Senti chi parla?! Le corde vocali

rob 1Che bello, stasera si canta. Si canta sul serio, col silenzio, la tensione, i tacchi, gli applausi e tutto quanto. Siamo sempre felici quando succede. Non è solo una questione di movimenti, di esercizi meccanici, ma di sensazioni, di un benessere che proviamo anche noi insieme a lei senza bisogno che ce lo diciamo.

Ai concerti è bello: la tensione che proviamo è diversa da quando siamo a casa, o siamo alle Messe o a scuola. A casa a volte è proprio faticoso: si fanno per dei minuti interminabili gli stessi movimenti, sempre quelli. A volte glielo diciamo pure. Lei si ferma un po’, ma poi si ricomincia. Una noia mortale.

Alle Messe noi passiamo quasi in secondo piano, più che altro tocca chiacchierare col microfono. Quello che è arrivato da poco in Duomo tutto sommato ci è simpatico. Quello di prima era altezzoso, quasi antipatico, faceva finta che non gli importasse di noi e si metteva a fischiettare. Mancava che si girasse dall’altra parte. Quello nuovo invece è tutta un’altra cosa ed è pure bello e per noi, che non abbiamo altro da guardare, è un sollievo.

Quando ci porta a scuola, invece, è sempre un lavoro di dribbling: spostati qua, spostati là, alza, abbassa, tutto per evitare i bacilli che vediamo passare quando le danno i bacetti. A lei piace, ride, ride tanto, ma per noi è una tale fatica…

Essere delle corde vocali, uno non ci pensa, ma è impegnativo. Devi esprimere tutto quello che dall’alto o dal basso ti comandano, e la mente e la pancia non sempre vanno per il sottile. Tutte le tensioni, positive o negative, passano da noi: la rabbia, il buon umore, la tristezza, l’ansia, la serenità… “ Gli occhi sono lo specchio dell’anima”, dicono. Per tutte acciughe del mondo, siamo noi il riflesso dell’anima!

Comunque, stasera si lavora sul serio. Quando succede sentiamo che, i giorni prima e per tutto il giorno stesso, l’attenzione è su di noi: se siamo secche, se siamo in forma, se ci stiamo affaticando, se siamo troppo rilassate. Tutta la concentrazione è su di noi. E noi ne siamo felici, anche perché le coccole aumentano: lei li chiama “rimedi della nonna”, ma per noi sono solo cose calde, dolci e delicate. E così ci rilassiamo, lei e noi.

E’ un lavoro che ormai facciamo da tanti anni e ci piace, soprattutto perché sentiamo che a lei piace tanto. E’ rilassata e felice quando lo fa. Non sappiamo come sia possibile, soprattutto in concerto. Lei lo chiama “dono”, ma secondo noi un po’ è dono e un po’ è lavoro passato.

Non sempre è stato facile andare d’accordo, eh. Un po’ di dispetti glieli abbiamo fatti, dobbiamo confessarlo. Ma alla fine un accordo lo abbiamo sempre trovato: un po’ di morbidezza da parte sua, e collaborazione da parte nostra e tutto si è sempre risolto.

Bene, siamo arrivate. Stiamo salutando tutti. Il posto è un po’ freddo. Sentiamo che inizia a preoccuparsi. Iniziamo la prova. Non ti intesire: dobbiamo riscaldarci, dacci tempo. Ecco, così, bevi e sorridi. Speriamo che non venga nessuno a salutarla prima del concerto per non deconcentrarla. Non sembra, ma gli esecutori, il “di qua”, anche se parlano e noi con loro, non la distraggono troppo, mentre il “di là”, il pubblico e gli amici, la portano emotivamente “fuori”. E noi con lei.

