.

Senza alcuna aspirazione letteraria di spessore, ho pensato alle mie semplici gioie invernali. E’ terapeutico e divertente.

Quando cambi canale e c’è la sigla di Superman che sta per iniziare

Quando incroci lo sguardo di un bambino imbacuccato

L’odore della neve che sta per arrivare

L’odore della neve già caduta

Il silenzio del mondo sotto la neve

Un fiorellino che spunta dalla neve

Il colore del cielo in inverno

La prima giornata limpida dopo giorni di nebbia

Quando leggi un pensiero che ti colpisce e ci ripensi camminando per strada

Il vin brulè col panettone offerti dagli alpini in piazza, dopo la messa di Natale

Quando metti il piede nelle impronte già fatte da altri sulla neve

Quando fai il vapore mentre parli fuori al freddo e lo vedi fare agli altri

Le guance fredde che incontrano le tue nello scambio dei baci

Il profumo di un maglione di lana appena preso dall’armadio

I guanti a manopola col cordino al collo dei bambini

Quando abbracci con entrambe le mani la tazza di tè caldo

Quando infili le mani ghiacciate nei guanti

Quando riapri dopo un anno le scatole con le decorazioni di Natale

Quando entri  in una casa calda coi vetri appannati

Quando sei sul divano con la coperta sulle gambe

Quando devi scegliere l’agenda nuova e prima le annusi tutte

Le foglie rosse, arancioni, gialle sui marciapiedi in autunno

I primi venti freddi

Il canale solo coi film di Natale

Quando sposti più vicino allo stereo i CD di Natale

La decorazione per l’albero che ha una sua storia

Gli auguri “sicuri” che ci fanno sentire (tutti) più furbi (auguri alla famiglia, tante care cose, buona fine e buon inizio)

Cercare i ponti nel calendario del nuovo anno

Fare i buoni propositi il 31 dicembre

Dirsi quando sarà Pasqua, ma dimenticarlo subito dopo

La marcia di Radetzky

I saldi

Chiedere le ricette ai pranzi e alle cene

Le candele profumate

I berrettoni che ti coprono le orecchie

Le giornate fredde, ma limpide col sole

L’immancabile calendario dell’Erbolario

I calzettoni colorati coi feltrini

La scelta infinita delle cioccolate nei bar

L’appuntamento con la tua amica/amico per parlare di niente e scambiarsi il regalo, anche se non hai più 15 anni

Trovare la combinazione giusta delle decorazioni e guardarle e riguardarle soddisfatti

Il calore che ti accoglie quando sali su un vagone del treno

Il silenzio dopo ore di confusione

Un gatto grosso e peloso che attraversa lentamente la strada

Il momento in cui ti stendi a letto sotto il piumone

L’odore delle lenzuola appena cambiate

Le fusa del tuo gatto quando tu stai leggendo in silenzio

Quando senti qualcuno canticchiare come te le canzoni di Natale che si sentono nel negozio

I bambini coi costumi di carnevale sopra le giacche imbottite

I milanesi che festeggiano per più giorni rispetto al resto del mondo

Il momento preciso di assoluto silenzio al cinema

L’alone del naso del tuo gatto sui vetri

La casetta col mangime degli uccellini sul balcone

Le decorazioni eleganti sulle finestre

Il tè di Natale alle spezie

I Pocket Coffee

Entrare in un museo e sentire che lentamente inizi a scaldarti

Le prime giornate verso la primavera…

 

Prova, è divertente.

(di Roberta Frameglia, 7 gennaio 2016)

Auguri da MusicaPopolieColori

20151203_213020“A Natale non si fanno cattivi

pensieri ma chi è solo

lo vorrebbe saltare

questo giorno.

A tutti loro auguro di

vivere un Natale

in compagnia.

Un pensiero lo rivolgo a

tutti quelli che soffrono

per una malattia.

A coloro auguro un

Natale di speranza e di letizia.

