Un soprano in Duomo

Carlo Canella (Verona 1800 - Milano 1879) Il Duomo di Milano e la corsia dei Servi, 1865. Olio su tela. Gallerie d'Italia, Milano.
Carlo Canella (Verona 1800 – Milano 1879)
Il Duomo di Milano e la corsia dei Servi, 1865. Olio su tela. Gallerie d’Italia, Milano.

Oggi qualcuno mi ha detto: “ma anche la tua professione in Duomo avrà qualche lato folkloristico.” Qualche? In alcuni momenti la mia professione è puro folklore!

L’inizio delle mie collaborazioni canore con la Curia di Milano risale al 2002, precisamente al passaggio fra il Cardinal Martini e il Cardinal Tettamanzi. Ho sfocati ricordi di quelle prime celebrazioni, ma chiara ho in mente la tensione che provavo, in realtà più per il luogo che mi sovrastava mastodontico che per il lavoro in sé. Da allora gli impegni alternano presenze costanti alle messe domenicali in Duomo a spostamenti in altre Chiese di Milano o altrove a seconda delle necessità, sempre come cantore (soprano) solista. E la tensione è decisamente sparita.

Naturalmente la mia è una posizione privilegiata, non solo per il tipo di impegno, ma proprio fisicamente perché ho la possibilità di vedere bene tutto: sono sopraelevata e di fronte a tutti. Con i pro e i contro del caso, perché come vedo tutto e tutti io, altrettanto tutti vedono benissimo me. E anche qui con i pro e i contro del caso.  Sui “tipi da Duomo” però tornerò prossimamente in un articolo apposta, perché ora mi concentrerò sul folklore che mi riguarda direttamente da anni, altrettanto divertente.

Nonostante non ci si pensi subito, in Duomo non ci sono solo turisti, ma un notevole gruppo di fedeli…fedeli: ad ogni messa, come in una normale parrocchia, le prime file, e non solo, sono occupate sempre dalle stesse persone, non necessariamente abitanti nelle vicinanze, ma anche habitué per scelta. Questo per dire che se mi sentono tossire fra un canto e l’altro, in delegazione a fine messa mi arrivano a chiedere come sto, e se non arrivano subito dopo, arriveranno la domenica successiva per chiedermi se sto meglio. Qualcuno, più ardito, ha individuato mio marito e fermato per sapere come stessi. Per non parlare dei miei fans più noti, uomini e di età media 80 anni, che:

  • a Natale e a Pasqua mi portano torrone, caramelle o cioccolato, passando le transenne con la frase “ho un appuntamento con Roberta”;
  • scrivono canti per me e vorrebbero che li cantassi a messa, quella che sta per iniziare…;
  • in un gruppo di conoscenti che sto salutando, si intrufolano salutando ognuno con tanto di stretta di mano, presentandosi come “l’amico di Roberta”.

Ma il clou riguarda i commenti sulla mia voce o sul mio canto, come:

  • la signora che arriva a fine messa complimentandosi e chiedendomi: “sono arrivata in ritardo, quando stava cantando l’alleluia, ed era così bella, ma non l’ho sentita tutta: me la può ricantare?”;
  • la coppia di spagnoli, marito e moglie di mezza età, che entusiasti, in spagnolo, si dilungano in dettagliati complimenti per la mia voce e concludono con un fantastico: “canta meglio di Raffaella Carrà!”;
  • il “tenore” che mi ferma, libretto dei canti alla mano, per dirmi che, per la gente, è meglio se respiro qui e non lì, perché anche lui è corista in parrocchia e queste cose le sa;
  • il prete di passaggio, concelebrante, che dandomi la comunione, non mi dice “corpo di Cristo”, ma “te, che bella voce che hai!” e io, in automatico, “Amen!”;
  • la signora, commossa, che mi avvicina per dirmi “brava, che meraviglia, ho pianto tanto…”;
  • l’altra che, ciclicamente, mi chiede quando canto “l’Ave Maria dei matrimoni”;
  • quella che mi chiede se ho studiato canto e, navigata, conclude dicendo “ah, l’avevo capito io”.

Presto i “tipi da Duomo”.

(di Roberta Frameglia, 23 giugno 2015)

E io nannerello!

Oggi mi chiedevo: ma come vive uno stonato?

