La La Land: la storia di ciascuno di noi

33.la la landDevo essere sincera: se avessi visto La La Land al cinema appena uscito, il finale avrebbe condizionato negativamente il mio giudizio complessivo del film. Essendo un musical sarei andata piena di aspettative: musical = happy end chiaro e colorato. Invece non è così. Chi mi conosce sa che se devo vedere un film, prima mi accerto che finisca bene, altrimenti rimango inversa per giorni, perciò preferisco non guardarlo. Accetto che muoia qualcuno durante la storia, certo, ma il finale deve essere sereno. Una vera cinefila e in più coraggiosa.

La La Land però non finisce male. E’ malinconico, ma non finisce male.

Dicevo, non l’ho visto al cinema, per congiunture astrali avverse: l’ho guardato sul tablet, in treno e a spezzoni. La prima volta. Le altre 5 lo stesso, ma con un’opinione più precisa dei vari momenti, cercandone sfumature, interpretandone i dettagli e cogliendone ogni possibile citazione. In pratica mi è piaciuto tanto.

Ovvio che mi sarebbe piaciuto: è un musical e io ne sono una patita.

Sbagliato. Molti non mi sono piaciuti, da The Wiz (con Diana Ross e Michael Jackson, del 1978. Troppo disco music style) a Whiplash (dello stesso regista di La La Land, del 2014. Psicologicamente forzato e violento).

La La Land mi è piaciuto perché racconta di ognuno di noi. Ogni scena, ogni scelta musicale, la storia intera racconta di noi. La musica è orecchiabile, certo, i costumi sono colorati ed eleganti, l’ambientazione è curata ed accattivante, ma è la storia che ci riguarda da vicino.

Primo. Tutti abbiamo o abbiamo avuto un sogno, realizzato o meno, realizzabile o meno, dal fare l’astronauta all’ andare in mongolfiera, dal vincere la lotteria ad allargare la famiglia.

Mia e Sebastian sono questo: due giovani che sognano un futuro costruito sulle loro passioni. La recitazione e la musica sono la loro ragione di vita. Sono caparbi, mollano e ripartono, si abbattono e la spuntano, alla fine con grande successo per entrambi. A scapito della loro storia? Certo, ma solo perché sono stati in quel momento il trampolino l’uno dell’altra, si sono aiutati a diventare ciò che era giusto diventassero singolarmente. Si sono feriti? Un po’, ma per rinforzarsi.

E chi non ricorda di aver vissuto incontri che ci hanno ferito, ma formati? Storie che dovevano essere vissute, e proprio in quel modo, perché potessimo diventare quelli che siamo ora?

Secondo. Tutti abbiamo immaginato almeno una volta come sarebbe stato se… Ripenso a Sliding doors: come sarebbe stato se avessi preso/perso quel treno e fossi arrivata prima/tardi a casa?

Quella domanda non è detto che sia per rinnegare la vita reale o per disconoscere veramente come stiamo vivendo ora, ma solo per fantasticare, nel bene e nel male e magari per confermare la scelta fatta.

Di nuovo, Mia e Sebastian ripensano alla fine ad un futuro alternativo alla realtà, felice e insieme, colorato e canterino. Ma è una realtà fantastica, che inevitabilmente deve convivere con la nostalgia e la malinconia, perché la realtà è un’altra. Cosa prova che sono stati l’uno il carburante dell’altro? Quell’ insegna “Seb’s” e il maxi poster col viso di Mia, attrice ormai affermata.

Tutto il film è un sogno e ogni scena è la citazione di altri sogni:  da Fame di A. Parker del 1980 a Grease di R. Kleiser del 1978,  da Singin’ in the rain di S. Donen e G. Kelly del 1952 a West Side Story di Robbins e Wise del 1961, da An American in Paris di V. Minnelli del 1951 a Moulin Rouge di B. Luhrmann del 2001 (sotto tutti i riferimenti in un video).

I sogni sono speranze o desideri di realtà inconsistenti, che se perseguiti possono realizzarsi, altrimenti rimangono nella fantasia. La realtà è un’altra, perché abbiamo fatto una scelta.

Poteva andare diversamente e noi saremmo stati diversi in un contesto diverso. Mia e Sebastian non sono rimproverabili per aver trascurato la loro storia per inseguire un sogno. Hanno fatto una scelta e scegliere significa rinunciare a qualcosa per sposare qualcos’ altro. Non ci è dato sapere se vivranno di rimpianti, ciò vorrebbe dire non vivere pienamente e non voglio pensare che sia così.

“Due strade divergevano in un bosco d’autunno
e dispiaciuto di non poterle percorrere entrambe,
essendo un solo viaggiatore, a lungo indugiai
fissandone una, più lontano che potevo
fin dove si perdeva tra i cespugli.

Poi presi l’altra, che era buona ugualmente
e aveva forse l’aspetto migliore
perché era erbosa e meno calpestata
sebbene il passaggio le avesse rese quasi uguali.

