Il canto di grilli e cicale: ed è estate!

estateDa un anno esatto il Ticino è il mio vicino di casa. E’ fra i primi che saluto alla mattina e fra gli ultimi alla sera. Tranquillo spesso, più inverso talvolta, una presenza rassicurante sempre. E’ come un nonno seduto ai giardini che legge mentre i nipoti si scatenano; come la sigla del tg che ti scandisce l’ora, mentre sei indaffarato; come il profumo di pane quando, assorto nei tuoi pensieri, passi davanti a una panetteria; come il rumore dei ruscelli quando cammini in montagna; come il canto delle cicale e dei grilli d’estate

Ecco, oggi pensavo proprio a loro, a quel silenzioso rumore estivo.

Primo chiarimento: le cicale cantano di giorno, i grilli di notte. Le une non ti lasciano un attimo di tregua sotto il sole afoso, gli altri mentre cerchi di dormire, fra caldo e zanzare. Insomma, un ininterrotto, sano inquinamento acustico. Ma bisogna dire che, a differenza della specie umana, sono i maschi di entrambe le specie ad essere i più ciarloni, o più precisamente “cicaloni”.

Per attirare le femmine per l’accoppiamento, che si dice siano attratte proprio da chi ha il canto più potente, i maschi attivano degli organi stridulatori. Le cicale hanno “lamine (timballi) tese da tendini che le collegano a muscoli, sui lati dell’addome; per produrre il suono l’insetto fa vibrare le lamine e camere d’aria provvedono alla risonanza. Non si tratta quindi di un suono prodotto da sfregamenti di parti del corpo.” (da wikipedia). Ascolta

I grilli invece “producono il loro cinguettio sfregando una serie di creste presenti su un’ala, come fossero un plettro, contro un raschietto sulla fascia opposta. Ipoteticamente ciò significa che un grillo potrebbe produrre due canzoni distinte utilizzando entrambi i lati. La frequenza del suono è un indicatore affidabile della dimensione maschile: un grillo femmina può capire quanto è grande un maschio semplicemente ascoltando il tono della canzone.” (da wikipedia). Ascolta

Cicale e grilli fanno da sempre parte delle culture contadine di tutto il mondo e sono simbolo di prosperità e salute, fin da antiche testimonianze greche. Solo per Esopo la cicala è emblema di imprevidenza, messa a paragone con la lungimirante formica, ma per le tradizioni di tante parti del mondo questo è solo un racconto. grilliIl grillo in Cina è addirittura allevato nelle case e conservato in eleganti gabbie, per godere, egoisticamente, irrispettosamente, tutto l’anno del canto estivo.

Sempre in Oriente entrambe le specie sono allevate per finalità culinarie: in Cina, in Vietnam, in Thailandia e in Cambogia sia cicale che grilli, bolliti, saltati, fritti, alla griglia, assieme a ragni, scarafaggi marinati, scorpioni impanati e frittura di formiche, sono considerati prelibati street food, tanto che Pechino ha recentemente avanzato richiesta all’Unesco per poter veder attribuito ai cento cibi di strada dalle ricette più antiche e popolari della capitale il riconoscimento di “patrimonio culturale dell’umanità”.

Anche in Italia, in Trentino, è stata aperta recentemente un’azienda per l’allevamento dei grilli a scopo culinario: se ne vantano proprietà nutrizionali importanti, le proteine contenute sono digeribili al 98 per cento, inoltre contengono Omega 3 e 6, ferro e selenio.

Tutto molto folkloristico, ma a me torna in mente il racconto della mia maestra al Conservatorio, quando mi raccontò dell’improvvisazione di Ella Fitzgerald, quando, alla fine di un indimenticabile concerto a Juan-les-Pins nel 1964, dopo essere stata “disturbata” tutta la sera, decide di “duettare” improvvisando una divertente canzone con i grilli, su una nota e con un simpatico testo inventato al momento. La mia maestra era presente.

Ella FitzgeraldLa vicenda è andata così: il 29 Luglio 1964 a Juan-les-Pins, Ella dà ulteriore prova del suo talento di improvvisazione al termine del concerto tenuto nella pineta Gould, lungo la spiaggia: dopo aver ringraziato il pubblico, ringrazia i grilli, il cui canto si è mescolato con quello di lei per tutto il concerto, e, con i suoi musicisti inizia un’ improvvisazione sul tema del dialogo con il coro dei grilli: ne uscirà una canzone memorabile, su un’unica nota e con un testo scanzonato (“grilli a destra, grilli a sinistra… sta diventando una competizione”), cantata con la sua voce morbida e sorridente, condotta magistralmente dal suo fedele pianista, Tommy Flanagan, al quale chiede di proporle una base introduttiva ripetuta, give me a little vamp…(dammi un po’ di improvvisazione…). (Ascolta “The Cricket Song“)

Concludo con due poesie di due illustri poeti italiani.

Il grillo – Giovanni Parati (1815-1884)grillo--400x300

Son piccin, cornuto e bruno;
me ne sto fra l’erbe e i fior:
sotto un giunco o sotto un pruno
la mia casa è da signor.
Non è d’oro e non d’argento,
ma ritonda e fonda elI’ è:
terra è il tetto e il pavimento,
e vi albergo come un re.
Se il fanciul col suo fuscello!
fuor mi trae dal mio manier,
in un picciolo castello
io divento il suo piacer.
Canto all’alba e canto a sera
in quell’atrio o al mio covil;
monachello in veste nera
rodo l’erbe e canto apriI.
So che il cantico d’un grillo
è una gocciola nel mar;
ma son mesto, s’io non trillo:
deh! lasciatemi cantar.
So che, al par dell’altra gente,
se il destin morir mi fa,
un fratello od un parente
sepoltura a me non dà.
Pur, negletta e fredda spoglia,
se nel prato io morirò,
là sull’orlo alla mia soglia
anche morto un re sarò.
Il re buono, il re piccino
fiori ed erbe avrà per vel,
ed avrà per baldacchino
sulla testa il roseo ciel.

