In un giardino non si è mai soli

monastero ss.trinità dumenzaNon vi è mai capitato di cercare un libro perché ne avete sentito al volo una frase citata alla radio o alla tv? A me spesso. Questa in particolare non era una pubblicità del libro, ma l’introduzione ad un argomento più ampio e mi ha incuriosito. No, mi ha proprio conquistata.

Il libro poi l’ho letto tutto e anche se la storia non mi ha convinta, la narrazione l’ho trovata superba, per le metafore e le immagini. E, come spesso succede, parlava di tutt’altro rispetto alla frase che mi ha colpita.

Si tratta di “Tre cavalli” di Erri De Luca. Non è un romanzo tradizionale e fluido, che leggi anche nel salone dell’asilo di tuo figlio perché la storia è facile e avvincente.

Per De Luca serve l’atmosfera giusta, la musica giusta, puoi anche riuscire ad estraniarti in una metropolitana piena, ma quando rialzi lo sguardo non ti guardi attorno allo stesso modo. Richiede impegno, attenzione, ti ritrovi con gli occhi socchiusi mentre osservi intorno, il fiato è rallentato, i colori del mondo sono sfumati e pastello, anche se la pagina è intensa e cruda.

Il passo (ridotto alla radio) era questo:

“Così mi trovo a stare la giornata in un giardino a badare ad alberi e a fiori e a stare zitto in molti modi e dentro qualche pensiero di passaggio, una canzone, la pausa di una nuvola che toglie sole e peso dalla schiena. Vado per il campo con un nuovo alberello di melo da piantare. Lo metto giù, lo giro, guardo i suoi rami appena accennati tentare posto nello spazio intorno. Un albero ha bisogno di due cose: sostanza sotto terra e bellezza fuori. Sono creature concrete ma spinte da una forza di eleganza. Bellezza necessaria a loro è vento, luce, uccelli, grilli, formiche e un traguardo di stelle verso cui puntare la formula dei rami. La macchina che negli alberi spinge linfa in alto è bellezza, perché solo la bellezza in natura contraddice la gravità. Senza la bellezza l’albero non vuole. Perciò mi fermo in un punto del campo e chiedo: “Qui vuoi?” Non mi aspetto una risposta, un segno nel punto in cui tengo il suo tronco, però mi piace dire una parola all’albero. Lui sente i bordi, gli orizzonti e cerca un punto esatto per sorgere. Un albero ascolta comete, pianeti, ammassi e sciami. Sente le tempeste sul sole e le cicale addosso con la stessa premura di vegliare. Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano. Se viene da un vivaio e deve attecchire in suolo sconosciuto, è confuso come un ragazzo di campagna al primo giorno in fabbrica. Così lo porto a spasso prima di scavargli il posto.” (Tre cavalli, Erri De Luca, Feltrinelli, Milano 1999, p. 18-19)

Trovo questo racconto di una tale bellezza. Non è espresso un tempo definito, né uno spazio preciso, solo il necessario, quindi l’infinito e l’indefinito, un “traguardo di stelle verso cui puntare” che non ha fine. Il dialogo fra l’albero e il suo giardiniere è senza un codice determinato, le parole, ma è un’intesa istintuale di fiducia reciproca. “Un albero ascolta” e il suo giardiniere anche.

Il dialogo poi prosegue nei pensieri del protagonista:

“Guardo le terre, penso al giardino. Crescere alberi dà soddisfazione. Un albero somiglia a un popolo, più che a una persona. S’impianta con sforzo, attecchisce in segreto. Se resiste, iniziano le generazioni delle foglie. Allora la terra intorno fa accoglienza e lo spinge verso l’alto. La terra ha desiderio di altezza, di cielo. Spinge i continenti all’urto per innalzare creste. Si struscia attorno alle radici per espandersi in aria con il legno. E se è fatta a deserto, fa polvere per salire. La polvere è una vela, migra, scavalca il mare. Lo scirocco la porta dall’Africa, ruba spezie ai mercati e ci condisce la pioggia. Razza di capomastro è il mondo.” (Ivi, p. 22)

Dalla pittura alla scultura, dalle pagine letterarie alle narrazioni tramandate per via orale, l’albero è un simbolo universalmente presente, un’immagine archetipica talmente forte da vivere e protrarsi nel tempo e nello spazio.

L’albero della vita; l’albero della conoscenza nell’Eden; l’albero che Darwin utilizza per spiegare la teoria dell’evoluzione; l’albero di Klimt e il suo perpetuo rinnovarsi; l’albero che connette cielo e terra; che permette, con la fotosintesi, la vita sulla terra; l’albero simbolo dell’umanità che continuamente si rinnova e rinasce; l’albero della Croce; l’albero del silenzio e dell’ascolto nel pineto di D’Annunzio; l’albero che, con la sua mela, ha svelato la gravità a Newton; ecc ecc.

De Luca prosegue:

Di pomeriggio arriva il leccio. Assesto le radici nello scavo, lo puntello a tre pali, concimo e annaffio. È già un bel tronco, gli costa sforzo e pericolo impiantarsi da cresciuto. A volte si intristiscono e non vogliono più vivere. Gli canticchio intorno per benvenuto, lo lego per dargli forza.” (Ivi, p. 25)

Gli canticchia intorno. Tifa per lui. Poi di nuovo silenzio. E’ un silenzio di spessore diverso: quello abitato da un pensiero, da un ricordo, o quello “fisico”, che accompagna il riposo del corpo dopo lo sforzo del lavoro. Ed è dialogo e ascolto degli alberi, perché “in giardino non si è mai soli”, come scrive Pejrone, l’architetto di giardini illustri.