Ed entrambe quella mattina erano ricoperte di foglie
che nessun passo aveva annerito
oh, mi riservai la prima per un altro giorno
anche se, sapendo che una strada conduce verso un’altra,
dubitavo che sarei mai tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra molti anni:
due strade divergevano in un bosco ed io –
io presi la meno battuta,
e questo ha fatto tutta la differenza.”  (Robert Frost)

(di Roberta Frameglia, 27 giugno 2017)

 

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Perché in autunno le foglie cambiano colore?

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L’autunno, devo dire, proprio grazie ai suoi colori è la stagione che preferisco. Tanti ci vedono malinconia, depressione, dopo l’estate così spensierata, io invece riesco a sopportare anche la prima nebbiolina, se tutto attorno è arancione/rosso.

Molti autori hanno dedicato canzoni all’autunno, e nonostante quasi sempre manifestino proprio quella vena malinconica di cui parlavo, io riesco sempre a vederne i colori giusti.

Per curiosità ascoltatene qualcuna:

Canzoni italiane:

  • Autunno – Francesco Guccini
  • Ballata d’autunno – Mina
  • E poi verrà l’autunno – Mina
  • Le foglie morte – Patty Pravo
  • Autunno dolciastro – Carmen Consoli
  • Malinconico autunno – Roberto Murolo
  • Pioggia di novembre – Vinicio Capossela
  • Autunno – Stadio
  • Autunno già – Alice
  • Autunno a Milano – Piero Ciampi
  • Settembre – Cristina Donà ft. G. Sangiorgi
  • Novembre – Giusy Ferreri
  • Impressioni di settembre – P.F.M.

Canzoni internazionali:

  • November rain – Guns N’ Roses
  • Autumn – Paolo Nutini
  • Autumn in New York – Billie Holiday
  • Autumn leaves – Nat King Cole
  • ‘Tis autumn – Nat King Cole
  • Autumn sun – Emiliana Torrini
  • October – U2
  • Early autumn – Ella Fitzgerald
  • Harvest moon – Neil Young
  • Autumn song – Van Morrison
  • September morn – Neil Diamond
  • Autumnsong – Manic Street Preachers
  • Wake Me Up When September Ends – Green Day
  • Autumn Leaves – Ed Sheeran
  • Autumn Shade II – The Vines

Ma alla fine perché le foglie cambiano colore?

Lo so, dipende dalla clorofilla, si studia alle elementari. Ma esattamente cosa succede? Non me lo ricordo più e chiedo aiuto a Focus.

«Le foglie verdi, in autunno, diventano gialle, arancioni, rosse, marroni. A cosa si deve questo spettacolo di colori della natura? Secondo David Lee che ha studiato dal 1973 il colore delle foglie presso l’Università Internazionale della Florida «Il colore di una foglia è sottrattivo, come i colori dei pastelli sulla carta».

Autumn maple leaves.

GIALLO-ARANCIO. Nelle cellule delle foglie, infatti, si trovano i carotenoidi (pigmenti chimici responsabili del colore arancione delle carote o del giallo del mais) che però restano invisibili sotto il verde della clorofilla (il pigmento chimico che cattura l’energia del sole). Ma in autunno, quando le foglie si stanno avvicinando alla fine del loro ciclo di vita, la clorofilla diminuisce e il giallo-arancione del carotene e degli altri pigmenti (che normalmente sono nascosti dal verde della clorofilla) prende il sopravvento e si rivela.
autunno-5ROSSO-VIOLA. Le piante producono anche altri pigmenti, gli antociani (dal greco anthos=fiore e kyàneos=blu), che hanno una tinta rossastra-blu e la funzione di “crema solare” contro alcuni raggi ultravioletti (sono anche responsabili del colore blu di molti frutti come i mirtilli). Quando la clorofilla e gli antociani coesistono, il colore delle foglie può virare verso il bronzo, come nei frassini. A concentrazioni sufficientemente elevate, gli antociani fanno invece sembrare una foglia quasi viola, come negli aceri giapponesi.

Yellow and gray autumnal fallen leavesGRIGIO. Infine, i colori autunnali più grigi si formano quando le foglie sono completamente morte perché avviene la degradazione dei cloroplasti (corpuscoli cellulari che contengono la clorofilla). E quando le foglie sono secche, i pigmenti si legano insieme e formano quello che David Lee definisce una “poltiglia marrone”.

Concludo l’omaggio all’autunno con qualche frase celebre fra le mie preferite:

  • Di tutte le stagioni, l’autunno è quella che offre di più all’uomo e chiede di meno. (Hal Borland)
  • Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie (“Soldati” di Giuseppe Ungaretti).
  • Il fogliame ha perso la sua freschezza attraverso il mese di agosto, e qua e là una foglia gialla si mostra come i primi capelli bianchi tra le fessure di una bellezza che ha visto una stagione di troppo. (Oliver Wendell Holmes)
  • Il sole ci aveva sfiancati, resi febbrosi; ora la nebbia ci placa, ci fa rientrare in noi. Le finestre aperte sono come finestre chiuse, non offrono visioni ma solo tende di grigio. È tempo di chiuderle e riscoprire la casa… Autunno di silenzio ritrovato, di concentrazione densa, di solitudine calda, di meditazione, di preghiera, di te. (Adriana Zarri)
  • In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo,– e tuttavia, mi sembra la stagione più bella: volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci debba essere qualcuno che allora mi ami come io ho amato l’autunno. (Søren Kierkegaard)
  • In autunno, il rumore di una foglia che cade è assordante perché con lei precipita un anno. (Tonino Guerra)
  • In autunno, la vigna vergine arrossisce di fronte agli alberi che si denudano. (Sylvain Tesson)
  • L’autunno è la primavera dell’inverno. (Henri de Toulouse-Lautrec)
  • L’autunno è la stagione più dolce, e quello che perdiamo in fiori lo guadagniamo in frutti. (Samuel Butler)
  • L’autunno è miglioramento eterno. È maturazione ed è colore, è la stagione della maturità, ma è anche larghezza, profondità, distanza. (Hal Borland)
  • L’autunno è sempre stata la mia stagione preferita. Il tempo in cui tutto esplode con la sua ultima bellezza, come se la natura si fosse risparmiata tutto l’anno per il gran finale. Non ho mai pensato di avere paura dell’autunno. (Lauren DeStefano)
  • Non posso sopportare di perdere qualcosa di così prezioso come il sole autunnale restando in casa. Così ho trascorso quasi tutte le ore di luce nel cielo aperto. (Nathaniel Hawthorne)
  • L’autunno è un andante grazioso e malinconico che prepara mirabilmente il solenne adagio dell’inverno. (George Sand)
  • L’autunno è una dimora d’oro e di pioggia. (Jacques Chessex)
  • Nessuna bellezza di primavera, nessuna bellezza estiva ha la grazia che ho visto in un volto autunnale. (John Donne)
  • L’autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore. (Albert Camus)
  • Quando, in autunno, raccoglierete l’uva dalle vigne per il torchio, dite in cuor vostro: “Anch’io sono una vigna, e i miei frutti saranno raccolti per il torchio, e come vino nuovo sarò tenuto in botti eterne”. (Kahlil Gibran)
  • Quello che c’è talvolta di bello nell’autunno è che, quando il mattino ci si sveglia dopo una settimana di pioggia, di vento e di nebbia, tutto lo spazio, brutalmente, sembra ubriacarsi di sole. (Victor-Lévy Beaulieu)

Ora ditemi se l’autunno vi sembra ancora triste…

(di Roberta Frameglia, 17 ottobre 2016)

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Il canto di grilli e cicale: ed è estate!

estateDa un anno esatto il Ticino è il mio vicino di casa. E’ fra i primi che saluto alla mattina e fra gli ultimi alla sera. Tranquillo spesso, più inverso talvolta, una presenza rassicurante sempre. E’ come un nonno seduto ai giardini che legge mentre i nipoti si scatenano; come la sigla del tg che ti scandisce l’ora, mentre sei indaffarato; come il profumo di pane quando, assorto nei tuoi pensieri, passi davanti a una panetteria; come il rumore dei ruscelli quando cammini in montagna; come il canto delle cicale e dei grilli d’estate

Ecco, oggi pensavo proprio a loro, a quel silenzioso rumore estivo.

Primo chiarimento: le cicale cantano di giorno, i grilli di notte. Le une non ti lasciano un attimo di tregua sotto il sole afoso, gli altri mentre cerchi di dormire, fra caldo e zanzare. Insomma, un ininterrotto, sano inquinamento acustico. Ma bisogna dire che, a differenza della specie umana, sono i maschi di entrambe le specie ad essere i più ciarloni, o più precisamente “cicaloni”.

Per attirare le femmine per l’accoppiamento, che si dice siano attratte proprio da chi ha il canto più potente, i maschi attivano degli organi stridulatori. Le cicale hanno “lamine (timballi) tese da tendini che le collegano a muscoli, sui lati dell’addome; per produrre il suono l’insetto fa vibrare le lamine e camere d’aria provvedono alla risonanza. Non si tratta quindi di un suono prodotto da sfregamenti di parti del corpo.” (da wikipedia). Ascolta

I grilli invece “producono il loro cinguettio sfregando una serie di creste presenti su un’ala, come fossero un plettro, contro un raschietto sulla fascia opposta. Ipoteticamente ciò significa che un grillo potrebbe produrre due canzoni distinte utilizzando entrambi i lati. La frequenza del suono è un indicatore affidabile della dimensione maschile: un grillo femmina può capire quanto è grande un maschio semplicemente ascoltando il tono della canzone.” (da wikipedia). Ascolta

Cicale e grilli fanno da sempre parte delle culture contadine di tutto il mondo e sono simbolo di prosperità e salute, fin da antiche testimonianze greche. Solo per Esopo la cicala è emblema di imprevidenza, messa a paragone con la lungimirante formica, ma per le tradizioni di tante parti del mondo questo è solo un racconto. grilliIl grillo in Cina è addirittura allevato nelle case e conservato in eleganti gabbie, per godere, egoisticamente, irrispettosamente, tutto l’anno del canto estivo.

Sempre in Oriente entrambe le specie sono allevate per finalità culinarie: in Cina, in Vietnam, in Thailandia e in Cambogia sia cicale che grilli, bolliti, saltati, fritti, alla griglia, assieme a ragni, scarafaggi marinati, scorpioni impanati e frittura di formiche, sono considerati prelibati street food, tanto che Pechino ha recentemente avanzato richiesta all’Unesco per poter veder attribuito ai cento cibi di strada dalle ricette più antiche e popolari della capitale il riconoscimento di “patrimonio culturale dell’umanità”.