Mio marito quando siamo in macchina non vuole che nannerelli. E’ più forte di lui: mi guarda di sbieco senza neanche girare la testa mentre guida e basta questo perché io percepisca una completa disapprovazione. E tocca smettere, sbuffo ma smetto.

Com’è più forte di me farlo. Lo faccio da sempre, da quando mi sono rassegnata al fatto che la mia memoria è a suo piacere selettiva: ricordo nomi, cose e città, profumi e balocchi, i 7 nani anche al contrario e con un po’ di concentrazione potrei anche elencare i figli di Bach…ma non i testi delle canzoni. Quelli mai!

E’ sempre stato così. Dalle infinite strofe di certi Lieder (comprensibile) a canzoni tipo “Azzurro” (giuro, non la so). Finché sono le arie del ‘700 col da capo e le variazioni, mi diverto anche e agganci mentali li trovo facilmente, ma quando si tratta di strofe uguali e ritornelli diventa una tragedia: invento le frasi, il senso compiuto sparisce, finché mi blocco e assumo un’espressione fra l’atterrito e il completamente perso.

E allora nannerello. Non canticchio, che vorrebbe dire produrre qualche suono avvicinabile a parole comprensibili, né fischietto, sconveniente per una signora, ma nannerello. E sono pure brava! Il mio na-na-na riproduce perfettamente la melodia, poi i controcanti, le percussioni e pure i ponti armonici.

Al mio compagno (di viaggio) però questo non va: “o canti bene o mi lasci ascoltare”.

Non fa una piega: ci ridiamo su e alla canzone successiva riattacco convinta. La mia autostima non viene intaccata, sono una cantante e sono in grado di decidere come usare la mia voce e di certo mio marito non lo mette in dubbio, anzi si diverte apposta a prendermi in giro.

Ogni volta però faccio una riflessione: io non ho mai subito frasi del genere, ma quante volte ho sentito dire “no, io non canto perché sono stonato”, “per carità che non canti, perché ha una voce terribile”, “ha tutte le più belle qualità, tranne il senso del ritmo”. Personalmente sono convinta che ognuno di noi abbia almeno una dote da coltivare e con la quale realizzarsi e non è detto che sia proprio la musicalità, ma reprimere l’espressione vocale di qualcuno è sempre triste.

Mi capita spesso di suggerire ai genitori dei miei alunni di cantare con loro e di farli cantare, di ascoltare musica o suoni e provare a seguirne il ritmo: stonati o intonati, aggraziati o goffi è importante provarci e, se possibile, provarci insieme. E’ naturale che non si sia in grado di fare qualcosa se non lo si fa mai. Possibile che alla fine si scopra che quel qualcosa non piace proprio, ma precludersi in partenza o precludere a qualcuno la possibilità di sperimentarsi è sempre un peccato. E lavorare con la voce permette sempre di scoprire qualcosa di sé.

Quindi voi rappate, vocalizzate o urlate, che io nannerello!

(di Roberta Frameglia, 10 giugno 2015)

Gounod e Santa Cecilia

Oggi mi chiedevo: anche Gounod ha scritto per Santa Cecilia?

Ero in macchina e da una stazione svizzera presa a caso sento quello che può essere una messa classica. Dallo stile mi sembra Ottocento. Il soprano ha un timbro noto, pastoso e caldo, ma non mi sforzo e chiedo l’aiuto di Shazam: l’oracolo si pronuncia con un preciso Messe solennelle en l’honnore de Sainte Cécile di Charles Gounod (score). 

 Ah, bene, non la conosco. Ascolto con più attenzione.

Solenne, 3 solisti (il soprano è la Hendricks!), coro maestoso ma non pesante, orchestra e organo. Riconosco di essere al Sanctus. Col Benedictus e ancor di più con l’Agnus Dei mi aspetto arie solistiche importanti, ma questo non avviene: solo scambi dei solisti col coro. Richiamo alla memoria da ricordi lontani il periodo in cui Gounod ambiva alla veste sacerdotale e riferisco questa assenza di virtuosismi solistici ad un tentativo di pensare ad una finalità liturgica. Poi noto che il testo ha delle aggiunte che non riconosco.  