Le cicale – Giosué Carducci  (1835 – 1907)cicala

Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide
mattinate; cominciano ad accordare in lirica
monotonia le voci argute e squillanti.
Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi;
poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove,
pazze di sole; poi tutto un gran coro .che aumenta
d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e
canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi
dei mietitori.
Finisce la mietitura, ma non il coro. Nelle fiere
solitudini sul solleone, pare che tutta la pianura
canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino…

(di Roberta Frameglia, 20 luglio 2016)

O Tannenbaum

TannenbaumOggi mi chiedevo: presepe, albero o entrambi?

Oggi in tutto il mondo si entra in Avvento. In realtà io, come ambrosiana, lo sono già da 2 settimane, ma le riflessioni che sto per fare sono legate agli addobbi natalizi che probabilmente, come quasi tutti i milanesi, mi accingerò a preparare per Sant’Ambrogio (7 dicembre).

Quando ero piccola, provenendo da una famiglia veneta molto tradizionalista, si faceva tutto per Santa Lucia, il 13 dicembre: prima si preparava il presepe e solo dopo anche l’albero. L’albero sembrava fosse uno sfizio, un segno quasi pagano, o meglio un contentino per me bambina. Il simbolo importante e fondamentale era il presepe e nient’altro. E per me andava tutto bene, purché ci fossero tante lucine e tanti ninnoli per casa.

Crescendo qualche domanda me la sono fatta e ora preparo fiera presepe e albero, ascoltando allegramente tutte le carols natalizie possibili, in compagnia dei miei gatti, esaltati da tanto caos in casa.

Perché l’albero di Natale, così come viene usato oggi, ha una storia molto interessante e molto profonda. Il cristianesimo, si sa, ha dato a molte antiche usanze pagane significati cristiani e anche l’abete, l’albero natalizio, è divenuto il simbolo dell’Albero della Vita, in riferimento al primo capitolo della Bibbia, grazie al quale Adamo ed Eva potevano nutrirsi. E l’Albero della Vita poi diviene inevitabilmente Cristo stesso, in riferimento al legno della croce: il legno che fiorisce e che fruttifica, il Cristo che dona la sua vita per i figli.

La mia parte critica (molto spiccata in effetti) mi porta però a riflettere sulle origini di tutto questo: cosa succedeva prima dei Cristiani?

L’abitudine di decorare gli alberi con lumini, nastri e oggetti colorati si riscontra già coi Celti durante le celebrazioni del solstizio d’inverno. Anche i Romani ne adottarono l’usanza, mentre i Cristiani in un primo momento preferirono l’agrifoglio, che ricordava le spine  della corona di Cristo (si dovranno aspettare un bel po’ di secoli, fino al 1963 ad esempio, perché i Cristiani vivano tutto questo con un po’ di… leggerezza).

Estonia (Tallin), Lettonia (Riga) e Alsazia si contendono la sede del primo vero albero di Natale, tutte a partire dalla fine del 1400. In particolare si narra che a Tallin fu eretto un grande abete in centro alla piazza principale, attorno al quale i giovani senza compagno ballavano alla ricerca dell’anima gemella. In ogni caso il riferimento all’Albero Cosmico, l’albero della vita, decorato con mele, noci, forme di zucchero e fiori di carta è diffuso in tutte le culture. Come l’usanza di portare in casa, prima del nuovo anno, un ramo beneaugurante.

Poi nel Medioevo, nel Nord Europa, si diffonde la tradizione di ricostruire nelle chiese protestanti lo scenario del paradiso terrestre con Adamo ed Eva, con tanto di alberi da frutto, simboli di abbondanza e del mistero della vita. La cosa si fa sempre più diffusa tanto da preferire gli abeti, il Tannenbaum, perché sempreverde, simbolo di eternità. Con Goethe e “I dolori del giovane Werther” si parla per la prima volta di albero di Natale nella letteratura.

Arriviamo poi a uno dei canti natalizi tradizionali più noti: “O Tannenbaum”. Il testo moderno è stato scritto nel 1824 dall’ organista, insegnante e compositore Ernst Anschütz di Lipsia. Il testo in realtà non si riferisce al Natale, ma descrive semplicemente un abete di Natale decorato. Il perno su cui si basa il testo è invece la qualità sempreverde dell’ abete come simbolo di costanza e fedeltà.

Anschütz infatti basa il suo testo su una canzone popolare del XVI sec. che narrava una storia d’amore tragica, prendendo ad esempio il sempreverde, l’ abete “fedele”, in contrasto con una amante infedele. La canzone popolare successivamente è stata collegata al Natale: la versione di Anschütz aveva treu (vero, fedele) come l’aggettivo che descrive foglie e aghi dell’ abete, rifacendosi al paragone con la fanciulla infedele della canzone popolare, cambiato poi in grün (verde), per essere meglio associato al Natale.

Insomma, sono felice di fare l’albero di Natale, sia col significato cristiano che con quello più “pagano”. Perché credo fermamente che l’unione di più usanze non porti solo allo scontro, ma sempre all’arricchimento.

Ora vado, che Otto ha trovato la scatola delle palline…

(di Roberta Frameglia, 29 novembre 2015)

Ad ognuno il suo Santo patrono

F. Francia (1450–1517), Madonna e Santi

“Per essere santi non c’è bisogno che gli altri lo sappiano”.

Oggi, raggirando simpaticamente il significato inteso da Marco Aurelio nel suo aforisma, mi chiedevo: conosciamo i nostri santi protettori?