Anche in Italia, in Trentino, è stata aperta recentemente un’azienda per l’allevamento dei grilli a scopo culinario: se ne vantano proprietà nutrizionali importanti, le proteine contenute sono digeribili al 98 per cento, inoltre contengono Omega 3 e 6, ferro e selenio.

Tutto molto folkloristico, ma a me torna in mente il racconto della mia maestra al Conservatorio, quando mi raccontò dell’improvvisazione di Ella Fitzgerald, quando, alla fine di un indimenticabile concerto a Juan-les-Pins nel 1964, dopo essere stata “disturbata” tutta la sera, decide di “duettare” improvvisando una divertente canzone con i grilli, su una nota e con un simpatico testo inventato al momento. La mia maestra era presente.

Ella FitzgeraldLa vicenda è andata così: il 29 Luglio 1964 a Juan-les-Pins, Ella dà ulteriore prova del suo talento di improvvisazione al termine del concerto tenuto nella pineta Gould, lungo la spiaggia: dopo aver ringraziato il pubblico, ringrazia i grilli, il cui canto si è mescolato con quello di lei per tutto il concerto, e, con i suoi musicisti inizia un’ improvvisazione sul tema del dialogo con il coro dei grilli: ne uscirà una canzone memorabile, su un’unica nota e con un testo scanzonato (“grilli a destra, grilli a sinistra… sta diventando una competizione”), cantata con la sua voce morbida e sorridente, condotta magistralmente dal suo fedele pianista, Tommy Flanagan, al quale chiede di proporle una base introduttiva ripetuta, give me a little vamp…(dammi un po’ di improvvisazione…). (Ascolta “The Cricket Song“)

Concludo con due poesie di due illustri poeti italiani.

Il grillo – Giovanni Parati (1815-1884)grillo--400x300

Son piccin, cornuto e bruno;
me ne sto fra l’erbe e i fior:
sotto un giunco o sotto un pruno
la mia casa è da signor.
Non è d’oro e non d’argento,
ma ritonda e fonda elI’ è:
terra è il tetto e il pavimento,
e vi albergo come un re.
Se il fanciul col suo fuscello!
fuor mi trae dal mio manier,
in un picciolo castello
io divento il suo piacer.
Canto all’alba e canto a sera
in quell’atrio o al mio covil;
monachello in veste nera
rodo l’erbe e canto apriI.
So che il cantico d’un grillo
è una gocciola nel mar;
ma son mesto, s’io non trillo:
deh! lasciatemi cantar.
So che, al par dell’altra gente,
se il destin morir mi fa,
un fratello od un parente
sepoltura a me non dà.
Pur, negletta e fredda spoglia,
se nel prato io morirò,
là sull’orlo alla mia soglia
anche morto un re sarò.
Il re buono, il re piccino
fiori ed erbe avrà per vel,
ed avrà per baldacchino
sulla testa il roseo ciel.

Le cicale – Giosué Carducci  (1835 – 1907)cicala

Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide
mattinate; cominciano ad accordare in lirica
monotonia le voci argute e squillanti.
Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi;
poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove,
pazze di sole; poi tutto un gran coro .che aumenta
d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e
canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi
dei mietitori.
Finisce la mietitura, ma non il coro. Nelle fiere
solitudini sul solleone, pare che tutta la pianura
canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino…

(di Roberta Frameglia, 20 luglio 2016)

Tutti pazzi per l’Islanda

3500E anche questi Europei di calcio sono finiti. I nostri Azzurri non hanno raggiunto i risultati sperati, ma dobbiamo ammettere che a farla da padroni, almeno fino ai quarti di finale, sono stati altri Azzurri: gli Islandesi, per la prima volta presenti agli Europei.

I vichinghi biondi hanno attirato l’attenzione generale per molti motivi:

  1. perché tutti ci siamo appassionati alla favola della squadra senza speranze, su cui nessuno avrebbe puntato e che stava lentamente facendosi strada verso la finale, e forse un po’ perché finalmente l’Europa poteva essere rappresentata da una nazione diversa dalle solite, proprio in questo complesso momento storico;
  2. perché la divisa, blu come il cielo, con linee verticali bianche e rosse che evocano i geyser islandesi, è stata realizzata da un giovane designer italiano, Filippo Affanni di 23 anni;
  3. perché sia i giocatori che la tifoseria… erano un bel vedere (uomini e donne, non c’è che dire!);
  4. per la Haka islandese, il “geyser sound”, o più correttamente chiamato l’Iceland Viking Haka.

Prima di parlare di questa novità, voglio aggiungere ciò che invece, proprio all’inizio degli Europei, ha attirato maggiormente la mia curiosità: il loro INNO NAZIONALE.