L’aspirazione all’alto, l’essere ben ancorati a terra, il silenzio e l’ascolto, l’intesa silenziosa, la fiducia. Leggetevi dentro qualunque significato, cristiano o laico: io ne sono rimasta semplicemente incantata.

(di Roberta Frameglia, 17 agosto 2017)

La La Land: la storia di ciascuno di noi

33.la la landDevo essere sincera: se avessi visto La La Land al cinema appena uscito, il finale avrebbe condizionato negativamente il mio giudizio complessivo del film. Essendo un musical sarei andata piena di aspettative: musical = happy end chiaro e colorato. Invece non è così. Chi mi conosce sa che se devo vedere un film, prima mi accerto che finisca bene, altrimenti rimango inversa per giorni, perciò preferisco non guardarlo. Accetto che muoia qualcuno durante la storia, certo, ma il finale deve essere sereno. Una vera cinefila e in più coraggiosa.

La La Land però non finisce male. E’ malinconico, ma non finisce male.

Dicevo, non l’ho visto al cinema, per congiunture astrali avverse: l’ho guardato sul tablet, in treno e a spezzoni. La prima volta. Le altre 5 lo stesso, ma con un’opinione più precisa dei vari momenti, cercandone sfumature, interpretandone i dettagli e cogliendone ogni possibile citazione. In pratica mi è piaciuto tanto.

Ovvio che mi sarebbe piaciuto: è un musical e io ne sono una patita.

Sbagliato. Molti non mi sono piaciuti, da The Wiz (con Diana Ross e Michael Jackson, del 1978. Troppo disco music style) a Whiplash (dello stesso regista di La La Land, del 2014. Psicologicamente forzato e violento).

La La Land mi è piaciuto perché racconta di ognuno di noi. Ogni scena, ogni scelta musicale, la storia intera racconta di noi. La musica è orecchiabile, certo, i costumi sono colorati ed eleganti, l’ambientazione è curata ed accattivante, ma è la storia che ci riguarda da vicino.

Primo. Tutti abbiamo o abbiamo avuto un sogno, realizzato o meno, realizzabile o meno, dal fare l’astronauta all’ andare in mongolfiera, dal vincere la lotteria ad allargare la famiglia.

Mia e Sebastian sono questo: due giovani che sognano un futuro costruito sulle loro passioni. La recitazione e la musica sono la loro ragione di vita. Sono caparbi, mollano e ripartono, si abbattono e la spuntano, alla fine con grande successo per entrambi. A scapito della loro storia? Certo, ma solo perché sono stati in quel momento il trampolino l’uno dell’altra, si sono aiutati a diventare ciò che era giusto diventassero singolarmente. Si sono feriti? Un po’, ma per rinforzarsi.

E chi non ricorda di aver vissuto incontri che ci hanno ferito, ma formati? Storie che dovevano essere vissute, e proprio in quel modo, perché potessimo diventare quelli che siamo ora?

Secondo. Tutti abbiamo immaginato almeno una volta come sarebbe stato se… Ripenso a Sliding doors: come sarebbe stato se avessi preso/perso quel treno e fossi arrivata prima/tardi a casa?

Quella domanda non è detto che sia per rinnegare la vita reale o per disconoscere veramente come stiamo vivendo ora, ma solo per fantasticare, nel bene e nel male e magari per confermare la scelta fatta.

Di nuovo, Mia e Sebastian ripensano alla fine ad un futuro alternativo alla realtà, felice e insieme, colorato e canterino. Ma è una realtà fantastica, che inevitabilmente deve convivere con la nostalgia e la malinconia, perché la realtà è un’altra. Cosa prova che sono stati l’uno il carburante dell’altro? Quell’ insegna “Seb’s” e il maxi poster col viso di Mia, attrice ormai affermata.

Tutto il film è un sogno e ogni scena è la citazione di altri sogni:  da Fame di A. Parker del 1980 a Grease di R. Kleiser del 1978,  da Singin’ in the rain di S. Donen e G. Kelly del 1952 a West Side Story di Robbins e Wise del 1961, da An American in Paris di V. Minnelli del 1951 a Moulin Rouge di B. Luhrmann del 2001 (sotto tutti i riferimenti in un video).

I sogni sono speranze o desideri di realtà inconsistenti, che se perseguiti possono realizzarsi, altrimenti rimangono nella fantasia. La realtà è un’altra, perché abbiamo fatto una scelta.

Poteva andare diversamente e noi saremmo stati diversi in un contesto diverso. Mia e Sebastian non sono rimproverabili per aver trascurato la loro storia per inseguire un sogno. Hanno fatto una scelta e scegliere significa rinunciare a qualcosa per sposare qualcos’ altro. Non ci è dato sapere se vivranno di rimpianti, ciò vorrebbe dire non vivere pienamente e non voglio pensare che sia così.

“Due strade divergevano in un bosco d’autunno
e dispiaciuto di non poterle percorrere entrambe,
essendo un solo viaggiatore, a lungo indugiai
fissandone una, più lontano che potevo
fin dove si perdeva tra i cespugli.

Poi presi l’altra, che era buona ugualmente
e aveva forse l’aspetto migliore
perché era erbosa e meno calpestata
sebbene il passaggio le avesse rese quasi uguali.