La festa di Ognissanti, che ci apprestiamo a festeggiare il I novembre, non solo celebra i Santi noti, ma anche i meno conosciuti, tutti gli eletti cioè della Chiesa.

Ma chi è il “Santo patrono”? un Santo a cui la Chiesa affida la protezione di una certa categoria di fedeli. I fedeli, a loro volta, si rivolgono a lui per ottenere intercessione e favori presso Dio, per loro stessi o per altri, per mezzo di preghiere e/o atti votivi.

E allora quali sono i Santi patroni dei musicisti, dei cantanti, di tutti coloro che hanno a che fare con la musica? Santa Cecilia, in coro, lo sento, o San Biagio, protettore della gola, o San Gregorio Magno, protettore dei cantori. Ma perché sono diventati tali? Ho scoperto delle cose molto interessanti.

J. Blanchard (1600 - 1638) Saint Cecilia

J. Blanchard (1600 – 1638), Saint Cecilia

  • SANTA CECILIA (22 novembre), patrona dei musicisti. In realtà per questa martire cristiana del II/III secolo l’attribuzione di patrona della musica è, per dirla modernamente, un fake, o per lo meno dovuta ad un’ interpretazione falsata. La Santa, nobile, ma cristiana pia dedita alla carità, portò alla conversione anche il marito e il cognato, barbaramente uccisi per la loro fede, sorte che capitò anche a lei successivamente. Ma perché la Santa è legata alla musica? Si tratterebbe di un’errata interpretazione tardo medievale dell’antifona di Introito della messa nella festa della Santa (alcuni dicono si tratti di un brano della Passio) in cui, descrivendo il suo matrimonio, si dice: “Mentre gli strumenti suonavano (cantantibus organis), Cecilia in cuor suo rivolgeva il suo canto al Signore”. In realtà i codici più antichi non riportano il verbo cantantibus, o il sinonimo canentibus, bensì Candentibus organis (con gli strumenti di tortura arroventati…). Gli “organi”, quindi, non sarebbero affatto strumenti musicali, ma gli strumenti di tortura, e l’antifona descriverebbe Cecilia che “tra gli strumenti di tortura incandescenti, cantava a Dio nel suo cuore”. L’antifona non si riferirebbe dunque al banchetto di nozze, bensì al momento del martirio. In epoca medievale però, data l’assoluta carenza di santi musicanti, il passo che la rese patrona della musica fu brevissimo.
  • Parmigianino (1503-1540), Santa Cecilia e David

    SAN DAVID (29 dicembre), patrono dei musicisti e dei cantanti. Il re Davide, “peccatore e santo”, come lo definisce Papa Francesco in un’omelia del 2014, domina la storia di Israele nel X sec. a.C. Abbattè il gigante Golia, ridiede fiducia alle tribù d’Israele e le raccolse in un unico popolo forte e rispettato, ma soprattutto dalla sua discendenza sarebbe nato Gesù. Valoroso guerriero, musicista e poeta, accreditato dalla tradizione quale autore di molti salmi.

  • Antonello da Messina (1429-479), Gregorio I

    Antonello da Messina (1429-479), Gregorio I

    SAN GREGORIO MAGNO (3 settembre), patrono dei musicisti e dei cantori. Nato nel 540, divenne molto giovane prefetto di Roma, anche se la vocazione monastica lo portò presto ad entrare in monastero. Nel 590 fu eletto Papa (Papa Gregorio I) e fin da subito esercitò un’intensa attività di sollecitazione alla carità e all’ azione missionaria, soprattutto attraverso i suoi scritti. Gregorio riorganizzò a fondo la liturgia romana, ordinando le fonti anteriori e componendo nuovi testi. Promosse quella modalità di canto tipicamente liturgico che da lui prese il nome di “gregoriano“: leggende narrano che fosse lui stesso a dettare i suoi canti, ma in realtà i manoscritti più antichi contenenti i canti del repertorio gregoriano risalgono al IX secolo e pertanto non si sa se lui stesso ne abbia composto qualcuno.

  • Piero della Francesca (14016-1492), Battesimo di Gesù

    Piero della Francesca (14016-1492), Battesimo di Gesù

    SAN GIOVANNI BATTISTA (24 giugno), patrono dei cantori. L’inno scritto in onore di San Giovanni Battista composto da sei emistichi  “UT queant laxis, REsonare fibris, MIra gestorum, FAmuli tuorum, SOLve polluti, LAbii reatum, Sancte Iohannes”, ovvero «Affinché possano con libere voci cantare le meraviglie delle azioni tue i (tuoi) servi, cancella del contaminato labbro il peccato, o San Giovanni», ispirò nell’ XI secolo il monaco benedettino e teorico musicale Guido d’Arezzo nella definizione di un memorandum per la memorizzazione delle melodie scritte sul rigo musicale, dando di fatto origine alla codificazione dei nomi delle note. Per tale ragione San Giovanni Battista è divenuto il patrono di cantori e musicisti. Noto ai più per due aspetti della sua vita,  il battesimo di Gesù nelle acque del Giordano e la sua decapitazione, per mano di Erode Antipa che voleva compiacere la figliastra Salomè, fu una delle personalità più importanti dei Vangeli, come asceta e predicatore.

  • Immagine votiva di San Domenico Savio

    Immagine votiva di San Domenico Savio

    SAN DOMENICO SAVIO (6 maggio), patrono dei Pueri Cantores. Allievo di San Giovanni Bosco, nato nel torinese nel 1842, si distinse per la fervente propensione alla preghiera, alla contemplazione e all’assiduità ai sacramenti. Preciso e puntuale cantore del coro dei fanciulli diretto da Don Bosco, si ammalò di colera, che lo portò alla morte a soli quindici anni.