Ma quelli che in questo giorno

hanno un posto privilegiato

nel mio cuore

sono i piccoli mocciosi

che vedono il Natale

attraverso le confezioni dei regali.

Agli adulti auguro di esaudire

tutte le loro aspettative.

Per i bambini poveri

che non vivono nel paese dei balocchi

auguro che il Natale

porti una famiglia che li adotti

per farli uscire dalla loro condizione

fatta di miseria e disperazione.

A tutti voi

auguro un Natale con pochi regali

ma con tutti gli ideali realizzati.”

          Alda Merini (1931-2009)

(di Roberta Frameglia, 24 dicembre 2015)

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Senti chi parla?! Le corde vocali

rob 1Che bello, stasera si canta. Si canta sul serio, col silenzio, la tensione, i tacchi, gli applausi e tutto quanto. Siamo sempre felici quando succede. Non è solo una questione di movimenti, di esercizi meccanici, ma di sensazioni, di un benessere che proviamo anche noi insieme a lei senza bisogno che ce lo diciamo.

Ai concerti è bello: la tensione che proviamo è diversa da quando siamo a casa, o siamo alle Messe o a scuola. A casa a volte è proprio faticoso: si fanno per dei minuti interminabili gli stessi movimenti, sempre quelli. A volte glielo diciamo pure. Lei si ferma un po’, ma poi si ricomincia. Una noia mortale.

Alle Messe noi passiamo quasi in secondo piano, più che altro tocca chiacchierare col microfono. Quello che è arrivato da poco in Duomo tutto sommato ci è simpatico. Quello di prima era altezzoso, quasi antipatico, faceva finta che non gli importasse di noi e si metteva a fischiettare. Mancava che si girasse dall’altra parte. Quello nuovo invece è tutta un’altra cosa ed è pure bello e per noi, che non abbiamo altro da guardare, è un sollievo.

Quando ci porta a scuola, invece, è sempre un lavoro di dribbling: spostati qua, spostati là, alza, abbassa, tutto per evitare i bacilli che vediamo passare quando le danno i bacetti. A lei piace, ride, ride tanto, ma per noi è una tale fatica…

Essere delle corde vocali, uno non ci pensa, ma è impegnativo. Devi esprimere tutto quello che dall’alto o dal basso ti comandano, e la mente e la pancia non sempre vanno per il sottile. Tutte le tensioni, positive o negative, passano da noi: la rabbia, il buon umore, la tristezza, l’ansia, la serenità… “ Gli occhi sono lo specchio dell’anima”, dicono. Per tutte acciughe del mondo, siamo noi il riflesso dell’anima!

Comunque, stasera si lavora sul serio. Quando succede sentiamo che, i giorni prima e per tutto il giorno stesso, l’attenzione è su di noi: se siamo secche, se siamo in forma, se ci stiamo affaticando, se siamo troppo rilassate. Tutta la concentrazione è su di noi. E noi ne siamo felici, anche perché le coccole aumentano: lei li chiama “rimedi della nonna”, ma per noi sono solo cose calde, dolci e delicate. E così ci rilassiamo, lei e noi.

E’ un lavoro che ormai facciamo da tanti anni e ci piace, soprattutto perché sentiamo che a lei piace tanto. E’ rilassata e felice quando lo fa. Non sappiamo come sia possibile, soprattutto in concerto. Lei lo chiama “dono”, ma secondo noi un po’ è dono e un po’ è lavoro passato.

Non sempre è stato facile andare d’accordo, eh. Un po’ di dispetti glieli abbiamo fatti, dobbiamo confessarlo. Ma alla fine un accordo lo abbiamo sempre trovato: un po’ di morbidezza da parte sua, e collaborazione da parte nostra e tutto si è sempre risolto.