Silenzio. Si inizia. E’ tesa, ma non agitata. E’ quella tensione dell’atleta che prepara i muscoli e la mente prima del salto, dello start, del tiro. E noi siamo pronte. Un check rapido agli altri: muscoli del viso, trapezio, muscoli intercostali, diaframma, muscoli lombari. Tutto a posto. Solo i piedi sentiamo che si lamentano, ma li conosciamo: i tacchi la fanno così elegante, ma non le piacciono molto. Pazienza, le suggeriamo che per essere belle bisogna soffrire. Sorride, mi sa che ci ha sentite.

Entriamo. Guarda il pubblico, guarda gli altri musicisti, sorride. Silenzio. Inizia ad ondeggiare impercettibilmente, è l’introduzione. Le piace. Ecco, tocca a noi.

Aperte, aria, stasi, tensione… Si vibra!

vocalchords(di Roberta Frameglia, 10 novembre 2015)

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Ad ognuno il suo Santo patrono

F. Francia (1450–1517), Madonna e Santi

“Per essere santi non c’è bisogno che gli altri lo sappiano”.

Oggi, raggirando simpaticamente il significato inteso da Marco Aurelio nel suo aforisma, mi chiedevo: conosciamo i nostri santi protettori?

La festa di Ognissanti, che ci apprestiamo a festeggiare il I novembre, non solo celebra i Santi noti, ma anche i meno conosciuti, tutti gli eletti cioè della Chiesa.

Ma chi è il “Santo patrono”? un Santo a cui la Chiesa affida la protezione di una certa categoria di fedeli. I fedeli, a loro volta, si rivolgono a lui per ottenere intercessione e favori presso Dio, per loro stessi o per altri, per mezzo di preghiere e/o atti votivi.

E allora quali sono i Santi patroni dei musicisti, dei cantanti, di tutti coloro che hanno a che fare con la musica? Santa Cecilia, in coro, lo sento, o San Biagio, protettore della gola, o San Gregorio Magno, protettore dei cantori. Ma perché sono diventati tali? Ho scoperto delle cose molto interessanti.

J. Blanchard (1600 - 1638) Saint Cecilia

J. Blanchard (1600 – 1638), Saint Cecilia

  • SANTA CECILIA (22 novembre), patrona dei musicisti. In realtà per questa martire cristiana del II/III secolo l’attribuzione di patrona della musica è, per dirla modernamente, un fake, o per lo meno dovuta ad un’ interpretazione falsata. La Santa, nobile, ma cristiana pia dedita alla carità, portò alla conversione anche il marito e il cognato, barbaramente uccisi per la loro fede, sorte che capitò anche a lei successivamente. Ma perché la Santa è legata alla musica? Si tratterebbe di un’errata interpretazione tardo medievale dell’antifona di Introito della messa nella festa della Santa (alcuni dicono si tratti di un brano della Passio) in cui, descrivendo il suo matrimonio, si dice: “Mentre gli strumenti suonavano (cantantibus organis), Cecilia in cuor suo rivolgeva il suo canto al Signore”. In realtà i codici più antichi non riportano il verbo cantantibus, o il sinonimo canentibus, bensì Candentibus organis (con gli strumenti di tortura arroventati…). Gli “organi”, quindi, non sarebbero affatto strumenti musicali, ma gli strumenti di tortura, e l’antifona descriverebbe Cecilia che “tra gli strumenti di tortura incandescenti, cantava a Dio nel suo cuore”. L’antifona non si riferirebbe dunque al banchetto di nozze, bensì al momento del martirio. In epoca medievale però, data l’assoluta carenza di santi musicanti, il passo che la rese patrona della musica fu brevissimo.
  • Parmigianino (1503-1540), Santa Cecilia e David

    SAN DAVID (29 dicembre), patrono dei musicisti e dei cantanti. Il re Davide, “peccatore e santo”, come lo definisce Papa Francesco in un’omelia del 2014, domina la storia di Israele nel X sec. a.C. Abbattè il gigante Golia, ridiede fiducia alle tribù d’Israele e le raccolse in un unico popolo forte e rispettato, ma soprattutto dalla sua discendenza sarebbe nato Gesù. Valoroso guerriero, musicista e poeta, accreditato dalla tradizione quale autore di molti salmi.