Michelangelo Buonarroti (1475-1564), San Biagio ne "Il Giudizio Universale"

Michelangelo (1475-1564), San Biagio ne “Il Giudizio Universale”

  • SAN BIAGIO (3 febbraio), patrono dei suonatori degli strumenti a fiato, dei laringoiatri e più genericamente della gola. Tante sono le tradizioni legate a questo Santo, medico e vescovo della sua città in Armenia tra il III e il IV secolo. Martirizzato a causa della sua fede, gli vennero attribuiti numerosi miracoli, fra i quali il salvataggio di un bambino che stava soffocando dopo aver ingerito una lisca di pesce. Da qui la tradizione di compiere una benedizione della gola con le candele benedette (incrociate) il giorno precedente, festa della Presentazione di Gesù al tempio. Molte poi le tradizioni legate alla cucina, come la Polpetta di S.Biagio campana o i tarallucci abruzzesi, fino al milanese detto “San Bias el benediss la gola e el nas”, quando, come tradizione molto sentita, si mangia in famiglia ciò che è rimasto del panettone raffermo natalizio, appositamente conservato, come gesto propiziatorio contro i mali della gola e raffreddori. In questo giorno i negozianti poi, per smaltire l’invenduto, vendono a poco prezzo i cosiddetti panettoni di San Biagio, gli ultimi rimasti dal periodo natalizio.

Invito poi ad approfondire le personalità di SANTA BARBARA (4 dicembre), protettrice dei campanari, ma anche San GENESIO (25 luglio) e SAN VITO (15 giugno), protettori degli attori e legati in qualche modo anche ai musicisti, e SAN LUCA EVANGELISTA (18 ottobre) e SANTA CATERINA DA BOLOGNA (9 marzo), protettori degli artisti.

Santa Roberta da Pavia. Fotomontaggio

Santa Roberta da Pavia. Fotomontaggio

Concludo con un sorriso: un divertente fotomontaggio, regalo di un amico cantante, prova che i musicisti, col loro folklore e la loro colorata follia, mi sa che hanno davvero bisogno di tante mani sulla testa…

(di Roberta Frameglia, 27 ottobre 2015)

Halloween o Holyween? tutto, ma niente crociate

Oggi mi chiedevo, anzi no, oggi mi hanno chiesto: “Prof, ci sono delle canzoni per Halloween? Sulle streghe, sui morti…?”

Mi piacciono i cappelli. Quando posso, ovunque io sia, al supermercato o al mercato, alla fiera o in boutique, ne provo uno. Di qualunque foggia: con le orecchie, con la veletta, eleganti, di piume, di pile, strani, grandi, piccoli. Provo tutto. Figurarsi ad Halloween, con tutti quelli da strega che si trovano in giro.

La domanda sulle canzoni di Halloween mi arriva in questo periodo praticamente ogni anno, cambiano solo i soggetti (streghe/morti/zucche/cimitero/pipistrelli…). E come ogni anno anche la diatriba “Halloween sì/ vade retro Halloween” arriva implacabile come il panettone a Natale.

Personalmente le crociate pro o contro qualcosa in maniera univoca ed estremista non mi hanno mai conquistata: io ho le mie idee e tu hai le tue, punto. Io non nascondo le mie e ti chiedo di fare altrettanto con le tue, perché grazie alle tue idee io posso farmi delle domande, con cui magari rinforzare le mie o semplicemente arricchirle di colori nuovi o magari ammettere che le tue hanno più senso delle mie. In pace, nel rispetto e in condivisione. E tu forse farai altrettanto.

Su Halloween ad esempio ho delle idee piuttosto chiare, o meglio sono chiare sulle crociate pro o contro, e sono chiare sulla volontà di capirne le origini, le trasformazioni, le motivazioni originarie e moderne. Poi ogni avvenimento, festività o momento ha molteplici sfaccettature, alcune pure, nella loro natura, altre impregnate di rimaneggiamenti e/o globalizzazione. La risposta perciò alla domanda se ci sono canzoni per Halloween è semplicemente sì, ce ne sono e sono diverse a seconda della finalità.

Perché Halloween è un momento molto più complesso di quello che ci viene passato dalla tv e dal business e semplice insieme, e ogni canto, come sempre, è in qualche modo legato alla nostra vita quotidiana.

Halloween (All Hallows Eve = la Notte di tutti i Santi) raccoglie e combina tante tradizioni diverse e più o meno lontane nel tempo, a partire dal momento in cui si temeva (e si festeggiava anche) che in questa notte la distanza fra il regno dei morti si avvicinasse a quello dei vivi. Questa notte però segnava anche la fine dell’estate e del raccolto e l’entrata nel periodo buio e più duro: l’inverno. Ci sono molte canzoni che trattano questo passaggio, dedicate all’autunno o più nello specifico al solstizio d’inverno, dove spesso all’interno viene espresso proprio qualche concetto di timore.

Il ritrovarsi intorno ai falò, di fronte ai quali si portavano doni, rappresentava un momento sociale di estrema importanza, di esorcismo delle paure del freddo e dell’inverno buio, un’ occasione per rinnovare l’affetto per i propri defunti, ma anche per cacciare gli spiriti “dannati” che sarebbero potuti giungere in mezzo agli uomini (ecco la pratica del travestimento per non essere riconosciuti dagli spiriti).

Col Medioevo poi le tradizioni si arricchiscono, per non parlare dell’800 con le grandi migrazioni e incontri di popoli: la danza macabra, il tema iconografico (ripreso anche da molti compositori) che rappresenta scheletri che danzano coi vivi (“memento mori” = ricordati che devi morire) o l’idea del dolcetto o scherzetto (trick or treat) che deriva dalla richiesta di pane (soul cake = pane dell’anima) decorato con una croce fatta di uvetta, che rappresentava le preghiere che il mendicante prometteva al donatore, religiosità e disperazione completamente scomparse nelle pratiche odierne. Anche lasciare una luce alla finestra o la tavola preparata sono tradizioni rimaste tutt’oggi in molte nostre regioni italiane, per non parlare dei dolci (il pan dei morti, le ossa dei morti). In tutti i giorni che precedono il Giorno dei Defunti poi si fa visita ai cimiteri, portando solitamente fiori (vd. la festa di epoca romana di Feralia da fero = portare – doni, cibo, fiori, ecc).