Bene, siamo arrivate. Stiamo salutando tutti. Il posto è un po’ freddo. Sentiamo che inizia a preoccuparsi. Iniziamo la prova. Non ti intesire: dobbiamo riscaldarci, dacci tempo. Ecco, così, bevi e sorridi. Speriamo che non venga nessuno a salutarla prima del concerto per non deconcentrarla. Non sembra, ma gli esecutori, il “di qua”, anche se parlano e noi con loro, non la distraggono troppo, mentre il “di là”, il pubblico e gli amici, la portano emotivamente “fuori”. E noi con lei.

Silenzio. Si inizia. E’ tesa, ma non agitata. E’ quella tensione dell’atleta che prepara i muscoli e la mente prima del salto, dello start, del tiro. E noi siamo pronte. Un check rapido agli altri: muscoli del viso, trapezio, muscoli intercostali, diaframma, muscoli lombari. Tutto a posto. Solo i piedi sentiamo che si lamentano, ma li conosciamo: i tacchi la fanno così elegante, ma non le piacciono molto. Pazienza, le suggeriamo che per essere belle bisogna soffrire. Sorride, mi sa che ci ha sentite.

Entriamo. Guarda il pubblico, guarda gli altri musicisti, sorride. Silenzio. Inizia ad ondeggiare impercettibilmente, è l’introduzione. Le piace. Ecco, tocca a noi.

Aperte, aria, stasi, tensione… Si vibra!

vocalchords(di Roberta Frameglia, 10 novembre 2015)

Ode alla nebbia

Nebbia a Verona

Nebbia a Verona

Oggi, con la nebbia, semplicemente ricordavo.

Stamattina mi sono alzata e di nuovo ho salutato la nebbia. A Pavia e alle porte di Milano ci aveva dato un paio di giorni di tregua, ma oggi è tornata. Fitta, bianca e, senza pretese, semplicemente lì.

Il mondo quando c’è lei va avanti lo stesso, non sembra neanche arrancare poi tanto, come invece faccio io con lei. Non è come quando c’è la neve, che tutto va a rilento e sembra di essere in un mondo parallelo, soprattutto per l’acustica ovattata che per altro.  Con la nebbia i suoni non sono attutiti: c’è tutto attorno, solo che non lo vedi. Mi viene in mente Calvino e il suo re sul trono (leggi qualche informazione) che passa le ore ascoltando i suoni intorno a lui dal suo trono per non perderlo, sviluppando ogni sorta di percezione e riconoscimento uditivo, senza avere però di fatto alcun contatto umano.

Mi ricordo che il tempo clou per la nebbia, per quanto riguarda i miei ricordi di bambina, cade da sempre in questi giorni e proprio lei accompagnava il momento penso più odiato dai bambini della mia generazione: la visita ai cimiteri.

Arrivato il giorno, che poteva essere l’1 o il 2 novembre, si partiva tutti e tre (mamma, papà ed io), nebbia o no (ma c’era sempre!) e si girava per la landa veronese. Primo dubbio: non ho mai capito perché se c’era in quei giorni si andava in giro lo stesso, ma in qualunque altro giorno dell’anno la regola di casa mia era “con la nebbia se sta a casa!” (ovviamente in veronese).

Questione abbigliamento. Con tutto quello che dovevo vestire sembravo Big Hero: berrettone fino alle ciglia comprese, sciarpa di lana fino alle ciglia sotto comprese, guantoni da box e tutto il resto. Regola n.2: “…parché el fredo quando el te entra in te le osa, non ‘l va più via”. A volte penso che in realtà Halloween sia nato da certe minacce delle mamme…

Insomma si partiva e ovviamente, visto che capitava una volta all’anno, si andavano a trovare TUTTI i cari defunti. Poco male, una volta ogni tanto si può fare: entri al cimitero, due fiori, un pensiero e via.