Il panorama mi distrae. La mente vaga. Cosa conosco di musica classica per Santa Cecilia? Beh, c’è parecchia roba: l’ ode di Haendel, di Purcell, la messa di Haydn, mi pare Scarlatti, poi Britten… ma questa di Gounod mi è nuova. Sarà un’opera miliare della storia della musica, ma a me manca. E di Gounod cosa conosco, oltre all’Ave Maria? Il Faust e il Romeo e Giulietta, certo.

La memoria poi ha un sussulto: ho tratto per i miei concerti molti brani dalle sue raccolte per canto e piano dalle Œuvres Religieuses (score); passo adesso al Requiem (score)  e poi certo! ricordo di aver parlato in classe dell’Inno pontificio (vedi), scritto proprio da Gounod e omaggiato a Papa Pio IX. Siamo a metà 1800, non ricordo esattamente quando e non ho voglia di aprire Wikipedia.

La memoria non mi tradisce e si arricchisce comunque di dettagli: 7 bande eseguono questa Marche pontificale per la prima volta al cospetto del Papa stesso e dei più alti Prelati del tempo e in quella giornata viene replicata più e più volte. Maestosità, solennità, ma rispetto liturgico, ne permettono la ripresa nel 1950 e l’adozione ufficiale come Inno Pontificio. Oggigiorno viene eseguita nelle occasioni più solenni dello Stato Vaticano, nella versione strumentale o col testo cantato, in italiano o in latino.

Ecco, alla radio è finita la messa. Ora diranno chi sono gli interpreti… Galleria.

(di Roberta Frameglia, 8 giugno 2015)

L’udito delle mucche

Oggi mi chiedevo: ma le mucche sentono? E se sì cosa sentono?

Ero a passeggiare in una valle di montagna. Non avrei voluto essere in nessun altro posto tanto era un paradiso: sole, tanto sole; prati verdi macchiati di quei fiori gialli che ogni volta cambiano nome… d’animale (dente di leone, dente di cane, grugno di porco…); ronzii improvvisi di insetti che spero sempre di non vedere, ma che mi fanno tanto casa nella prateria; ruscelli che compaiono fra l’erba e scompaiono, compaiono e scompaiono; sorrisi accompagnati da bofonchiamenti in chissà che lingua, di montanari, esperti o improvvisati, che, gentili, si salutano, ligi alla tacita regola che in montagna ci si saluta sempre tutti. E poi loro: le mucche. O meglio i campanacci delle mucche.

Ho letto che si stanno facendo degli studi sul loro udito: alcuni ricercatori del Politecnico di Zurigo (vedi) hanno evidenziato un abbassamento dell’udito nelle mucche da pascolo a causa proprio di quel rumore metallico che non lascia tregua. Dicono poi anche che il suo peso al collo influenzi la ruminazione. Oggi ci ho pensato anch’io, che quando ho un paio di orecchini che ninnolano troppo, finiscono in un attimo nella tasca della borsa.

Mi ricordo che qualche tempo fa andavano di moda quei braccialetti coi campanellini chiamati “chiama angeli”. Erano il mio incubo: ogni bambina in classe ne aveva uno al polso. O più. O più campanellini per braccialetto. E ognuno con un suo suonino diverso, tanto carino, tanto fastidioso. E durante le verifiche era un tripudio di cinguettii senza senso, mentre io, dalla cattedra, cercavo di concentrarmi per non sentirli. Mi sembrava incredibile che i compagni, e loro stesse, non sentissero fastidio nell’ udire, anche passivamente, un tale ninnolamento di sottofondo.

Forse è il mio orecchio da musicista ad essere particolarmente sensibile e allenato a cercare ogni sfumatura. Però mi chiedo, non è un impoverimento l’appiattimento dei sensi? Non vuol dire perdersi qualcosa nel non notare i sospiri, i toni diversi delle voci, le diverse linee melodiche, o anche solo i diversi ritmi della quotidianità? E non voglio usare paroloni come inquinamento acustico, ma l’attenzione al piccolo, a ciò che mi circonda, alla bellezza di ciò che mi succede, in relazione a chi mi è attorno.

E poi penso a quei video divertenti (vedi) di colleghi che, chi con il sax, chi col trombone, chi con una band, attirano le mucche per un concerto tutto per loro.

E torno a riappacificarmi con gli insetti che mi girano attorno.

(di Roberta Frameglia, 7 giugno 2015)

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