  • Antonello da Messina (1429-479), Gregorio I

    Antonello da Messina (1429-479), Gregorio I

    SAN GREGORIO MAGNO (3 settembre), patrono dei musicisti e dei cantori. Nato nel 540, divenne molto giovane prefetto di Roma, anche se la vocazione monastica lo portò presto ad entrare in monastero. Nel 590 fu eletto Papa (Papa Gregorio I) e fin da subito esercitò un’intensa attività di sollecitazione alla carità e all’ azione missionaria, soprattutto attraverso i suoi scritti. Gregorio riorganizzò a fondo la liturgia romana, ordinando le fonti anteriori e componendo nuovi testi. Promosse quella modalità di canto tipicamente liturgico che da lui prese il nome di “gregoriano“: leggende narrano che fosse lui stesso a dettare i suoi canti, ma in realtà i manoscritti più antichi contenenti i canti del repertorio gregoriano risalgono al IX secolo e pertanto non si sa se lui stesso ne abbia composto qualcuno.

  • Piero della Francesca (14016-1492), Battesimo di Gesù

    Piero della Francesca (14016-1492), Battesimo di Gesù

    SAN GIOVANNI BATTISTA (24 giugno), patrono dei cantori. L’inno scritto in onore di San Giovanni Battista composto da sei emistichi  “UT queant laxis, REsonare fibris, MIra gestorum, FAmuli tuorum, SOLve polluti, LAbii reatum, Sancte Iohannes”, ovvero «Affinché possano con libere voci cantare le meraviglie delle azioni tue i (tuoi) servi, cancella del contaminato labbro il peccato, o San Giovanni», ispirò nell’ XI secolo il monaco benedettino e teorico musicale Guido d’Arezzo nella definizione di un memorandum per la memorizzazione delle melodie scritte sul rigo musicale, dando di fatto origine alla codificazione dei nomi delle note. Per tale ragione San Giovanni Battista è divenuto il patrono di cantori e musicisti. Noto ai più per due aspetti della sua vita,  il battesimo di Gesù nelle acque del Giordano e la sua decapitazione, per mano di Erode Antipa che voleva compiacere la figliastra Salomè, fu una delle personalità più importanti dei Vangeli, come asceta e predicatore.

  • Immagine votiva di San Domenico Savio

    Immagine votiva di San Domenico Savio

    SAN DOMENICO SAVIO (6 maggio), patrono dei Pueri Cantores. Allievo di San Giovanni Bosco, nato nel torinese nel 1842, si distinse per la fervente propensione alla preghiera, alla contemplazione e all’assiduità ai sacramenti. Preciso e puntuale cantore del coro dei fanciulli diretto da Don Bosco, si ammalò di colera, che lo portò alla morte a soli quindici anni.

Michelangelo Buonarroti (1475-1564), San Biagio ne "Il Giudizio Universale"

Michelangelo (1475-1564), San Biagio ne “Il Giudizio Universale”

  • SAN BIAGIO (3 febbraio), patrono dei suonatori degli strumenti a fiato, dei laringoiatri e più genericamente della gola. Tante sono le tradizioni legate a questo Santo, medico e vescovo della sua città in Armenia tra il III e il IV secolo. Martirizzato a causa della sua fede, gli vennero attribuiti numerosi miracoli, fra i quali il salvataggio di un bambino che stava soffocando dopo aver ingerito una lisca di pesce. Da qui la tradizione di compiere una benedizione della gola con le candele benedette (incrociate) il giorno precedente, festa della Presentazione di Gesù al tempio. Molte poi le tradizioni legate alla cucina, come la Polpetta di S.Biagio campana o i tarallucci abruzzesi, fino al milanese detto “San Bias el benediss la gola e el nas”, quando, come tradizione molto sentita, si mangia in famiglia ciò che è rimasto del panettone raffermo natalizio, appositamente conservato, come gesto propiziatorio contro i mali della gola e raffreddori. In questo giorno i negozianti poi, per smaltire l’invenduto, vendono a poco prezzo i cosiddetti panettoni di San Biagio, gli ultimi rimasti dal periodo natalizio.