NO! A casa Frameglia no. Perché 1. i morti non erano nello stesso cimitero, ma uno qui, il fratello nel paese vicino, la zia cara due paesi più in là, e la prozia dall’ altra parte, “ma ci andiamo dopo, così passiamo a salutare i nonni”. 2. Al cimitero non si va solo per i morti, ma soprattutto per i vivi: è quello che ho dedotto in anni di esperienza. Perché era il momento di ritrovo di tutti i parenti, che si ritrovavano alle tombe dei cari nello stesso momento. E allora via, ore al freddo, all’umido della nebbia, ad aggiornarsi sugli altri parenti, che casualmente erano malati, in disgrazia, in punto di morte… finché si arrivava a me e al cuginetto di fronte, anche lui imbrigliato nella “mala sorte del giro ai cimiteri”: come va a scuola e “gheto el moroseto”, le due domande di rito, o meglio, del cavolo.

Ma alla fine, se sono qui a scriverne, la verità è che non cambierei una virgola di quel momento e non passa anno che non mi auguri che “ai morti” ci sia proprio la nebbia, per poter ricordare col sorriso quel… tormento.

Ode alla nebbia

O nebbia fastidiosa,
che penetri negli ossi
e fai la via dubbiosa
e fai finir nei fossi,

madre d’ogni incidente
e d’ogni guida vana,
che mandi fuor di mente
chi scende in Val Padana,

tu che rendi irreale
il mondo e le persone,
tu nemica mortale
del povero pedone,

sei scesa all’improvviso
col manto cinerino
per rendere più griso
il cielo novembrino,

o nebbia inaspettata,
ricevi il mio saluto!
appena ti ho annusata,
ho fatto uno starnuto.

(Autore: amicusplato)

(di Roberta Frameglia, 30 ottobre 2015)

La Fuga del gatto. Parte prima

Otto

Otto

Oggi mi chiedevo: chissà se i gatti dei cantanti lirici della storia hanno sopportato senza ribellarsi i vocalizzi dei proprietari.

Ho due gatti, Claus e Otto (Facebook: Claus il gatto e Otto). Uno obeso e tonto, l’altro smilzo e teppista. Da anni fanno parte della famiglia. La convivenza è serena, con marachelle e coccole nella norma, tranne quando studio: il loro udito ipersensibile non sopporta il volume dei miei vocalizzi e del canto lirico in genere. Col suono del pianoforte non hanno problemi, con accenni a mezza voce nemmeno, ma con gli “urli” scappano. Un’evoluzione nel tempo in realtà c’è stata: mentre Claus da piccolo, il primo arrivato, fuggiva terrorizzato al primo “mimimi”, ora hanno entrambi imparato ad anticipare quello che succede, solo vedendo lo spostamento del leggio in centro alla stanza: non fanno una piega, scendono dal divano rassegnati e molli e si spostano flemmatici verso un’altra camera senza neanche guardarmi, mentre la Gina, la tartaruga, fa capolino fuori dall’ acqua e mi osserva cantare tutto il tempo (la superiorità del genere…).

Felix, Silvestro, Tom, Garfield, lo Stregatto, il Gatto con gli stivali, Simon’s Cat, Romeo e “gli Aristogatti” fino ad arrivare alla Pantera Rosa, a Diego dell’”Era glaciale” e al Re Leone: tanti sono i felini entrati nell’immaginario collettivo fin dalla nostra infanzia, per non parlare dei gatti della letteratura (Eliot, Bulgakov, Capote, Neville, Carroll, Lewis, Poe, Twain…) e ancor più dell’arte (Goya, Manet, Renoir, Picasso, Kahlo…), e milioni sono le foto di personaggi noti ripresi col loro amico in braccio (vedi), ma non ho notizie rilevanti di gatti di cantanti lirici della storia.

Compositori che abbiano dedicato pezzi ai felini però ne conosco molti.