Tutti i riferimenti al satanismo e alle pratiche di magia nera in questa notte personalmente non mi interessano: ogni momento religioso ha da sempre il suo lato oscuro, la risposta del male e l’antagonista in veste decisa. Questa notte è considerata la notte delle streghe, del male e dell’oscurità per eccellenza: io, da credente, mi faccio forte del significato dell’unione della Chiesa con i suoi defunti e i suoi santi, in una continuità perpetua. La responsabilità degli adulti nei confronti dei più giovani, a mio avviso, è proprio questa: documentarsi e affrontare anche temi che subito ci potrebbero spaventare, conoscerne i significati e guardarli in faccia, non rifiutandoli, nascosti dietro a frasi fatte e concetti limitati a giusto/sbagliato, bello/brutto, bene/male. Il consumismo, il business e la globalizzazione hanno le redini da anni su molte “feste”, ma non è negando che ci si salvaguarda, ma approfondendo e affrontando ogni tema. Poi ognuno è libero di “festeggiare” o meno, purché la sua motivazione sia fondata.

Concludendo, ai miei studenti consiglio sempre di vedere e ascoltare “Soul cake” , la canzone più emblematica di questo periodo, soprattutto nella versione di Sting nella Durham Cathedral (che allego in fondo). La canzone riprende proprio, come da tradizione, la cantilena  dei mendicanti che chiedevano appunto la soul cake in cambio di preghiere, come ci è stata tramandata. Nella versione di Sting, si può ascoltare poi un accenno di “God Rest You Merry Gentlemen”, noto carols natalizio, come anticipazione delle festività successive.

E comunque Halloween o no, io continuo a provarmi tutti i cappelli che trovo.

    

   

(di Roberta Frameglia, 18 ottobre 2015)

La Lady Gaga del corno alpino: Eliana Burki

eliana burkiOggi mi chiedevo… beh in realtà, guardando per la prima volta un corno delle Alpi, mi sono chiesta un mucchio di cose.

Partiamo dall’inizio. Ieri, 26 settembre, in P.zza Duomo, si sono radunati 420 suonatori di Corni delle Alpi, accompagnati da sbandieratori, tamburini e portatori di alabarde, al motto “Corni alpini invece di alabarde”, per ricordare, in occasione di Expo 2015, i tre anniversari della Svizzera: 500 anni di neutralità (battaglia di Marignano, 1515), 200 anni di pace con il mondo (Congresso di Vienna, 1815) e l’inaugurazione della più lunga galleria ferroviaria del mondo (Gottardo, 2016). (vedi il servizio sulla Tv Svizzera).

L’esibizione, notizia confermata proprio dalle autorità presenti, è entrata nel Guinness dei primati: è stata la prima volta che un numero così elevato di suonatori di corni delle Alpi si esibisce al di fuori dei confini nazionali. Il concerto è iniziato con l’andante dell’ouverture del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini e col noto “ti-tu-ta” che è anche il famoso clacson a tre suoni degli autopostali svizzeri, per poi presentare, fra gli altri, due brani appositamente composti per l’occasione, dal titolo “San Gottardo” e “Marignano”.

Naturalmente le domande e i dubbi nel guardare quegli strumenti e nell’ascoltare il loro suono sono stati continui: di cos’è fatto? Come si smonta? È pesante? È faticoso suonarlo? Come si suona? Com’è accordato? Che possibilità ha? Ci sarà un virtuoso del corno alpino, il Lang Lang del corno, la Lady Gaga delle Alpi?

Devo dire che sono rimasta molto affascinata dal suono di questo strumento, che, confesso, avevo visto in televisione solo nelle pubblicità delle Alpenliebe o del cioccolato con quella povera mucca viola. Le mie ricerche, perciò, una volta a casa, sono iniziate.

L’Alphorn, com’è il vero nome del corno alpino, fu documentato per la prima volta a metà del XVI secolo e nasce come strumento dei pastori che richiamavano le mucche alle stalle per la mungitura, o come mezzo di segnalazione e comunicazione fra le malghe delle Alpi e spesso era suonato anche come preghiera serale. Nel corso dei secoli il suo utilizzo diminuì sempre di più. Solo durante il Romanticismo e con la ripresa del folklore e del turismo, il corno delle Alpi ha vissuto una rinascita, diventando persino simbolo nazionale.

Sebbene l’uso e la tecnica per suonare i corni delle Alpi siano ripetutamente cambiati tra il XVI e il XX secolo, la forma di questo strumento non è, sostanzialmente, cambiata. Il corno delle Alpi è tutt’oggi un lungo tubo conico curvato all’estremità come il corno di una mucca, in legno di conifere solide, come il larice, l’abete rosso o il pino (oggi), senza fori né chiavi, appoggiato ad un sostegno incollato alla base della campana e smontabile in più pezzi per il trasporto. corni delle alpi

La tonalità dello strumento dipende dalla sua lunghezza, che può variare dai 2,45 ai 4,13 metri. Nonostante il notevole sviluppo di suono, essendo un corno naturale, esso può emettere un limitato numero di note, ossia i soli armonici, che fra l’altro non corrispondono esattamente alle note presenti nella scala cromatica familiare del temperamento occidentale. Il corno delle Alpi è uno strumento piuttosto difficile da suonare, più per l’intonazione che per il fiato richiesto. I musicisti considerano che questo strumento in legno faccia parte per lo più alla famiglia degli ottoni, perché per suonarlo occorre la stessa tecnica. Nel suo timbro inconfondibile, tuttavia, il corno delle Alpi combina la pienezza di un ottone con la morbidezza di uno strumento a fiato in legno.