Ed entrambe quella mattina erano ricoperte di foglie
che nessun passo aveva annerito
oh, mi riservai la prima per un altro giorno
anche se, sapendo che una strada conduce verso un’altra,
dubitavo che sarei mai tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra molti anni:
due strade divergevano in un bosco ed io –
io presi la meno battuta,
e questo ha fatto tutta la differenza.”  (Robert Frost)

(di Roberta Frameglia, 27 giugno 2017)

 

Tutti pazzi per l’Islanda

3500E anche questi Europei di calcio sono finiti. I nostri Azzurri non hanno raggiunto i risultati sperati, ma dobbiamo ammettere che a farla da padroni, almeno fino ai quarti di finale, sono stati altri Azzurri: gli Islandesi, per la prima volta presenti agli Europei.

I vichinghi biondi hanno attirato l’attenzione generale per molti motivi:

  1. perché tutti ci siamo appassionati alla favola della squadra senza speranze, su cui nessuno avrebbe puntato e che stava lentamente facendosi strada verso la finale, e forse un po’ perché finalmente l’Europa poteva essere rappresentata da una nazione diversa dalle solite, proprio in questo complesso momento storico;
  2. perché la divisa, blu come il cielo, con linee verticali bianche e rosse che evocano i geyser islandesi, è stata realizzata da un giovane designer italiano, Filippo Affanni di 23 anni;
  3. perché sia i giocatori che la tifoseria… erano un bel vedere (uomini e donne, non c’è che dire!);
  4. per la Haka islandese, il “geyser sound”, o più correttamente chiamato l’Iceland Viking Haka.

Prima di parlare di questa novità, voglio aggiungere ciò che invece, proprio all’inizio degli Europei, ha attirato maggiormente la mia curiosità: il loro INNO NAZIONALE.

Lofsöngur (Canto di preghiera, chiamato anche Ó Guð Vors Lands, O Dio della nostra terra) è stato originariamente scritto come un inno in occasione delle celebrazioni del 1874 per commemorare il millennio dell’ insediamento islandese. Il testo è tratto dal Salmo 90, scritto nel 1874 dal reverendo Matthías Jochumsson (1835-1920), uno dei poeti più amati islandesi di tutti i tempi. La musica è stata composta poi da Sveinbjörn Sveinbjörnsson (1847-1926), il primo islandese a fare una carriera musicale. La poesia di Jochumsson, tuttavia, è più un inno religioso che un’ode patriottica, e l’estensione del brano è troppa ampia per molte persone perché siano in grado di cantarlo. E’ questo che mi ha colpito maggiormente: guardando lo spartito originale si passa da un Si sotto il rigo per arrivare ripetutamente al La sopra il rigo, escursione davvero ardua per un cantante da stadio. Sembra incantabile, eppure nessun islandese si tira indietro dal farlo. Gli islandesi sembrano non vederne ostacoli  e nessun altro inno patriottico, anche quelli più facili, ha soppiantato il Lofsöngur come inno nazionale. Meritano davvero uno sguardo lo spartito (qui) e il video più esemplificativo (sotto video 1).

Ma torniamo al GEYSER SOUND. Ora che tutti ne parlano, come sempre accade in queste occasioni, in molti ne rivendicano la paternità e si va dalla Scozia (Motherwell) alla Polonia (pallamano), fino addirittura a Sparta, in Grecia (dal film 300 del 2007). L’ipotesi più accreditata sostiene che provenga dalla Scottish Premier League. I sostenitori del club scozzese Motherwell utilizzano da tempo un simile grido di battaglia, che si dice sia stato ripreso dagli islandesi dopo che le squadre si sono affrontate nelle qualificazioni di Europa League nel 2014. L’idea scozzese pare copiata dal film 300 del 2007, dove il protagonista (Leonida, Gerald Butler) dimostra agli Arcadi che gli Spartani pur essendo pochi, sono di spirito dei veri soldati (memorabile quel ruggito “Spartani, qual è il vostro mestiere?”). (sotto video 2). Ora anche gli islandesi l’hanno adottata: l ‘ “Iceland haka”, il canto dei tifosi, scanditi dal due colpi di tamburo a cui risponde un gutturale “uh”, è ora descritto come un “Viking war chant”, chiamato anche “Viking train” e “Viking roar”.

Comunque che sia vichinga, neozelandese o delle isole Samoa, ogni Haka lascia lo spettatore senza fiato, rapito da quelle masse ferme e attente al segnale sonoro, il cuore sembra fermarsi fra un grido e l’altro, e tutti partecipiamo all’entusiasmo di un popolo che si sente per un momento tanto unito. (sotto video 3 e 4).

Ora cerchiamo di capire bene dov’è l’Islanda sulla cartina…

(di Roberta Frameglia, 12 luglio 2016)

Video 1: Inno Nazionale Islandese

Video 2: dal film 300

Video 3: Iceland vs England, Euro 2016

Video 4: il ritorno della squadra in patria dopo Euro 2016

Un tintinnabulum fra gli Avengers

the_avengers___age_of_ultron_logo_002_by_llexandro-d89jmewOggi finalmente ho visto l’ultimo film degli Avengers: “Avengers: Age of Ultron”. Dico finalmente perché sono tre giorni che andiamo avanti con ‘sto film.

Faccio un passo indietro. Tutti i film che riguardano i supereroi (da “I Fantastici 4” a “I Guardiani della Galassia”) in casa mia si sono visti e si vedono e rivedono. Non di certo da me. Belli, eh, non dico di no, ma l’effetto che hanno su di me andrebbe studiato dagli esperti del sonno, perché al primo accenno di lotta, effetti speciali o meno, l’abbiocco è assicurato. Quindi al mio aguzzino (cioè quello che “non si può non averlo visto almeno (almeno!) una volta…”) non resta che premere stop e si riprende il giorno dopo. Poi lui se lo guarderà e riguarderà quando io non ci sono (con Sky Cinema si va a nozze), ma secondo lui io devo almeno vederlo una volta.