Invito poi ad approfondire le personalità di SANTA BARBARA (4 dicembre), protettrice dei campanari, ma anche San GENESIO (25 luglio) e SAN VITO (15 giugno), protettori degli attori e legati in qualche modo anche ai musicisti, e SAN LUCA EVANGELISTA (18 ottobre) e SANTA CATERINA DA BOLOGNA (9 marzo), protettori degli artisti.

Santa Roberta da Pavia. Fotomontaggio

Santa Roberta da Pavia. Fotomontaggio

Concludo con un sorriso: un divertente fotomontaggio, regalo di un amico cantante, prova che i musicisti, col loro folklore e la loro colorata follia, mi sa che hanno davvero bisogno di tante mani sulla testa…

(di Roberta Frameglia, 27 ottobre 2015)

La Fuga del gatto. Parte prima

Otto

Otto

Oggi mi chiedevo: chissà se i gatti dei cantanti lirici della storia hanno sopportato senza ribellarsi i vocalizzi dei proprietari.

Ho due gatti, Claus e Otto (Facebook: Claus il gatto e Otto). Uno obeso e tonto, l’altro smilzo e teppista. Da anni fanno parte della famiglia. La convivenza è serena, con marachelle e coccole nella norma, tranne quando studio: il loro udito ipersensibile non sopporta il volume dei miei vocalizzi e del canto lirico in genere. Col suono del pianoforte non hanno problemi, con accenni a mezza voce nemmeno, ma con gli “urli” scappano. Un’evoluzione nel tempo in realtà c’è stata: mentre Claus da piccolo, il primo arrivato, fuggiva terrorizzato al primo “mimimi”, ora hanno entrambi imparato ad anticipare quello che succede, solo vedendo lo spostamento del leggio in centro alla stanza: non fanno una piega, scendono dal divano rassegnati e molli e si spostano flemmatici verso un’altra camera senza neanche guardarmi, mentre la Gina, la tartaruga, fa capolino fuori dall’ acqua e mi osserva cantare tutto il tempo (la superiorità del genere…).

Felix, Silvestro, Tom, Garfield, lo Stregatto, il Gatto con gli stivali, Simon’s Cat, Romeo e “gli Aristogatti” fino ad arrivare alla Pantera Rosa, a Diego dell’”Era glaciale” e al Re Leone: tanti sono i felini entrati nell’immaginario collettivo fin dalla nostra infanzia, per non parlare dei gatti della letteratura (Eliot, Bulgakov, Capote, Neville, Carroll, Lewis, Poe, Twain…) e ancor più dell’arte (Goya, Manet, Renoir, Picasso, Kahlo…), e milioni sono le foto di personaggi noti ripresi col loro amico in braccio (vedi), ma non ho notizie rilevanti di gatti di cantanti lirici della storia.

Compositori che abbiano dedicato pezzi ai felini però ne conosco molti.