E ora arriviamo al clou delle mie ricerche: ebbene sì, esiste la Lady Gaga dell’ Alphorn e si chiama Eliana Burki!

Dopo studi accademici di canto e pianoforte, si dedica allo strumento che suona da quando aveva 6 anni e negli anni ne spinge le possibilità tecniche fino al jazz, al blues e al pop. La sua bravura la porta anche ad eseguire brani sinfonici classici (guarda) per Alphorn e orchestra (il più noto è la “Sinfonia Pastorella” per Alphorn e archi in Sol maggiore di Leopold Mozart). Nei suoi video traspare una completezza di qualità musicali molto interessante.

Oltre al suo lavoro di musicista, poi, Eliana Burki lavora in un ospedale per bambini a Davos, nel Canton Grigioni, in un progetto benefico di musicoterapia. Con le lezioni di Alphorn aiuta i bambini che soffrono di fibrosi cistica, poiché la tecnica di respirazione usata per suonare ha effetti benefici sia sotto l’aspetto fisico che mentale.

Che spettacolo la creatività umana e che bella scoperta la Burki e l’Alphorn!

(di Roberta Frameglia, 27 settembre 2015)

Le canzoni “da piedi”

Oggi mi dicevo: non si può far di tutta un’erba un fascio, perché ci sono canzoni estive e canzoni estive, tormentoni e canzoni “da piedi”.

Parto però da un problema: è estate da qualche giorno, ma non c’è ancora un tormentone per l’estate 2015. E’ una preoccupazione. A dirla tutta il 2015 è oggettivamente già pieno di tormentoni: l’Expo, gli immigrati, il gender, Il Volo, ma non c’è ancora  la canzone di qualche pubblicità mandata in loop, “la” canzone dei balli in Riviera, quella che sai che poi finisce in parodia a fine agosto su facebook. Penso a Vamos a la playa, a Waka Waka, ad Asereje, alla Macarena, al Pulcino pio

Ma cos’è un tormentone? L’uso di questo termine risale agli anni sessanta, ai tempi degli spettacoli di varietà, quando un’espressione o una frase fatta veniva diffusa e reiterata dalle radio, dai giornali, da altre trasmissioni televisive o semplicemente tramite il passaparola e veniva usata poi ripetutamente nel gergo e nella quotidianità e diventava così un “tormento”. Proprio con Vamos a la playa degli anni ’80 il termine viene trasposto alla musica e in particolare alle canzoni estive, trasmesse nelle spiagge a ritmo continuo dagli altoparlanti dei bagni. In pratica un tormentone risponde alle seguenti caratteristiche: l’elevata fruibilità, possibilmente di tipo passivo (pubblicità, passaggi frequenti alla radio, nei negozi e supermercati, ecc); il ritmo semplice, ballabile e trascinante; il testo elementare, anche senza significato (Asereje ne è stato l’esempio più eclatante).

La canzone estiva “da piedi” è un’altra cosa: è quella canzone allegra e spensierata che ti fa sorridere e tenere il tempo senza che tu voglia farlo, ma che soprattutto puoi seguire coi piedi mentre sei sulla sdraio e prendi il sole. Tutti e due a destra, tutti e due a sinistra, uno a destra, uno a sinistra, entrambi all’esterno, entrambi all’interno, uno avanti, uno indietro… regolare e beata, mentre ad occhi chiusi non pensi a nient’altro che a seguire il tempo (e non ti serve pensarci neanche troppo). E’ semplicemente la tipica canzone estiva con le chitarre in sottofondo e una voce allegra che parla del sole e di quanto è bello essere innamorati o di poco altro. Ma sia chiaro: non è “il tormentone”, perché non è detto che sia una canzone nota, anzi, talvolta rimane di nicchia.

Le caratteristiche della canzone “da piedi” sono precise:

  • non è del tutto stupida, spensierata ma non stupida;
  • ha un ritmo regolare, subito accattivante e una struttura perfettamente rientrante nei canoni tradizionali della canzone pop (strofa, ritornello, strofa, ritornello, ponte, ritornello n. volte). Se già il ritmo è incalzante o troppo rock, non è più “da piedi”;
  • è in una tonalità rigorosamente maggiore. Se c’è anche una leggera vena malinconica anche solo nel timbro della voce, non è “da piedi”;
  • è per voce e strumenti pop, a volte con percussioni, altre con altri strumenti più particolari (l’ukulele), rigorosamente però con la chitarra classica con plettro e accordi in sottofondo (che rimanda sempre inconsciamente al falò sulla spiaggia e quindi all’estate);
  • ha testi che parlano d’amore, d’estate, di libertà, di leggerezza, senza frasi banali tipiche del tormentone (“dammi tre parole…sole, cuore, amore” nella canzone “da piedi” non si sentirà mai!).

Sono anni che penso che questa categoria dovrebbe rientrare nell’immaginario comune.

Riporto sotto qualche esempio.

Michael BubléHaven’t Met You Yet 

Elton JohnThe Heart of Every Girl 

Natalie ColeThis will be 

Simple PlanSummer Paradise ft. Sean Paul

Michael Franti & SpearheadSound of Sunshine ft. Jovanotti

The FoundationsBuild me up 

James BluntPostcards

Ornella VanoniBasta poco 

Per la cronaca ho pronte delle meravigliose coreografie coi piedi perfezionate negli anni.