Le storie sono più o meno simili: soliti buoni e cattivi che se le danno di santa ragione, accenni a storie d’amore che di solito non si sviluppano, qualcuno fa ogni tanto delle domande esistenziali assolutamente politically correct, ma nessuno si fa scrupoli a radere al suolo città intere. Non c’è neanche troppa suspense: quella cerca di crearla il mio vicino di divano, interrompendo la visione con qualche “eeh, nel fumetto è molto più complicato di così..”.

Mi rendo conto di piallare anni e anni di passioni che hanno attraversato intere generazioni, fatiche editoriali e cinematografiche, e straordinarie produzioni di fumettisti di eccezionali capacità. Ma è così.

Qualcosa però stavolta ha attirato visceralmente la mia attenzione. Non shoccherò nessuno dicendo che un personaggio muore, visto che il film è uscito al cinema da tempo. Nel momento in cui muore però il tempo si ferma… Il combattimento più acerrimo ha un sussulto, il cattivo per un attimo è allontanato dalla vista e dal ricordo. Tutto è dolore. Solo scambi di sguardi…e un Kyrie. Tutto è così reso ancora più sospeso. Mi trovo a trattenere fisicamente il respiro. Sono rapita da questo movimento immobile. Terminate le poche battute musicali scelte, il combattimento riprende fino alla vittoria finale.

Si tratta del Kyrie dalla Berliner Messe di Arvo Pärt. Non è la prima volta che le sue composizioni vengono usate nei film (Gravity, 2013; La grande bellezza, 2013; This must be the place, 2011; The Young Victoria, 2009; Fahrenheit 9/11, 2004, solo per ricordarne alcuni) e ogni volta si ripete la stessa sensazione di atemporalità.

Tintinnabulum, si chiama questa tecnica ideata proprio dal compositore estone, e consiste nel mantenere ferma una voce perno, mentre le altre si muovono. Una procede per gradi congiunti, mentre la seconda usa solo i suoni della triade. Continue ripetizioni, come un vortice in cui sei avvolto, un mantra che ti avviluppa. E tu sei inerme, affascinato e disarmato.  “Un rigo sono i miei peccati. Il rigo successivo è il mio perdono per essi”, afferma in un’intervista Pärt. E tu, piccolo, sei inglobato in questa sua battaglia interiore, che non è altro che la tua, quotidiana, inevitabile.

Ecco, in pochi, profondi istanti hai il tempo di rimanere a bocca aperta e sentirti insieme capito e abbracciato. E rassicurato. Anche nel dolore.

Stavolta toccherà anche a me rivederlo.

Ps. Ve ne consiglio (almeno) l’ascolto.

(di Roberta Frameglia, 29 marzo 2016)

Il tacchino (rin)graziato

Scared-Cartoon-Turkey-Credit-iStockphoto-11571237511-300x186Oggi mi chiedevo: che fine fa il tacchino graziato, o “pardoned”, come dicono gli americani? Gli altri lo sappiamo…

Nel Thanksgiving Day, il Giorno del Ringraziamento, l’unico ad essere il protagonista, suo malgrado, è il tacchino. Il quarto giovedì di novembre di ogni anno al Presidente degli Stati Uniti viene presentato un tacchino, scelto fra un gruppo allevato nello stesso modo dei tacchini designati alla macellazione. Circa 80 uccelli, di solito allevati nella fattoria della National Turkey Federation, sono selezionati in modo casuale alla nascita fra migliaia da graziare e sono addestrati per gestire forti rumori, i flash e le grandi folle; dal gruppo ne vengono ulteriormente scelti 20 fra i più grandi e meglio educati e, infine, ridotti a due finalisti, i cui nomi sono dati dallo staff della Casa Bianca mediante un bando che dal 2003 invita i cittadini a sceglierne i nomi.

Come sappiamo la cerimonia cosiddetta “della grazia presidenziale” avviene alla Casa Bianca alcuni giorni prima del Giorno del ringraziamento, nota come National Thanksgiving Turkey Presentation. Risale al 1963 per opera di John Fitzgerald Kennedy che scelse di non cucinare il tradizionale tacchino donato al Presidente fin dal 1947.

Ma cosa succede al fortunato tacchino, o meglio ai due fortunati (vedremo dopo perché sono 2)? Dopo aver aperto dal 1989, come i grandi marescialli onorari, la Disney Thanksgiving Day Parade, sono inviati in qualche tenuta/allevamento. Per molti anni sono stati inviati al Frying Pan Park a Fairfax County in Virginia. Dal 2005 al 2009 invece sono stati inviati alternativamente al Disneyland Resort in California o al Walt Disney World Resort in Florida. Interessante poi è la decisione del Mount Vernont, dove sono stati portati nella tenuta di George Washington dal 2010 al 2012, dove alla fine ne è stata vietata l’accoglienza poiché di fatto ha violato la politica della tenuta di mantenere la propria accuratezza storica (Washington non ha mai avuto tacchini). Negli anni successivi sono stati inviati al Morven Park Leesburg in Virginia, la tenuta dell’ ex governatore della Virginia (e prolifico allevatore proprio di tacchini).