  • CARLO FARINA (ca1600- 1639), IL GATTO da il Capriccio stravagante per 2 violini, 3 viole, tiorba e clavicembalo (1627). un susseguirsi di ritornelli a mo’ di canzone o di danza, dove Farina mischia ogni sorta d’imitazioni fantastiche: animali, altri strumenti (tremolo d’organo, piffero, tamburo, chitarra), ricerca d’effetti sonori strani. E un gatto. (Vedi)
  • ADRIANO BANCHIERI (1568-1634), CONTRAPPUNTO BESTIALE ALLA MENTE a cinque voci (1608). Sopra un austero basso d’armonia su testo latino, un cucco, un chiù (civetta), un gatto e un cane improvvisano (“alla mente”) uno spiritoso contrappunto, parodia della severa tradizione franco-fiamminga. Ecco il testo: “Fa la la … Nobili spettatori, udrete hor hora quattro belli humori, un cane, un gatto, un cucco, un chiù per spasso, far contrappunto a mente sopra un basso. Fa la la la …Nulla fides gobbis, similiter est zoppis. Si squerzus bonus est, super annalia scribe”. (Vedi)
  • DOMENICO SCARLATTI (1685-1757), FUGA DEL GATTO, sonata K. 30 in sol minore, per clavicembalo (1739). Il titolo è stato introdotto solo all’inizio del XIX secolo e, pertanto, non è mai stato usato dal compositore. La leggenda vuole che Scarlatti abbia creato questo pezzo grazie al suo gatto Pulcinella, il quale, in una passeggiata sulla tastiera, produce un motivo casuale interessante, subito scritto dal compositore, che ne sviluppa poi un intero pezzo. (Vedi)
  • HEINRICH IGNAZ FRANZ BIBER (1644-1704), DIE KATZ dalla Sonata representativa, in La maggiore, per violino e b.c. (1669). Brevissimi quadretti illustrano i versi di alcuni animali separandoli con altrettanto brevi passaggi. Il lavoro inizia con un’introduzione (Allegro) e si conclude con una marcia e un tempo di allemanda. Allegro – Usignolo – Cuculo – Rana – Gallo e galline – Quaglia – Gatto – Marcia dei moschettieri – Allemanda. (Vedi, da 5’42”)
  • GIOACHINO ROSSINI (1792-1868), DUETTO BUFFO DI DUE GATTI per due soprani (1825). Il componimento è solitamente attribuito a Gioachino Rossini, ma non è stato scritto direttamente dall’autore pesarese: si tratta infatti di un brano composito, basato su musiche in gran parte di Rossini (tratte dall’Otello, del 1816), ma anche di altri autori. Ad assemblare il tutto, con qualche probabilità, pensa il compositore inglese Robert Lucas de Pearsall, firmatosi con lo pseudonimo di “G. Berthold”. Il testo del duetto consiste interamente nella ripetizione della parola miau. (Vedi)
  • MAURICE RAVEL (1875-1937), LE CHAT E LA CHATTE da L’Enfant et les Sortilèges, per baritono e mezzo soprano (1919-1925). Opera in due parti, composta in collaborazione con la scrittrice francese Colette, capolavoro di orchestrazione,  viene spesso eseguita in forma di concerto. Una storia immaginifica con animali e oggetti parlanti.(Vedi)
  • SERGEJ PROKOFIEV (1891-1953), IL GATTO ne Pierino e il lupo (1936). Musica e testo sono ad opera interamente del compositore. Per l’esecuzione occorrono la voce di un narratore e di un’orchestra. La figura del gatto è affidata al clarinetto, che ne sottolinea i movimenti tipici: lenti, guardinghi, sornioni o scattanti. (Vedi)

Continua…

(di Roberta Frameglia, 3 luglio 2015)

Una veneta fra i sardi. Parte seconda

…continua.

Oltre all’impotenza di fronte alla proposta di farmi provare il vestito tradizionale sardo, non sono mai riuscita a sottrarmi alla richiesta di mia suocera di accompagnarla alle messe tradizionali. In realtà a tutto questo non ho mai posto molta resistenza, anzi, sono grata a tutti di come mi hanno sempre amorevolmente coinvolta e accolta nelle loro tradizioni.

Due sono le occasioni che ricordo con più affetto: la prima è la messa per l’Assunta a Siniscola, con la statua della Madonna portata in processione e le mille strofe di “Deus te salvet Maria”, cantate a cappella da tutta la chiesa, con le due o tre condottiere della prima fila, rigorosamente con la gonna nera plissettata e la voce da vero contralto/baritono, che anche senza microfono e dalla chiesa avrebbero potuto guidare la processione fino al mare.