(di Roberta Frameglia, 26 giugno 2015)

Illustri musicisti, storie di emigrati

Oggi mi chiedevo: a proposito di immigrazione, chi sono i musicisti emigrati divenuti illustri?

Il problema iniziale è definire l’emigrato, perché ovviamente, secondo molti, ci sono emigrati (e immigrati) ed emigrati (e immigrati). Chi emigra lascia il suo paese, i suoi cari, magari di fretta, con poche cose, solo con infinite speranze. E ambizioni, quelle tante e tutte meravigliose, concrete e costruttive. Perché l’emigrato è emigrato e basta. E’ qualcuno che fugge, o semplicemente lascia qualcosa, stanco e disperato, nella speranza (e volontà) di trovare altro di migliore.

E’ l’uomo ad essere diverso, come me e il mio vicino di pianerottolo, diversi. Ci salutiamo, neanche sempre, e nessuno dei due sa, una volta chiusa la porta, cosa succeda nell’appartamento dell’altro. E’ l’uomo che sceglie di vivere nel nuovo paese costruendosi una propria identità. E’ l’uomo che arricchisce il nuovo paese portando la propria cultura e le proprie tradizioni, contribuendo alla crescita culturale e sociale della nazione. E’ l’uomo che decide cosa fare della propria vita, nel bene e nel male. Non l’immigrato, la categoria, il ghetto, ma l’uomo.

E nel mondo ci sono tanti emigrati divenuti illustri proprio secondo questo principio, e tanti musicisti anche, con le loro storie, disperate o meno, corresponsabili della cultura del paese che li ha accolti e naturalizzati. Lasciamo stare quelli emigrati per studio, per trasferimenti lavorativi, per amore (che se pur diversamente, della sofferenza l’hanno provata anche loro). Vediamo chi è stato costretto ad emigrare, per questioni politiche, persecuzioni razziali, per la povertà.

  • PIANISTI

Fryderyk Chopin (Żelazowa Wola, 1marzo 1810 – Parigi, 17 ottobre 1849), è stato un compositore e pianista polacco naturalizzato francese. Fu uno dei grandi maestri della musica romantica, talvolta definito «poeta del pianoforte». Bambino prodigio, Chopin crebbe a Varsavia, fino alla repressione russa del 1830, quando si trasferì in Francia nel contesto della cosiddetta Grande Emigrazione polacca.

Sergej Rachmaninov (Velikij Novgorod, 1º aprile 1873 – Beverly Hills, 28 marzo 1943) è stato un compositore, pianista e direttore d’orchestra russo naturalizzato statunitense. Considerato uno dei più grandi compositori e pianisti russi di sempre, dopo la rivoluzione dell’ottobre 1917 decise di raggiungere gli Stati Uniti, dove faceva sempre ritorno dai suoi concerti in tutto il mondo.

Arthur Rubinstein (Łódź, 28 gennaio 1887 – Ginevra, 20 dicembre 1982) fu un pianista statunitense di origine polacca, considerato tra i massimi concertisti del Novecento, e celebre soprattutto per le sue virtuosistiche esecuzioni di Chopin, del quale era considerato il massimo interprete. Studiò a Varsavia, proseguendo i suoi studi a Berlino. Rubinstein trascorse il periodo della seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, paese del quale ottenne la cittadinanza nel 1946.

Nikita Magaloff (San Pietroburgo, 8 febbraio 1912 – Vevey, 26 dicembre 1992) è stato un pianista russo naturalizzato svizzero. Di origine principesca, dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917 nel 1919 la sua famiglia fuggì dal paese natale e si stabilì a Parigi. Musicista dallo stile nobile e riservato, brillante e allo stesso tempo morbido, fu tra i più alti interpreti di Schumann e Chopin, di cui ha eseguito l’intera opera per pianoforte. È stato anche membro di giuria in importanti concorsi internazionali.

  • DIRETTORI D’ORCHESTRA

Georg Solti (Sir) (Budapest, 21 ottobre 1912 – Antibes, 5 settembre 1997). E’ stato un direttore d’orchestra ungherese naturalizzato inglese. Nel documentario biografico di Peter Maniura (The Making of a Maestro del 1997), a lui dedicato, Solti stesso racconta che suo padre mutò il cognome Stern in Solti nel tentativo di proteggere la propria famiglia, ebrea, dall’antisemitismo. Lo stesso si legge nella sua autobiografia. Solti è stato interprete estroverso e coinvolgente, attento al dettaglio sonoro come pochi. La sua discografia è immensa e sempre di preziosa qualità.

  • COMPOSITORI

Kurt Weill (Dessau, 2 marzo 1900 – New York, 3 aprile 1950). Musicista tedesco naturalizzato statunitense. Nato e cresciuto in Germania, dove iniziò la sua attività artistica e conquistò presto la celebrità, si fece conoscere anche in tutta Europa. Tuttavia nel 1933, malgrado la sua fama e il successo, fu costretto a fuggire dalla Germania per le persecuzioni naziste. Gli anni dell’esilio, prima in Francia poi nel Regno Unito, furono molto difficili. Nel 1935 si rifugia negli Stati Uniti dove rimarrà fino alla sua morte, non dopo aver ottenuto infiniti successi, grazie anche alla collaborazione con Bertold Brecht.

Giörgy Ligeti (Dicsöszentmárton, Transilvania, 28 maggio 1923 – Vienna, 12 giugno 2006). Compositore ungherese naturalizzato austriaco. Di famiglia ebrea, iniziò la sua educazione musicale a Cluj, bruscamente interrotta nel 1943, quando fu costretto dai nazisti ai lavori forzati. I suoi genitori, il fratello e altri parenti furono deportati nei campi di concentramento di Auschwitz, Mauthausen e Bergen-Belsen, dai quali uscì viva solo sua madre. Nel dicembre 1956, due mesi prima che l’ armata sovietica reprimesse i moti d’ Ungheria, Ligeti, portando con sé solo alcuni spartiti e una borsa, si rifugiò a Vienna, dove chiese la cittadinanza austriaca.