Lofsöngur (Canto di preghiera, chiamato anche Ó Guð Vors Lands, O Dio della nostra terra) è stato originariamente scritto come un inno in occasione delle celebrazioni del 1874 per commemorare il millennio dell’ insediamento islandese. Il testo è tratto dal Salmo 90, scritto nel 1874 dal reverendo Matthías Jochumsson (1835-1920), uno dei poeti più amati islandesi di tutti i tempi. La musica è stata composta poi da Sveinbjörn Sveinbjörnsson (1847-1926), il primo islandese a fare una carriera musicale. La poesia di Jochumsson, tuttavia, è più un inno religioso che un’ode patriottica, e l’estensione del brano è troppa ampia per molte persone perché siano in grado di cantarlo. E’ questo che mi ha colpito maggiormente: guardando lo spartito originale si passa da un Si sotto il rigo per arrivare ripetutamente al La sopra il rigo, escursione davvero ardua per un cantante da stadio. Sembra incantabile, eppure nessun islandese si tira indietro dal farlo. Gli islandesi sembrano non vederne ostacoli  e nessun altro inno patriottico, anche quelli più facili, ha soppiantato il Lofsöngur come inno nazionale. Meritano davvero uno sguardo lo spartito (qui) e il video più esemplificativo (sotto video 1).

Ma torniamo al GEYSER SOUND. Ora che tutti ne parlano, come sempre accade in queste occasioni, in molti ne rivendicano la paternità e si va dalla Scozia (Motherwell) alla Polonia (pallamano), fino addirittura a Sparta, in Grecia (dal film 300 del 2007). L’ipotesi più accreditata sostiene che provenga dalla Scottish Premier League. I sostenitori del club scozzese Motherwell utilizzano da tempo un simile grido di battaglia, che si dice sia stato ripreso dagli islandesi dopo che le squadre si sono affrontate nelle qualificazioni di Europa League nel 2014. L’idea scozzese pare copiata dal film 300 del 2007, dove il protagonista (Leonida, Gerald Butler) dimostra agli Arcadi che gli Spartani pur essendo pochi, sono di spirito dei veri soldati (memorabile quel ruggito “Spartani, qual è il vostro mestiere?”). (sotto video 2). Ora anche gli islandesi l’hanno adottata: l ‘ “Iceland haka”, il canto dei tifosi, scanditi dal due colpi di tamburo a cui risponde un gutturale “uh”, è ora descritto come un “Viking war chant”, chiamato anche “Viking train” e “Viking roar”.

Comunque che sia vichinga, neozelandese o delle isole Samoa, ogni Haka lascia lo spettatore senza fiato, rapito da quelle masse ferme e attente al segnale sonoro, il cuore sembra fermarsi fra un grido e l’altro, e tutti partecipiamo all’entusiasmo di un popolo che si sente per un momento tanto unito. (sotto video 3 e 4).

Ora cerchiamo di capire bene dov’è l’Islanda sulla cartina…

(di Roberta Frameglia, 12 luglio 2016)

Video 1: Inno Nazionale Islandese

Video 2: dal film 300

Video 3: Iceland vs England, Euro 2016

Video 4: il ritorno della squadra in patria dopo Euro 2016

Un tintinnabulum fra gli Avengers

the_avengers___age_of_ultron_logo_002_by_llexandro-d89jmewOggi finalmente ho visto l’ultimo film degli Avengers: “Avengers: Age of Ultron”. Dico finalmente perché sono tre giorni che andiamo avanti con ‘sto film.

Faccio un passo indietro. Tutti i film che riguardano i supereroi (da “I Fantastici 4” a “I Guardiani della Galassia”) in casa mia si sono visti e si vedono e rivedono. Non di certo da me. Belli, eh, non dico di no, ma l’effetto che hanno su di me andrebbe studiato dagli esperti del sonno, perché al primo accenno di lotta, effetti speciali o meno, l’abbiocco è assicurato. Quindi al mio aguzzino (cioè quello che “non si può non averlo visto almeno (almeno!) una volta…”) non resta che premere stop e si riprende il giorno dopo. Poi lui se lo guarderà e riguarderà quando io non ci sono (con Sky Cinema si va a nozze), ma secondo lui io devo almeno vederlo una volta.

Le storie sono più o meno simili: soliti buoni e cattivi che se le danno di santa ragione, accenni a storie d’amore che di solito non si sviluppano, qualcuno fa ogni tanto delle domande esistenziali assolutamente politically correct, ma nessuno si fa scrupoli a radere al suolo città intere. Non c’è neanche troppa suspense: quella cerca di crearla il mio vicino di divano, interrompendo la visione con qualche “eeh, nel fumetto è molto più complicato di così..”.

Mi rendo conto di piallare anni e anni di passioni che hanno attraversato intere generazioni, fatiche editoriali e cinematografiche, e straordinarie produzioni di fumettisti di eccezionali capacità. Ma è così.

Qualcosa però stavolta ha attirato visceralmente la mia attenzione. Non shoccherò nessuno dicendo che un personaggio muore, visto che il film è uscito al cinema da tempo. Nel momento in cui muore però il tempo si ferma… Il combattimento più acerrimo ha un sussulto, il cattivo per un attimo è allontanato dalla vista e dal ricordo. Tutto è dolore. Solo scambi di sguardi…e un Kyrie. Tutto è così reso ancora più sospeso. Mi trovo a trattenere fisicamente il respiro. Sono rapita da questo movimento immobile. Terminate le poche battute musicali scelte, il combattimento riprende fino alla vittoria finale.