La seconda una messa a Tamarispa con un gruppo di tenores che animavano la celebrazione. Il cantu a tenore, considerato dall’UNESCO “Patrimonio intangibile dell’Umanità” data la sua unicità e la sua bellezza, mi ha sempre affascinato e confesso che in quell’occasione la mia partecipazione di credente alla messa è stata marginale, presa com’ero, per la prima volta, a capire dove mettesse la voce su bassu. Il fascino di quelle armonie tipiche, apparentemente monotone e oggettivamente gutturali, mi lascia ogni volta imbambolata: non importa come facciano a vibrare le corde vocali, l’importante è che perpetuino una tradizione che rappresenta, secondo i racconti, le voci della natura, con il solo strumento che l’uomo ha in sé da sempre (ascolta un esempio).

Tornando all’accoglienza sarda, indubbiamente tutti sanno che è proverbiale e figurarsi se diventi della famiglia. Ricordo una cugina, mai vista prima, che mi prese per mano dicendomi: “Ròbbe, vieni che ti mostro il resto della casa”. Ma quando mai un milanese non solo ti prende per mano, ma ti sfiora proprio? Esagero, lo so, ma quel gesto mi colpì molto, così spontaneo e solare.

L’accoglienza sarda però mi segnò molto anche in un’altra occasione, che da tragica si rivelò comica.

Era morto uno zio di mio marito, anziano e malato da tempo, dell’entroterra più remoto e con cui le diverse famiglie non avevano rapporti frequenti, un po’ per dissapori passati, un po’ per la lontananza. Il povero zio muore proprio mentre noi siamo in Sardegna in vacanza. Dopo un primo momento di dubbi, decidiamo di andare al funerale (diciamo che l’intervento da Milano della suocera ha molto inciso…). Mio marito non metteva piede in quel paese dall’infanzia o poco dopo. Naturalmente partivamo con le migliori intenzioni: ci mettiamo dietro, non ci facciamo notare troppo, tanto comunque non ci conosce nessuno (io no di certo, magari mio marito, ma l’ultima volta era piccolo perciò nessuno l’avrebbe riconosciuto), e, finita la celebrazione, subito a casa senza passare dal cimitero.

Morale: alla fine della messa, con il povero zio ancora all’altare, tutta la parte posteriore della chiesa si gira a salutarci e a baciarci e a farci festa, immaginando chi fossimo (vista la somiglianza di mio marito col padre), e, visto che eravamo i parenti venuti apposta (apposta!) da Milano, avevamo diritto ad accompagnare la zia vedova. Quindi con la zia in macchina, la nostra, dall’avere i dubbi se andare o meno, eravamo diventati la prima macchina dietro al carro funebre, protesi solo a consolare la zia che invece dalla macchina salutava, regale, i parenti sulla strada.

La parte ancora più tragicomica arriva ora: la bara, riaperta, del povero zio, viene posta all’interno della cappella del cimitero e tradizione vuole che tutti i parenti (almeno 2 paesi completi), passino a fare le condoglianze ai parenti più prossimi e poi al defunto. La successione era diventata: la vedova, mio marito, io, il defunto. Non so quanti baci, buffetti e mani sudate mi sono sorbita, con mio marito che ogni tanto mi sussurrava di uscire, io che potevo, mentre a fatica entrambi frenavamo il riso. Penso che Villaggio in versione Fantozzi, sapendolo, si inchinerebbe.

Sempre con sincera gratitudine e grande affetto.

(di Roberta Frameglia, 28 giugno 2015)

Un soprano in Duomo

Carlo Canella (Verona 1800 - Milano 1879) Il Duomo di Milano e la corsia dei Servi, 1865. Olio su tela. Gallerie d'Italia, Milano.
Carlo Canella (Verona 1800 – Milano 1879)
Il Duomo di Milano e la corsia dei Servi, 1865. Olio su tela. Gallerie d’Italia, Milano.