Tutto molto interessante se non fosse per la salute di questi tacchini, graziati o meno.

Avendo il veterinario in casa, non ho fatto molta fatica a farmi spiegare: la maggior parte dei tacchini del Ringraziamento sono allevati e cresciuti per dimensione a scapito di una vita più lunga, e sono soggetti a problemi di salute associati all’obesità come malattie cardiache, insufficienza respiratoria e danni articolari. Come risultato di questi fattori, la maggior parte dei tacchini graziati hanno una vita molto breve dopo la grazia e spesso muoiono entro un anno dalla cerimonia, contro i 5 anni di un tacchino selvatico. Ecco il motivo della doppia grazia: nonostante alla parata ne partecipi uno solo, ne vengono graziati due nell’eventualità che uno dei due non riesca ad arrivare vivo alla parata.

In America si contano razze (anche se ormai non si parla più di “razza”, ma, ahimè, soltanto di incroci industriali o ibridi commerciali) che possono essere spinte a pesare fino a 18 kg, creando all’animale, come detto, dei problemi fisici importanti. Le varietà italiane, prevalentemente diffuse al Nord, hanno meno problemi di sovrappeso, per un minor e diverso utilizzo (per maggiori informazioni visita questo sito).

E dopo questa iniezione di euforia, non si può non ricordare il buon Gioachino Rossini come amante della tavola e ottimo cuoco, che cita spesso nelle sue memorie anche il tacchino. Ma non solo: durante la visita di Richard Wagner nella sua villa di Passy, si narra che Rossini si alzasse dalla sedia spesso durante la conversazione, per poi tornare a sedersi dopo pochi minuti. Alla richiesta di spiegazioni da parte di Wagner, Rossini rispose: “Mi perdoni, ma ho sul fuoco una lombata di capriolo. Dev’essere innaffiata di continuo”.

Ciò che si ricorda però sul tacchino riguarda una domanda di un ammiratore rivolta a Rossini, in cui, vedendolo sempre gioioso e pacifico,  gli chiese se non avesse mai pianto in vita sua. La risposta fu esilarante: “Sì”, una sera, in barca, sul lago di Como. Si stava per cenare e io maneggiavo uno stupendo tacchino farcito di tartufi. Quella volta ho pianto proprio di gusto: il tacchino mi è sfuggito ed è caduto nel lago!

Per concludere consiglio vivamente di vedere (o rivedere) il buffissimo sketch di Mr. Bean alle prese col suo tacchino del Ringraziamento.

(di Roberta Frameglia, 24 novembre 2015)

 

E tu per cosa ringrazi?

happy-thanksgiving-greetings-graphicOggi mi dicevo che con tutti i fatti angoscianti degli ultimi giorni, le nostre tradizionali abitudini sono del tutto passate in secondo piano. E forse è questa la più grande vittoria del male.

Tra qualche giorno, giovedì 26 per la precisione, gli Stati Uniti festeggeranno il Thanksgiving Day, il Giorno del Ringraziamento.

Questa festa mi è sempre piaciuta, fin da quando ho cominciato a capire che oltre il mio paesino c’era un mondo, e mi sono più volte chiesta perché mai nessuno ha pensato di istituirla anche in Italia, anzi, dappertutto. Ecco, una festa comune a tutti e in tutti i paesi. Ci penso ogni anno.

Perché il Thanksgiving Day è una festività laica, che allarga i motivi dei festeggiamenti a sentimenti e motivazioni molto ampie.

La tradizione nasce nel XVII secolo, precisamente nel 1621, quando i Padri Pellegrini, stabilitisi nell’autunno precedente nel selvaggio Nuovo Mondo, riuscirono a sopravvivere all’inverno grazie al raccolto dei prodotti locali, come patate, granturco e tacchini.

Nei secoli successivi la tradizione del Thanksgiving Day si estese a tutto il paese, fino al 1863, quando il presidente Abramo Lincoln, al termine della Guerra Civile, chiese agli americani di riunirsi l’ultimo giovedì di novembre e ringraziare, proclamandone l’istituzione ufficiale.

Per tale motivo in questo giorno gli americani si riuniscono a tavola in famiglia, rendendo grazie per tutte le benedizioni della loro vita: in primis, ovviamente la famiglia e gli amici.

Il Giorno del Ringraziamento è un momento di tradizione e condivisione, in cui i membri di una famiglia, anche se vivono lontani fra loro, si riuniscono, rigorosamente a casa di uno di loro, per ringraziare tutti insieme per ciò che possiedono. L’America si ferma in questa giornata, le famiglie si riuniscono da dovunque ognuno si trovi. In questo spirito di condivisione organizzazioni caritatevoli offrono un pasto tradizionale alle persone che ne hanno bisogno, in particolar modo ai senzatetto.

Nella maggior parte delle case si mangia lo stesso cibo che, secondo la leggenda, mangiarono i primi coloni, e che è diventato il pasto tradizionale: il tacchino, che ogni famiglia cucina secondo la propria ricetta “segreta”, è accompagnato da puré di patate, patate dolci, salsa di mirtilli, verdure e torte di zucca.

La mia domanda perciò mi si ripropone: essendo una festa laica, quindi condivisibile da tutti, perché i sentimenti promossi e ricordati in questo giorno non potrebbero essere sposati da ogni popolo, come l’accettazione reciproca, la tolleranza, le opportunità date e ricevute, la gratitudine per le benedizioni nella vita di ciascuno?  In questi giorni in cui ci si guarda con sospetto potrebbe essere la chiave di volta.

