Un tintinnabulum fra gli Avengers

the_avengers___age_of_ultron_logo_002_by_llexandro-d89jmewOggi finalmente ho visto l’ultimo film degli Avengers: “Avengers: Age of Ultron”. Dico finalmente perché sono tre giorni che andiamo avanti con ‘sto film.

Faccio un passo indietro. Tutti i film che riguardano i supereroi (da “I Fantastici 4” a “I Guardiani della Galassia”) in casa mia si sono visti e si vedono e rivedono. Non di certo da me. Belli, eh, non dico di no, ma l’effetto che hanno su di me andrebbe studiato dagli esperti del sonno, perché al primo accenno di lotta, effetti speciali o meno, l’abbiocco è assicurato. Quindi al mio aguzzino (cioè quello che “non si può non averlo visto almeno (almeno!) una volta…”) non resta che premere stop e si riprende il giorno dopo. Poi lui se lo guarderà e riguarderà quando io non ci sono (con Sky Cinema si va a nozze), ma secondo lui io devo almeno vederlo una volta.

Le storie sono più o meno simili: soliti buoni e cattivi che se le danno di santa ragione, accenni a storie d’amore che di solito non si sviluppano, qualcuno fa ogni tanto delle domande esistenziali assolutamente politically correct, ma nessuno si fa scrupoli a radere al suolo città intere. Non c’è neanche troppa suspense: quella cerca di crearla il mio vicino di divano, interrompendo la visione con qualche “eeh, nel fumetto è molto più complicato di così..”.

Mi rendo conto di piallare anni e anni di passioni che hanno attraversato intere generazioni, fatiche editoriali e cinematografiche, e straordinarie produzioni di fumettisti di eccezionali capacità. Ma è così.

Qualcosa però stavolta ha attirato visceralmente la mia attenzione. Non shoccherò nessuno dicendo che un personaggio muore, visto che il film è uscito al cinema da tempo. Nel momento in cui muore però il tempo si ferma… Il combattimento più acerrimo ha un sussulto, il cattivo per un attimo è allontanato dalla vista e dal ricordo. Tutto è dolore. Solo scambi di sguardi…e un Kyrie. Tutto è così reso ancora più sospeso. Mi trovo a trattenere fisicamente il respiro. Sono rapita da questo movimento immobile. Terminate le poche battute musicali scelte, il combattimento riprende fino alla vittoria finale.

Si tratta del Kyrie dalla Berliner Messe di Arvo Pärt. Non è la prima volta che le sue composizioni vengono usate nei film (Gravity, 2013; La grande bellezza, 2013; This must be the place, 2011; The Young Victoria, 2009; Fahrenheit 9/11, 2004, solo per ricordarne alcuni) e ogni volta si ripete la stessa sensazione di atemporalità.

Tintinnabulum, si chiama questa tecnica ideata proprio dal compositore estone, e consiste nel mantenere ferma una voce perno, mentre le altre si muovono. Una procede per gradi congiunti, mentre la seconda usa solo i suoni della triade. Continue ripetizioni, come un vortice in cui sei avvolto, un mantra che ti avviluppa. E tu sei inerme, affascinato e disarmato.  “Un rigo sono i miei peccati. Il rigo successivo è il mio perdono per essi”, afferma in un’intervista Pärt. E tu, piccolo, sei inglobato in questa sua battaglia interiore, che non è altro che la tua, quotidiana, inevitabile.

Ecco, in pochi, profondi istanti hai il tempo di rimanere a bocca aperta e sentirti insieme capito e abbracciato. E rassicurato. Anche nel dolore.

Stavolta toccherà anche a me rivederlo.

Ps. Ve ne consiglio (almeno) l’ascolto.

(di Roberta Frameglia, 29 marzo 2016)

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