Oggi qualcuno mi ha detto: “ma anche la tua professione in Duomo avrà qualche lato folkloristico.” Qualche? In alcuni momenti la mia professione è puro folklore!

L’inizio delle mie collaborazioni canore con la Curia di Milano risale al 2002, precisamente al passaggio fra il Cardinal Martini e il Cardinal Tettamanzi. Ho sfocati ricordi di quelle prime celebrazioni, ma chiara ho in mente la tensione che provavo, in realtà più per il luogo che mi sovrastava mastodontico che per il lavoro in sé. Da allora gli impegni alternano presenze costanti alle messe domenicali in Duomo a spostamenti in altre Chiese di Milano o altrove a seconda delle necessità, sempre come cantore (soprano) solista. E la tensione è decisamente sparita.

Naturalmente la mia è una posizione privilegiata, non solo per il tipo di impegno, ma proprio fisicamente perché ho la possibilità di vedere bene tutto: sono sopraelevata e di fronte a tutti. Con i pro e i contro del caso, perché come vedo tutto e tutti io, altrettanto tutti vedono benissimo me. E anche qui con i pro e i contro del caso.  Sui “tipi da Duomo” però tornerò prossimamente in un articolo apposta, perché ora mi concentrerò sul folklore che mi riguarda direttamente da anni, altrettanto divertente.

Nonostante non ci si pensi subito, in Duomo non ci sono solo turisti, ma un notevole gruppo di fedeli…fedeli: ad ogni messa, come in una normale parrocchia, le prime file, e non solo, sono occupate sempre dalle stesse persone, non necessariamente abitanti nelle vicinanze, ma anche habitué per scelta. Questo per dire che se mi sentono tossire fra un canto e l’altro, in delegazione a fine messa mi arrivano a chiedere come sto, e se non arrivano subito dopo, arriveranno la domenica successiva per chiedermi se sto meglio. Qualcuno, più ardito, ha individuato mio marito e fermato per sapere come stessi. Per non parlare dei miei fans più noti, uomini e di età media 80 anni, che:

  • a Natale e a Pasqua mi portano torrone, caramelle o cioccolato, passando le transenne con la frase “ho un appuntamento con Roberta”;
  • scrivono canti per me e vorrebbero che li cantassi a messa, quella che sta per iniziare…;
  • in un gruppo di conoscenti che sto salutando, si intrufolano salutando ognuno con tanto di stretta di mano, presentandosi come “l’amico di Roberta”.

Ma il clou riguarda i commenti sulla mia voce o sul mio canto, come:

  • la signora che arriva a fine messa complimentandosi e chiedendomi: “sono arrivata in ritardo, quando stava cantando l’alleluia, ed era così bella, ma non l’ho sentita tutta: me la può ricantare?”;
  • la coppia di spagnoli, marito e moglie di mezza età, che entusiasti, in spagnolo, si dilungano in dettagliati complimenti per la mia voce e concludono con un fantastico: “canta meglio di Raffaella Carrà!”;
  • il “tenore” che mi ferma, libretto dei canti alla mano, per dirmi che, per la gente, è meglio se respiro qui e non lì, perché anche lui è corista in parrocchia e queste cose le sa;
  • il prete di passaggio, concelebrante, che dandomi la comunione, non mi dice “corpo di Cristo”, ma “te, che bella voce che hai!” e io, in automatico, “Amen!”;
  • la signora, commossa, che mi avvicina per dirmi “brava, che meraviglia, ho pianto tanto…”;
  • l’altra che, ciclicamente, mi chiede quando canto “l’Ave Maria dei matrimoni”;
  • quella che mi chiede se ho studiato canto e, navigata, conclude dicendo “ah, l’avevo capito io”.

Presto i “tipi da Duomo”.

(di Roberta Frameglia, 23 giugno 2015)

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