Qualcuno lo considera uno fra i momenti più ipocriti che si possano celebrare: un giorno solo non basta, si dice. Certo, ma perché non auspicarsi invece che il seme della gratitudine non si possa insinuare e mantenersi il giorno successivo, e quello dopo, e quello dopo ancora? Io lo spero.

E la storia del povero tacchino graziato? Arriva, arriva…

(di Roberta Frameglia, 22 novembre 2015)

Oggi l’estate di San Martino, domani l’Inverno di Vivaldi

20. san martinoOggi mi chiedevo: Morten Lauridsen è danese o scandinavo?

Cominciamo dall’ inizio, sperando di non perderci, perché le associazioni mentali sono da sempre la mia rovina (anche il senso d’orientamento, dice mio marito, ma questo è un altro discorso).

L’altra mattina, parlando del tempo coi miei ragazzi in classe, uno trionfante dice: “Oggi l’estate di San Martino, domani l’Inverno di Vivaldi”. Con grande stupore chiedo da chi l’avesse sentito. “L’ha detto mio nonno!”. Meravigliosi i nonni che, saggi, possono insinuare semi di cultura.

Una volta tornata a casa, mi metto a pensare e cerco.

L’Estate di San Martino, “…tre giorni e un pocolino” come dice il proverbio, sono alcuni giorni di tepore e bel tempo che si verificano, da tempi antichissimi, intorno all’11 novembre, proprio il giorno in cui si festeggia San Martino (di Tours). Molti riferimenti vengono attribuiti  a questa data e a questo santo: “fare san martino”, ad esempio, nei paesi della Pianura Padana, prettamente agricoli, significa fare trasloco, riprendendo l’uso di rinnovare i contratti dei contadini che terminavano la semina e, nel caso non fossero riconfermati, avrebbero dovuto cambiare datore di lavoro e quindi casa.

“Per San Martino ogni mosto è vino”: un’altra tradizione vuole che, sempre in questi giorni, si aprano le botti e si assaggi il vino novello, vista la conclusione del processo di vinificazione, e ancora oggi, in molti paesi, si organizza la “Sagra di San Martino”, dove, assieme al vino, si mangiano le prime castagne. Giosuè Carducci, nel sua “San Martino”, celebra proprio le caratteristiche di questa festa (“… Ma per le vie del borgo/ Dal ribollir de’ tini / Va l’aspro odor de i vini/ L’anime a rallegrar…”).

Da qui, per associazioni mentali, sono arrivata al Martin pescatore, l’uccellino colorato che pesca tuffandosi velocissimo 20.martin pescatorenell’ acqua. Poi al detto “per un punto Martin perse la cappa”, visto che per un errore nello scrivere una frase (invece di “Porta, patens esto. Nulli claudaris honesto = Porta, resta aperta. Non essere chiusa a nessun onesto”, che avrebbe dovuto essere scritta a mano sopra la porta del convento dell’Abate Martino di un paese toscano, fu scritto “Porta patens esto nulli. Claudatur honesto= La porta non resti aperta per nessuno. Sia chiusa all’ onesto”), l’abate perse la sua nomina definita con la “cappa”, il mantello tipico.

La fantasia mi ha portato poi ai Martinitt, che fin dai miei primi mesi a Milano (e siamo nel 1995), mi affascinano sempre molto. I Martinitt, o piccoli Martini, erano bambini orfani, poveri e abbandonati di Milano che, a partire dal 1532 iniziarono ad essere accolti e accuditi in una struttura che offriva loro ricovero, assistenza, istruzione ed educazione. Il nome deriva dalla parrocchia di San Martino che offrì la prima sede ai ragazzi raccolti per le strade da Gerolamo Emiliani, poi canonizzato  nel 1767 e proclamato nel 1928 da Pio XI  “Patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata”. Nel 1861 viene fondata la Banda Musicale dei Martinitt, per educare i giovani ospiti allo studio di uno strumento e da quel momento, ogni anno il I gennaio la tradizione milanese vuole che le bande musicali cittadine, fra cui anche la Banda dei Martinitt, si ritrovino nel cortile d’Onore di Palazzo Marino assieme a centinaia di milanesi che accorrono (qui un video amatoriale girato da me il I gennaio 2015).

Da qui sono arrivata ai nomi: Martin Lutero  (1483 – 1546), il teologo tedesco artefice della Riforma Protestante; Martin Luther King  (1929 –  1968), il pastore protestante, politico e attivista statunitense, difensore dei diritti civili; Martti Talvela (1935 – 1989), per pochi intenditori, il magnifico basso finlandese; Martin Scorsese (1942) il regista, sceneggiatore, attore e produttore cinematografico statunitense, fino ad arrivare finalmente al buon Morten Lauridsen, 20.lauridsenuno fra i compositori per coro più interessanti del panorama contemporaneo… danese, ma naturalizzato statunitense!

Missione compiuta.

(di Roberta Frameglia, 7 novembre 2015)

L’Haka e tutti gli altri

Oggi mi chiedevo: cosa penseranno in quel momento gli avversari?

Sto parlando degli avversari dei Neo Zelandesi che devono sorbirsi linguacce, urla e minacce prima delle partite di rugby.

Le mie conoscenze riguardo al rugby sono: 1. ci sono i fratelli Bergamasco, 2. l’Haka, 3. Castrogiovanni mi fa un po’ paura. Basta.