  • CARLO FARINA (ca1600- 1639), IL GATTO da il Capriccio stravagante per 2 violini, 3 viole, tiorba e clavicembalo (1627). un susseguirsi di ritornelli a mo’ di canzone o di danza, dove Farina mischia ogni sorta d’imitazioni fantastiche: animali, altri strumenti (tremolo d’organo, piffero, tamburo, chitarra), ricerca d’effetti sonori strani. E un gatto. (Vedi)
  • ADRIANO BANCHIERI (1568-1634), CONTRAPPUNTO BESTIALE ALLA MENTE a cinque voci (1608). Sopra un austero basso d’armonia su testo latino, un cucco, un chiù (civetta), un gatto e un cane improvvisano (“alla mente”) uno spiritoso contrappunto, parodia della severa tradizione franco-fiamminga. Ecco il testo: “Fa la la … Nobili spettatori, udrete hor hora quattro belli humori, un cane, un gatto, un cucco, un chiù per spasso, far contrappunto a mente sopra un basso. Fa la la la …Nulla fides gobbis, similiter est zoppis. Si squerzus bonus est, super annalia scribe”. (Vedi)
  • DOMENICO SCARLATTI (1685-1757), FUGA DEL GATTO, sonata K. 30 in sol minore, per clavicembalo (1739). Il titolo è stato introdotto solo all’inizio del XIX secolo e, pertanto, non è mai stato usato dal compositore. La leggenda vuole che Scarlatti abbia creato questo pezzo grazie al suo gatto Pulcinella, il quale, in una passeggiata sulla tastiera, produce un motivo casuale interessante, subito scritto dal compositore, che ne sviluppa poi un intero pezzo. (Vedi)
  • HEINRICH IGNAZ FRANZ BIBER (1644-1704), DIE KATZ dalla Sonata representativa, in La maggiore, per violino e b.c. (1669). Brevissimi quadretti illustrano i versi di alcuni animali separandoli con altrettanto brevi passaggi. Il lavoro inizia con un’introduzione (Allegro) e si conclude con una marcia e un tempo di allemanda. Allegro – Usignolo – Cuculo – Rana – Gallo e galline – Quaglia – Gatto – Marcia dei moschettieri – Allemanda. (Vedi, da 5’42”)
  • GIOACHINO ROSSINI (1792-1868), DUETTO BUFFO DI DUE GATTI per due soprani (1825). Il componimento è solitamente attribuito a Gioachino Rossini, ma non è stato scritto direttamente dall’autore pesarese: si tratta infatti di un brano composito, basato su musiche in gran parte di Rossini (tratte dall’Otello, del 1816), ma anche di altri autori. Ad assemblare il tutto, con qualche probabilità, pensa il compositore inglese Robert Lucas de Pearsall, firmatosi con lo pseudonimo di “G. Berthold”. Il testo del duetto consiste interamente nella ripetizione della parola miau. (Vedi)
  • MAURICE RAVEL (1875-1937), LE CHAT E LA CHATTE da L’Enfant et les Sortilèges, per baritono e mezzo soprano (1919-1925). Opera in due parti, composta in collaborazione con la scrittrice francese Colette, capolavoro di orchestrazione,  viene spesso eseguita in forma di concerto. Una storia immaginifica con animali e oggetti parlanti.(Vedi)
  • SERGEJ PROKOFIEV (1891-1953), IL GATTO ne Pierino e il lupo (1936). Musica e testo sono ad opera interamente del compositore. Per l’esecuzione occorrono la voce di un narratore e di un’orchestra. La figura del gatto è affidata al clarinetto, che ne sottolinea i movimenti tipici: lenti, guardinghi, sornioni o scattanti. (Vedi)

Continua…

(di Roberta Frameglia, 3 luglio 2015)

Una veneta fra i sardi. Parte seconda

…continua.

Oltre all’impotenza di fronte alla proposta di farmi provare il vestito tradizionale sardo, non sono mai riuscita a sottrarmi alla richiesta di mia suocera di accompagnarla alle messe tradizionali. In realtà a tutto questo non ho mai posto molta resistenza, anzi, sono grata a tutti di come mi hanno sempre amorevolmente coinvolta e accolta nelle loro tradizioni.