Si tratta del Kyrie dalla Berliner Messe di Arvo Pärt. Non è la prima volta che le sue composizioni vengono usate nei film (Gravity, 2013; La grande bellezza, 2013; This must be the place, 2011; The Young Victoria, 2009; Fahrenheit 9/11, 2004, solo per ricordarne alcuni) e ogni volta si ripete la stessa sensazione di atemporalità.

Tintinnabulum, si chiama questa tecnica ideata proprio dal compositore estone, e consiste nel mantenere ferma una voce perno, mentre le altre si muovono. Una procede per gradi congiunti, mentre la seconda usa solo i suoni della triade. Continue ripetizioni, come un vortice in cui sei avvolto, un mantra che ti avviluppa. E tu sei inerme, affascinato e disarmato.  “Un rigo sono i miei peccati. Il rigo successivo è il mio perdono per essi”, afferma in un’intervista Pärt. E tu, piccolo, sei inglobato in questa sua battaglia interiore, che non è altro che la tua, quotidiana, inevitabile.

Ecco, in pochi, profondi istanti hai il tempo di rimanere a bocca aperta e sentirti insieme capito e abbracciato. E rassicurato. Anche nel dolore.

Stavolta toccherà anche a me rivederlo.

Ps. Ve ne consiglio (almeno) l’ascolto.

(di Roberta Frameglia, 29 marzo 2016)

Amen

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James Martin, Resurrection 

PREGHIERA

Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un’era nuova: l’uomo riconciliato nella nuova
alleanza sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.
Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,
ora sì che invochiamo il tuo soccorso,
tu, guida e presidio, non ce lo negare.
L’offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande è stato il tuo amore.
Noi con amore ti chiediamo amore.
Amen.                                                            
(Mario Luzi, da “La Passione”, il testo che accompagnò la Via Crucis al Colosseo il Venerdì santo del 1999).

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Un soprano fra i veterinari

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Oggi sorridevo nel leggere un divertente articolo sulle cosiddette WAGS (wives and girlfriends), le mogli e fidanzate degli sportivi professionisti, quelle che tifano sugli spalti degli stadi, nei palazzetti, che fanno shopping insieme per passare il tempo mentre i compagni si allenano. “La dura vita dell wags”, la chiamano. Perché non sanno cosa significa essere la moglie di un medico veterinario.

Perché aver sposato un medico veterinario significa:

  1. che non puoi guardare un qualunque animale e dire che è brutto: per lui avrà sempre “un suo perché”;
  2. che lui non si gira a guardare una donna che passa, lo fa solo se passa un cane o un gatto, anche se siete nel bel mezzo della litigata più storica;
  3. che tutti i pesci che ti mostrerà sulle riviste o sulle enciclopedie non avranno quei colori meravigliosi che vedi, perché saranno così solo nel momento dell’accoppiamento, proprio quando in quell’unico giorno voi sarete fuori casa. Ma per lui rimangono i più belli del mondo. Per te grigi, tutti grigi;
  4. che i tuoi sei (SEI) acquari in casa non saranno mai sufficienti e ne servirà sempre un altro: come nursery, per il pesce aggressivo, per il pesce in quarantena…;
  5. che mentre tu guardi la tv, lui guarda il suo acquario e nel momento clou ti dirà “guarda! ha le uova in bocca!”;
  6. che quel pesciolino tanto carino e soprattutto colorato che punterai tu in negozio, non andrà bene, perché “aggressivo/timido/da acqua fredda/calda, delicato ecc ecc.” E prenderà l’ennesimo pesce grigio;
  7. che ci saranno momenti in cui si immergerà in infinite telefonate in cui parlerà solo in latino o altre in cui elencherà solo casi tremendi, precisamente dettagliati;
  8. che i casi più complicati sistematicamente saranno da risolvere mentre siete in vacanza all’estero. A casa per settimane solo vaccinazioni e controlli;
  9. che i suoi racconti ad occhi sgranati che terminano con “ma ti rendi conto”, riferendosi ad un proprietario di un paziente o ad un collega, non devono intaccare la tua autostima di solida professionista: annuisci concentrandoti sul tuo Strauss più complicato, pensando che se hai sconfitto quello puoi anche fingere di aver capito il motivo del suo sgomento;
  10. che in qualunque momento, a tavola, sul tram, entrando a teatro, potrà ricevere una telefonata in cui chiederà se l’ha fatta e com’era;
  11. che i tuoi momenti di autismo, in cui entri nel trip di un ritmo particolare o in un’armonizzazione che non quadra, sono uguali ai suoi quando calcola la quantità del farmaco per il peso e poi cerca di farlo capire al proprietario al telefono;
  12. che ci sono associazioni,forum, gruppi, amici di, blog su ogni specie animale, e più il nome è assurdo, più sono frequentati;
  13. che a Natale gli auguri non saranno dalla zia o dall’amico, ma “dalla mamma di Pepe”, “Luisa, Filippo e Ciuffi”, “Vulcano e Sberla”…;
  14. che non potrai mai ammettere che non sai la differenza fra topo e ratto, polpo e polipo e dove sono ‘sti benedetti laghi Malawi e Tanganica;
  15. che sentirai, anche prima che esca dall’ascensore, che ha visitato un furetto…
  16. che potrai vedere da vicino le specie selvatiche più improbabili e magari assistere alla loro liberazione, ed essere commossa vedendo sorridere chi le sta liberando…