Ma la finale storica del 31 ottobre fra la Nuova Zelanda e l’Australia non la si poteva perdere. Soprattutto dopo aver visto, proprio prima della finale, un servizio in tv che ne presentava, con verità e poesia, i motivi che avrebbero fatto di questo evento L’Evento. (Anche se conosciamo già il risultato vi invito a guardarlo).

Naturalmente ciò che mi ha colpito subito sono stati gli inni nazionali: God Defend New Zealand (“Dio difenda la Nuova Zelanda”) e Advance Australia Fair (“Promuovere l’Australia con giustizia”).

Entrambi gli stati, appartenenti al Commonwealth britannico, riconoscono nel sovrano d’Inghilterra il proprio sovrano e di conseguenza l’Inno nazionale inglese God save the Queen (“Dio salvi la Regina”) è considerato l’inno nazionale per eccellenza. Nel 1977, però, sia la Nuova Zelanda che l’Australia adottarono un proprio inno nazionale declassando il God Save the Queen a inno reale, suonato solo in presenza del Sovrano, qualche membro della famiglia reale o in commemorazioni particolari, spesso legate alla Prima o Seconda Guerra Mondiale.

E perché allora non cantare l’Inno inglese, vista la presenza del Principe Harry del Galles? Magari era lì in veste prettamente di tifoso e non di Reale d’Inghilterra, oppure semplicemente nelle occasioni sportive predomina il senso patriottico della nazione slegata dagli accordi economico-politici. Tutte supposizioni che sono motivo sempre di grande interesse e discussioni in classe con i miei studenti, quando si parla degli Inni Nazionali.

Il momento clou dell’argomento però riguarda le digressioni che faccio trattando l’Inno della Champions League e soprattutto l’Haka.

Wikipedia inglese sa dare una descrizione minuziosa di questa danza coreografica, che, come scrive Armstrong, “is a composition played by many instruments. Hands, feet, legs, body, voice, tongue, and eyes all play their part in blending together to convey in their fullness the challenge, welcome, exultation, defiance or contempt.” (è una composizione suonata da molti strumenti. Mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua e occhi tutti giocano la loro parte nel portare insieme a compimento la sfida, il benvenuto, l’esultanza, o il disprezzo contenuti nelle parole). Quindi rimando alla suddetta pagina per dettagli precisi (vedi).

Quello che colpisce me è la forza espressiva che questi atleti producono in quel momento e che trovo impressionante, caricati da colui che li incita, scelto fra i giocatori di sangue maori più anziani. “Batti le mani contro le cosce! Sbuffa col petto! Pesta i piedi più forte che puoi! E’ la morte! E’ la vita! Ancora uno scalino! Un altro fino in alto!…Alzati!”

Questo rituale delle tribù maori segue diverse versioni a seconda dell’occasione e gli All Blacks, la squadra di rugby neo zelandese, ha iniziato a farne uso nel 1905 a scopo intimidatorio dopo l’inno nazionale.

Il momento in cui la banda militare, che ha appena suonato gli inni, si sposta ordinata verso il bordo campo, e i giocatori si posizionano a punta di freccia, credo sia uno dei momenti più carichi di pathos di tutta la partita. Quando poi ogni muscolo inizia a vibrare arrivi perfino a trattenere il fiato.

Ciò che non tutti sanno è che altre squadre di rugby, tutte degli arcipelaghi dell’Oceania (Isole Tonga, Isole Samoa, Isole Fiji), propongono danze simili. Il massimo accade quando si scontrano fra loro.

La mia domanda iniziale però rimane: chissà cosa pensano in quel momento gli avversari.

(di Roberta Frameglia, 4 novembre 2015)

5 ottobre: Giornata Mondiale dell’Insegnante

Oggi mi chiedevo: che distanza c’è fra un insegnante e un alunno?

Due giorni fa abbiamo festeggiato (come al solito in sordina) la Giornata Mondiale degli Insegnanti che ricorre ogni anno il 5 ottobre dal 1994, il cui scopo è quello di mobilitare il sostegno per gli insegnanti e garantire che le esigenze delle generazioni future continuino ad essere soddisfatte. Secondo l’UNESCO il World Teachers’ Day rappresenta “un segno significativo della consapevolezza, la comprensione e l’apprezzamento mostrato per il contributo fondamentale che gli insegnanti danno all’educazione e allo sviluppo.”

Ma cosa significa essere un insegnante oggi e cosa essere un alunno?

Qualche tempo fa, durante una conversazione, casualmente scoprii che il mio interlocutore era diplomato in tromba, ormai da anni accantonata e dimenticata. Gli chiesi se avesse avuto una carriera dopo il diploma e la sua risposta fu “qualche piccolo concerto di poco conto, perché dopo il diploma mi resi conto che avrei dovuto mettermi a studiare sul serio”. Rimasi molto colpita da tale risposta e ci ripensai a lungo.

Cosa trasmette un docente ad un alunno? Cosa insegna? Nozioni? Regole? Procedimenti? Metodi? E l’alunno che ruolo ha? Immagazzina? Applica? Rielabora?

Sui vari documenti e sulle Linee Guida dei Ministeri le parole eleganti e promettenti incantano e riempiono… Ma alla fine il fuoco sacro della curiosità ha spazio per emergere? La creatività e il desiderio di scoprire cosa succede dopo, possono riempire le menti e formare dei pensieri durante l’iter scolastico o i programmi e le nozioni prendono il sopravvento?

La finalità come educatore/docente, secondo la straordinaria filosofa Zambrano, è riuscire a trasmettere «un tempo, uno spazio di tempo, un cammino di tempo» che formi persone dalle continue domande, dalle curiosità verso altri cammini, verso altre storie.