Due sono le occasioni che ricordo con più affetto: la prima è la messa per l’Assunta a Siniscola, con la statua della Madonna portata in processione e le mille strofe di “Deus te salvet Maria”, cantate a cappella da tutta la chiesa, con le due o tre condottiere della prima fila, rigorosamente con la gonna nera plissettata e la voce da vero contralto/baritono, che anche senza microfono e dalla chiesa avrebbero potuto guidare la processione fino al mare.

La seconda una messa a Tamarispa con un gruppo di tenores che animavano la celebrazione. Il cantu a tenore, considerato dall’UNESCO “Patrimonio intangibile dell’Umanità” data la sua unicità e la sua bellezza, mi ha sempre affascinato e confesso che in quell’occasione la mia partecipazione di credente alla messa è stata marginale, presa com’ero, per la prima volta, a capire dove mettesse la voce su bassu. Il fascino di quelle armonie tipiche, apparentemente monotone e oggettivamente gutturali, mi lascia ogni volta imbambolata: non importa come facciano a vibrare le corde vocali, l’importante è che perpetuino una tradizione che rappresenta, secondo i racconti, le voci della natura, con il solo strumento che l’uomo ha in sé da sempre (ascolta un esempio).

Tornando all’accoglienza sarda, indubbiamente tutti sanno che è proverbiale e figurarsi se diventi della famiglia. Ricordo una cugina, mai vista prima, che mi prese per mano dicendomi: “Ròbbe, vieni che ti mostro il resto della casa”. Ma quando mai un milanese non solo ti prende per mano, ma ti sfiora proprio? Esagero, lo so, ma quel gesto mi colpì molto, così spontaneo e solare.

L’accoglienza sarda però mi segnò molto anche in un’altra occasione, che da tragica si rivelò comica.

Era morto uno zio di mio marito, anziano e malato da tempo, dell’entroterra più remoto e con cui le diverse famiglie non avevano rapporti frequenti, un po’ per dissapori passati, un po’ per la lontananza. Il povero zio muore proprio mentre noi siamo in Sardegna in vacanza. Dopo un primo momento di dubbi, decidiamo di andare al funerale (diciamo che l’intervento da Milano della suocera ha molto inciso…). Mio marito non metteva piede in quel paese dall’infanzia o poco dopo. Naturalmente partivamo con le migliori intenzioni: ci mettiamo dietro, non ci facciamo notare troppo, tanto comunque non ci conosce nessuno (io no di certo, magari mio marito, ma l’ultima volta era piccolo perciò nessuno l’avrebbe riconosciuto), e, finita la celebrazione, subito a casa senza passare dal cimitero.

Morale: alla fine della messa, con il povero zio ancora all’altare, tutta la parte posteriore della chiesa si gira a salutarci e a baciarci e a farci festa, immaginando chi fossimo (vista la somiglianza di mio marito col padre), e, visto che eravamo i parenti venuti apposta (apposta!) da Milano, avevamo diritto ad accompagnare la zia vedova. Quindi con la zia in macchina, la nostra, dall’avere i dubbi se andare o meno, eravamo diventati la prima macchina dietro al carro funebre, protesi solo a consolare la zia che invece dalla macchina salutava, regale, i parenti sulla strada.

La parte ancora più tragicomica arriva ora: la bara, riaperta, del povero zio, viene posta all’interno della cappella del cimitero e tradizione vuole che tutti i parenti (almeno 2 paesi completi), passino a fare le condoglianze ai parenti più prossimi e poi al defunto. La successione era diventata: la vedova, mio marito, io, il defunto. Non so quanti baci, buffetti e mani sudate mi sono sorbita, con mio marito che ogni tanto mi sussurrava di uscire, io che potevo, mentre a fatica entrambi frenavamo il riso. Penso che Villaggio in versione Fantozzi, sapendolo, si inchinerebbe.

Sempre con sincera gratitudine e grande affetto.