(di Roberta Frameglia, 2 febbraio 2016)

 

Il gusto delle piccole cose

bucaneveOggi, riordinando, mi è ricapitato in mano un libricino che amo tanto: “Il sale della vita” di Françoise Héritier. Sul retro è scritto “In un gioco di immagini, associazioni e rimandi la Héritier compone una riflessione unica e commovente sull’essenza della vita, che è insieme esperimento letterario e inno d’amore per la quotidianità.”

Da quando l’ho letto, oltre a regalarlo e consigliarlo, mi è capitato di riprenderlo in mano diverse volte, per riassaporarne la delicatezza e rivestirmi di quella semplicità che mi faccia apprezzare la mia quotidianità.

Senza alcuna aspirazione letteraria di spessore, ho pensato alle mie semplici gioie invernali. E’ terapeutico e divertente.

Quando cambi canale e c’è la sigla di Superman che sta per iniziare

Quando incroci lo sguardo di un bambino imbacuccato

L’odore della neve che sta per arrivare

L’odore della neve già caduta

Il silenzio del mondo sotto la neve

Un fiorellino che spunta dalla neve

Il colore del cielo in inverno

La prima giornata limpida dopo giorni di nebbia

Quando leggi un pensiero che ti colpisce e ci ripensi camminando per strada

Il vin brulè col panettone offerti dagli alpini in piazza, dopo la messa di Natale

Quando metti il piede nelle impronte già fatte da altri sulla neve

Quando fai il vapore mentre parli fuori al freddo e lo vedi fare agli altri

Le guance fredde che incontrano le tue nello scambio dei baci

Il profumo di un maglione di lana appena preso dall’armadio

I guanti a manopola col cordino al collo dei bambini

Quando abbracci con entrambe le mani la tazza di tè caldo

Quando infili le mani ghiacciate nei guanti

Quando riapri dopo un anno le scatole con le decorazioni di Natale

Quando entri  in una casa calda coi vetri appannati

Quando sei sul divano con la coperta sulle gambe

Quando devi scegliere l’agenda nuova e prima le annusi tutte

Le foglie rosse, arancioni, gialle sui marciapiedi in autunno

I primi venti freddi

Il canale solo coi film di Natale

Quando sposti più vicino allo stereo i CD di Natale

La decorazione per l’albero che ha una sua storia

Gli auguri “sicuri” che ci fanno sentire (tutti) più furbi (auguri alla famiglia, tante care cose, buona fine e buon inizio)

Cercare i ponti nel calendario del nuovo anno

Fare i buoni propositi il 31 dicembre

Dirsi quando sarà Pasqua, ma dimenticarlo subito dopo

La marcia di Radetzky

I saldi

Chiedere le ricette ai pranzi e alle cene

Le candele profumate

I berrettoni che ti coprono le orecchie

Le giornate fredde, ma limpide col sole

L’immancabile calendario dell’Erbolario

I calzettoni colorati coi feltrini

La scelta infinita delle cioccolate nei bar

L’appuntamento con la tua amica/amico per parlare di niente e scambiarsi il regalo, anche se non hai più 15 anni

Trovare la combinazione giusta delle decorazioni e guardarle e riguardarle soddisfatti

Il calore che ti accoglie quando sali su un vagone del treno

Il silenzio dopo ore di confusione

Un gatto grosso e peloso che attraversa lentamente la strada

Il momento in cui ti stendi a letto sotto il piumone

L’odore delle lenzuola appena cambiate

Le fusa del tuo gatto quando tu stai leggendo in silenzio

Quando senti qualcuno canticchiare come te le canzoni di Natale che si sentono nel negozio

I bambini coi costumi di carnevale sopra le giacche imbottite

I milanesi che festeggiano per più giorni rispetto al resto del mondo

Il momento preciso di assoluto silenzio al cinema

L’alone del naso del tuo gatto sui vetri

La casetta col mangime degli uccellini sul balcone

Le decorazioni eleganti sulle finestre

Il tè di Natale alle spezie

I Pocket Coffee

Entrare in un museo e sentire che lentamente inizi a scaldarti

Le prime giornate verso la primavera…

 

Prova, è divertente.

(di Roberta Frameglia, 7 gennaio 2016)

Auguri da MusicaPopolieColori

20151203_213020“A Natale non si fanno cattivi

pensieri ma chi è solo

lo vorrebbe saltare

questo giorno.

A tutti loro auguro di

vivere un Natale

in compagnia.

Un pensiero lo rivolgo a

tutti quelli che soffrono

per una malattia.

A coloro auguro un

Natale di speranza e di letizia.

Ma quelli che in questo giorno

hanno un posto privilegiato

nel mio cuore

sono i piccoli mocciosi

che vedono il Natale

attraverso le confezioni dei regali.