  • STRUMENTISTI

Mstislav Leopoldovich Rostropovich (Baku, 27 marzo 1927 – Mosca, 27 aprile 2007), è stato un violoncellista e direttore d’orchestra russo naturalizzato statunitense. Nacque in Azerbaijan (allora parte dell’Unione Sovietica) ma si trasferì negli Stati Uniti, in dissenso con il regime sovietico. Venne considerato il più grande violoncellista del suo tempo. Rostropovič fu promotore dell’arte senza frontiere, della libertà di espressione e dei valori democratici. Queste sue idee erano però in contrasto con il regime Sovietico. Egli fu bandito da tutti i suoi incarichi pubblici e nel 1978 gli fu revocata la cittadinanza dell’Unione Sovietica. Nel 1990, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, gli fu restituita la cittadinanza russa, ma egli mantenne comunque quella statunitense.

Infinite altre sono le storie di musicisti in esilio o in fuga nella storia della musica, non soltanto classica. Un esempio lo rappresenta Chico Buarque de Hollanda (Rio de Janeiro, 19 giugno 1944), cantante, compositore e scrittore brasiliano, uno dei più noti autori ed interpreti della bossanova, rifugiato in Europa, come tanti suoi connazionali, durante gli anni della dittatura militare. E ancor più interessante è la storia di Gilberto Gil (Salvador, 26 giugno 1942), uno dei più importanti e noti musicisti brasiliani, attivista politico contro le misure restrittive del governo militare brasiliano, è costretto all’esilio a Londra, con l’amico e collega Caetano Veloso. Rientrato in patria e ripresa la sua attività di musicista e di militante politico, è nominato Ambasciatore della Fao ed è nominato Ministro della Cultura che lo impegnerà diversi anni.

“Quando si avvicina uno straniero e noi lo confondiamo con un nostro fratello, poniamo fine a ogni conflitto. Ecco, questo è il momento in cui finisce la notte e comincia il giorno.” (Paulo Coelho)

(di Roberta Frameglia, 18 maggio 2015)

La musica classica va in vacanza

Claude Monet, Beach at Trouville, 1870, oil on canvas. Wadsworth Atheneum Museum of Art, Hartford, CT.

Claude Monet, Beach at Trouville, 1870, oil on canvas. Wadsworth Atheneum Museum of Art, Hartford, CT.

Oggi mi chiedevo: quali sono i brani classici per l’estate?

E’ iniziata l’estate e come tutti gli anni si sceglie quale musica portare in vacanza. E allora perché non pensare anche alla musica classica più adatta ai mesi estivi?

Naturalmente subito penso a Vivaldi e L’estate Summertime di Gershwin da Porgy and Bess. Troppo prevedibile.

Lasciamo correre allora la fantasia: Eine kleine Nachtmusik (“Piccola serenata notturna”) di Mozart, brano che già ai tempi del compositore era suonato nelle corti e nei giardini nobiliari proprio durante le sere d’estate. Der Sommer (“L’estate”) da Die Jahreszeiten (“Le Stagioni”) di Haydn, maestoso oratorio settecentesco per soli, coro e orchestra, o Ein Sommernachtstraum (“Sogno di una notte di mezza estate”) di Mendelssohn, musica di scena composta sull’omonima commedia mitologica di Shakespeare.

Passo ora in Francia, verso gli impressionisti francesi, il cui interesse, più specifico per il mare, si manifesta in pezzi sinfonici come La mer (“Il mare”) di Debussy, considerato una delle migliori opere per orchestra del ventesimo secolo, o i brani per pianoforte Jeux d’eau (“Giochi d’acqua”) e Une barque sur l’Ocean (“Una barca sull’Oceano”) di Ravel, in cui i movimenti suggestivi dell’acqua sono espressi grazie a rapidi e vertiginosi passaggi pianistici, alternati a sonorità più lievi e sognanti.

Se si protende invece verso sonorità orchestrali più contemporanee, nella Piccola musica notturna di Dallapiccola si troverà una immobilità immaginifica, fatta di ombre e luci che ricreano quell’ atmosfera sospesa di certe notti afose d’estate, come la Pastorale d’été (“Pastorale d’estate”) di Honneger, riferita invece all’alba di una giornata estiva.

La liederistica tedesca dell’Ottocento, poi, sa dipingere con la musica e il testo veri quadri ideali, come la piccola ape che dialoga con un giovane ragazzo innamorato, nel silenzio della calura estiva (Der Knabe und das Immlein, “Il ragazzo e l’ape”, di Wolf), oppure “il signor usignolo” che canta solitario su un ramo (Ablösung im Sommer, “Cambio della guardia in estate”, di Mahler). Lo stesso accade nelle mélodies francesi, che spesso prediligono descrivere i campi di grano e i fiori estivi, come i papaveri o i fiordaliso (Fleur des blés, “Fiore delle messi”, o Beau Soir, “Bella Serata”, entrambe di Fauré) o, come nel ciclo Le nuits d’été (“Notti d’estate”) di Berlioz, dove la pittura ideale verte sul gioco fra amore e morte, attraverso immagini fantastiche.

Molte composizioni sono poi dedicate alla montagna, come il lied La Marmotte di Beethoven o Der Alpenjäger (“Il cacciatore delle Alpi”) di Schubert, fino al nostro Rossini con La pastorella delle Alpi o Catalani con la Canzone dell’Edelweiss dall’opera La Wally.

Coraggio, nella vostra tracklist quest’anno, fra Beyoncé e i Modà mettete anche Mozart! Basta iniziare.

(di Roberta Frameglia, 9 giugno 2015)

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