Ed è qui che mi chiedo quale sia la distanza fra l’insegnante e l’alunno, perché sia il primo che il secondo dovrebbero essere in continua ricerca di novità, di arricchimento e progressione, con la differenza che al secondo manca l’esperienza che inevitabilmente ha il primo.

Essere insegnante oggi, ma come ieri, dovrebbe essere questo: crescere insieme a chi si aiuta a crescere, imparando e scoprendo ogni giorno qualcosa di nuovo, lasciandosi stupire dalle novità, rimettendosi in gioco di fronte alle domande più disparate (e ne sentiamo e ce ne vengono a qualunque età).

Certo, quell”avrei dovuto mettermi a studiare sul serio” poteva essere interpretato in mille modi, e io ho scelto di intenderlo secondo una visione di pigrizia e apatia che probabilmente aveva caratterizzato quel periodo al Conservatorio.

Per questo ora, che sono insegnante, scelgo di chiedermi che responsabilità ha avuto quel docente che non è riuscito a strizzare l’occhio a quel giovane trombettista.

La cosa importante è non smettere mai di domandare. La curiosità ha il suo motivo di esistere. Non si può fare altro che restare stupiti quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita, della struttura meravigliosa della realtà. È sufficiente se si cerca di comprendere soltanto un poco di questo mistero tutti i giorni. Non perdere mai una sacra curiosità.”

(Albert Einstein)

(di Roberta Frameglia, 7 ottobre 2015)

“Una nera vince gli Emmy Awards e riscrive la storia”: benvenuti nella modernità!

Viola DavisOggi mi chiedevo: ma cosa sono serviti 2015 anni, e più!, se ancora si parla di bianchi e neri, di opportunità date agli uni e poche agli altri?

Viola Davis, nota attrice americana, protagonista della serie “Le regole del delitto perfetto” (“How to Get Away with Murder”), ieri, 21 settembre, ha vinto il premio come miglior attrice protagonista in una serie drammatica agli Emmy Awards 2015. Notizia che passerebbe in fretta nell’oblio se non si trattasse della prima volta che una afroamericana vince il premio. Lei, commossa, non si tira indietro, e si sfoga in un breve discorso d’orgoglio nero: “Nella mia mente, vedo un confine. Oltre quel confine, ci sono campi verdi e fiori graziosi e bellissime donne bianche che allungano le braccia verso di me. Ma non riesco a oltrepassarlo”, ha detto la Davis sul palco, citando l’attivista Harriet Tubman. “Ma lasciate che vi dica una cosa -ha poi aggiunto- l’unica cosa che separa le donne di colore da tutto il resto è l’opportunità. Non puoi vincere un Emmy per ruoli che non esistono. Questo premio è per tutti gli autori, quelle persone meravigliose, che hanno riscritto cosa vuol dire essere belle, sexy, leader e di colore”. L’attrice ha, quindi, condiviso il riconoscimento con le sue colleghe di colore. Da Kerry Washington (“Scandal”), completamente in lacrime, a Taraji P. Henson (“Empire”), in piedi in platea ad applaudirla. Le altre (in testa Shonda Rhimes, creatrice della serie) hanno risposto e ringraziato via Twitter, tutte incredule e felici.

Harper Lee per mezzo di Atticus (“Il buio oltre la siepe” –“To Kill a Mockingbird”), affermò che “non si conosce realmente un uomo se non ci si mette nei suoi panni e non ci si va a spasso”. Ecco, io non sono nera e non lo sarò ovviamente mai, posso solo immaginare sentendo le cronache quotidiane, quante difficoltà vivano tutt’oggi i neri.  Ma se sono le stesse che vivono le donne, beh, quelle le posso confermare.

Ricordo un titolo su un quotidiano di qualche anno fa, che diceva queste precise parole: “un poliziotto donna uccide un ragazzo nero”. Mi è rimasto dentro negli anni come una enorme ingiustizia: perché quella specificazione? Era più grave perché era una donna a sparare? Serviva a dare più risalto alla notizia dire che il poliziotto era una donna? E una donna-poliziotto non è già sufficientemente un poliziotto senza specificarne il sesso?

Di tante donne che hanno lasciato o stanno lasciando il segno, ci si stupisce ancora al giorno d’oggi, e non è per il colore della pelle, ma per il fatto che hanno il coraggio di farsi valere nonostante (nonostante!) siano donne.

Penso a  Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana, premio Nobel per la Pace, e al suo impegno per l’istruzione femminile; a Evelyn Nguleka, il nuovo presidente della World Farmers Organisation, l’Organizzazione mondiale degli Agricoltori; a Misty Copeland, che da bambina poverissima è ora la prima ballerina nera dell’American Ballet Theatre;  a Miriam Makeba, cantante, divenuta delegata alle Nazioni Unite per il suo impegno contro l’apartheid; a Joan Baez, anche lei cantante e da sempre impegnata attivamente per i diritti civili; alla ginecologa somala Hawa Abdi, soprannominata la Madre Teresa Somala, considerata una stimata attivista per i diritti umani, candidata al Nobel per la pace nel 2012.

Chimamanda Ngozi Adichie, la giovane scrittrice nigeriana, nella sua straordinaria conferenza sul femminismo, afferma che “dovremmo essere tutti femministi”, non perché “di parte”, ma perché fermamente credenti “nell’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi.”

Quindi un poliziotto ha sparato ad un ragazzo e quel ragazzo è morto.

(di Roberta Frameglia, 22 settembre 2015)

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