Agli adulti auguro di esaudire

tutte le loro aspettative.

Per i bambini poveri

che non vivono nel paese dei balocchi

auguro che il Natale

porti una famiglia che li adotti

per farli uscire dalla loro condizione

fatta di miseria e disperazione.

A tutti voi

auguro un Natale con pochi regali

ma con tutti gli ideali realizzati.”

          Alda Merini (1931-2009)

(di Roberta Frameglia, 24 dicembre 2015)

peacetree

O Tannenbaum

TannenbaumOggi mi chiedevo: presepe, albero o entrambi?

Oggi in tutto il mondo si entra in Avvento. In realtà io, come ambrosiana, lo sono già da 2 settimane, ma le riflessioni che sto per fare sono legate agli addobbi natalizi che probabilmente, come quasi tutti i milanesi, mi accingerò a preparare per Sant’Ambrogio (7 dicembre).

Quando ero piccola, provenendo da una famiglia veneta molto tradizionalista, si faceva tutto per Santa Lucia, il 13 dicembre: prima si preparava il presepe e solo dopo anche l’albero. L’albero sembrava fosse uno sfizio, un segno quasi pagano, o meglio un contentino per me bambina. Il simbolo importante e fondamentale era il presepe e nient’altro. E per me andava tutto bene, purché ci fossero tante lucine e tanti ninnoli per casa.

Crescendo qualche domanda me la sono fatta e ora preparo fiera presepe e albero, ascoltando allegramente tutte le carols natalizie possibili, in compagnia dei miei gatti, esaltati da tanto caos in casa.

Perché l’albero di Natale, così come viene usato oggi, ha una storia molto interessante e molto profonda. Il cristianesimo, si sa, ha dato a molte antiche usanze pagane significati cristiani e anche l’abete, l’albero natalizio, è divenuto il simbolo dell’Albero della Vita, in riferimento al primo capitolo della Bibbia, grazie al quale Adamo ed Eva potevano nutrirsi. E l’Albero della Vita poi diviene inevitabilmente Cristo stesso, in riferimento al legno della croce: il legno che fiorisce e che fruttifica, il Cristo che dona la sua vita per i figli.

La mia parte critica (molto spiccata in effetti) mi porta però a riflettere sulle origini di tutto questo: cosa succedeva prima dei Cristiani?

L’abitudine di decorare gli alberi con lumini, nastri e oggetti colorati si riscontra già coi Celti durante le celebrazioni del solstizio d’inverno. Anche i Romani ne adottarono l’usanza, mentre i Cristiani in un primo momento preferirono l’agrifoglio, che ricordava le spine  della corona di Cristo (si dovranno aspettare un bel po’ di secoli, fino al 1963 ad esempio, perché i Cristiani vivano tutto questo con un po’ di… leggerezza).

Estonia (Tallin), Lettonia (Riga) e Alsazia si contendono la sede del primo vero albero di Natale, tutte a partire dalla fine del 1400. In particolare si narra che a Tallin fu eretto un grande abete in centro alla piazza principale, attorno al quale i giovani senza compagno ballavano alla ricerca dell’anima gemella. In ogni caso il riferimento all’Albero Cosmico, l’albero della vita, decorato con mele, noci, forme di zucchero e fiori di carta è diffuso in tutte le culture. Come l’usanza di portare in casa, prima del nuovo anno, un ramo beneaugurante.

Poi nel Medioevo, nel Nord Europa, si diffonde la tradizione di ricostruire nelle chiese protestanti lo scenario del paradiso terrestre con Adamo ed Eva, con tanto di alberi da frutto, simboli di abbondanza e del mistero della vita. La cosa si fa sempre più diffusa tanto da preferire gli abeti, il Tannenbaum, perché sempreverde, simbolo di eternità. Con Goethe e “I dolori del giovane Werther” si parla per la prima volta di albero di Natale nella letteratura.

Arriviamo poi a uno dei canti natalizi tradizionali più noti: “O Tannenbaum”. Il testo moderno è stato scritto nel 1824 dall’ organista, insegnante e compositore Ernst Anschütz di Lipsia. Il testo in realtà non si riferisce al Natale, ma descrive semplicemente un abete di Natale decorato. Il perno su cui si basa il testo è invece la qualità sempreverde dell’ abete come simbolo di costanza e fedeltà.

Anschütz infatti basa il suo testo su una canzone popolare del XVI sec. che narrava una storia d’amore tragica, prendendo ad esempio il sempreverde, l’ abete “fedele”, in contrasto con una amante infedele. La canzone popolare successivamente è stata collegata al Natale: la versione di Anschütz aveva treu (vero, fedele) come l’aggettivo che descrive foglie e aghi dell’ abete, rifacendosi al paragone con la fanciulla infedele della canzone popolare, cambiato poi in grün (verde), per essere meglio associato al Natale.

Insomma, sono felice di fare l’albero di Natale, sia col significato cristiano che con quello più “pagano”. Perché credo fermamente che l’unione di più usanze non porti solo allo scontro, ma sempre all’arricchimento.

Ora vado, che Otto ha trovato la scatola delle palline…

(di Roberta Frameglia, 29 novembre 2015)

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