(di Roberta Frameglia, 28 giugno 2015)

Una veneta fra i sardi. Parte prima

Tamarispa (OT), agosto 2004

Tamarispa (OT), agosto 2004

Oggi mi chiedevo: come può un veneto, che pialla ogni consonante, sopravvivere ai sardi che raddoppierebbero, potendo, anche le vocali? Non lo so ancora, ma se ci riesco io, felice da 13 anni, assicuro che è possibile. Padela VS otttobbre

Si sa che una delle mete preferite per le vacanze è la Sardegna. Avendo sposato un sardo, la mia seconda famiglia è quindi sarda, perciò la Sardegna a cui io sono legata non è quella turistica, ma quella dell’entroterra, quella verace, con le sue tradizioni più radicate e le curiosità più particolari.

Il primo incontro con questi due aspetti risale a prima del matrimonio, quando, per presentarmi in un colpo solo a tutta la famiglia (via il dente, via il dolore), sono stata portata ad uno dei momenti più attesi dell’anno: la tosatura delle pecore. Era la prima settimana di giugno e in un capannone enorme in mezzo al niente, c’erano almeno 100 persone, tutte imparentate
fra loro (ed era la parte della famiglia più stretta, perché lì, di imparentati, sono paesi interi), prese chi dalla tosa, chi a preparare i tavoloni per il pranzo, chi a cucinare, chi a studiare me.

La tosatura era affidata agli zii più forzuti, dei quali mi incantava la decisa manualità e la velocità, mentre nel frattempo, in enormi pentoloni, cuoceva la pecora per il pranzo, nel retro della casa, con la supervisione di uno zio anziano, guardato da altri zii anziani (quella di guardare dev’essere un’ attività soddisfacente, visto l’analogo successo nei cantieri in città).

Di quel pranzo ricordo la parlata in dialetto velocissima, il mio piatto mai vuoto che neanche mia mamma nei suoi momenti migliori…, con tutte le parti della pecora, bollita o arrosto e i litri di quel loro vino quasi nero e del mirto ghiacciato. Alla fine uno zio, baciandomi, mi ha detto: “Ròbbe, ci vediamo alla festa in piazza sabato”. Prova superata.

La parte religiosa/superstiziosa è molto radicata in Sardegna e in più occasioni sono stata anch’io coinvolta in pratiche “scaccia male”. La prima al nostro matrimonio, celebrato ad Assisi, ma festeggiato successivamente anche in Sardegna, con tanto di vestito e mega pranzo: all’entrata al ristorante mi sono vista rompere davanti dei piatti da alcune zie energiche e convinte, contenenti caramelle, pasta, riso e monete, e ricevere piccoli sputi (simbolici) da tutte, sempre con finalità scaccia male e come buon augurio. Il problema è che non ero stata avvisata, quindi le foto della mia faccia in quell’attimo sono memorabili.

L’altro momento è stato quando mi hanno fatto le parole di Sant’Antonio. Fra fede e superstizione in Sardegna il confine è precario, ma conoscendo la buona fede (è il caso di dirlo) della zia che me le ha fatte, mi sono affidata. Fare le parole di Sant’Antonio ha un’origine antichissima, che si tramanda di madre in figlia e che richiede una fede e una convinzione non indifferenti. Serve ad allontanare il malocchio (inteso come l’invidia che la gente prova verso di te) e/o a chiedere seri responsi.

Essere l’oggetto delle parole di Sant’Antonio è stato toccante: dopo un paio di minuti di preghiere (presumo, dal nome, a Sant’Antonio) pronunciate in silenzio e forte concentrazione, la zia ha preso un piatto, l’ha riempito con dell’acqua e continuando a pregare e facendo ininterrottamente il segno della croce (a lei, a me e all’acqua), con un coltello intinto nell’olio, ve l’ha fatto gocciolare dentro. Se le gocce versate avessero formato degli occhi definiti senza aprirsi ed espandersi, quella sarebbe stata l’entità grave del malocchio. Confesso che più che l’occhio nel piatto ero io tutta occhi, commossa per quanta serietà nel fare tutto questo e incredula allo stesso tempo.

Continua…

(di Roberta Frameglia, 28 giugno 2015)

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