La calza dei morti: riflessioni sulla gratuità

Oggi ho ricevuto un regalo, un regalo piccolino, un regalo piccolino ma talmente potente da farmi tornare a scrivere dopo mesi di inattività: una collega, che conosco da pochissimo tempo, oggi mi ha regalato un sacchettino fatto da lei, chiuso da un fiocco rosso con dentro dei cioccolatini. L’ha chiamato “la calza dei morti”.

La calza dei morti, mi ha raccontato, è una delle tradizioni pugliesi più amate, ancor più della calza della Befana: la notte fra l’1 e il 2 novembre, momento in cui, secondo le antiche credenze, Dio permette ai defunti di far visita ai propri cari sulla terra, i bambini pugliesi ricevono una calza con dolci e cioccolata portati proprio dai cari scomparsi. Il giorno dei Defunti, poi, tutta la famiglia va al cimitero a ringraziare i cari della visita. Un modo semplice per ricordare coi bambini i parenti scomparsi. Nel tempo questa tradizione si è modernizzata, passando dalle calze realizzate ai ferri dalle nonne alle calze più moderne, con dentro in tempi passati frutta secca e frutta di stagione (melograni, cachi, castagne) e oggi dolci e caramelle. Mi ha raccontato dei suoi ricordi di bambina con la tavola della nonna piena di qualunque cosa e tante calze da riempire per i nipoti e profumo di festa in tutte le case.

E’ stato un gesto semplice il suo, non ci conosciamo che da due mesi e si sa che fra nuovi colleghi, prima di aprirsi a vicenda, ci si studia, si va cauti, si valutano tante cose anche in relazione al posto dove si è (e all’età che si ha). In questo segno mi piace leggerci la gioia di condividere la sua tradizione che diventa più forte di qualunque calcolo opportunistico.

Il gesto, non c’è che dire, mi ha colpita tanto e mi sono trovata a riflettere sulla gratuità di quello che facciamo.

Stavo cantando durante una prova in Ara Coeli a Roma, era il 2000, era agosto e si moriva di caldo. La chiesa era aperta ai turisti che la visitavano. Un ragazzo cinese, senza che nessuno gli desse troppa importanza, ricordo che attraversò l’orchestra, mi si avvicinò e mi allungò un ventaglio di carta, rotondo, coi disegnini delicati, proprio di quelli tipici cinesi, facendomi cenno con la mano di tenerlo e se ne andò. Ce l’ho ancora, con la data scritta dietro per non dimenticarla. Come mio marito che, da neanche un mese che ci si conosceva, nel giorno del suo compleanno fece lui un regalo a me, così, perché tutti avrebbero fatto regali a lui e lui, proprio perché era il “suo giorno” voleva fare un regalo a qualcuno (mai più successo, tranquilli).

Sì, perché i regali ormai si fanno quando si deve farli, quando l’altro se lo aspetta, quando lo scambio è quasi obbligato. Poi certo, lo vesti di gioia ugualmente perché è sempre bello fare un regalo, ma quante volte lo facciamo solo per farlo? Io troppo poche.

C’è Natale, c’è il compleanno, c’è la ricorrenza, c’è la visita speciale, c’è l’invito a pranzo: in tutti questi momenti si fa un regalo perché “si deve”, ma non così spesso lo si fa senza un motivo apparente, solo per condividere.

La parola “gratuità” diventa talvolta un contenitore verbale di buone intenzioni, ma non è facile né tanto meno comoda da mettere in pratica. Ho ritrovato un pensiero del professor Morelli, l’illustre psicologo, che per pura casualità avevo letto poco tempo fa proprio sull’argomento, dove affermava che “difficile è la connessione fra la gratuità e la gratitudine che suscita e che induce a ricambiare portando sulla scena lo scambio, che altererebbe la gratuità fino a deformarla in transazione interessata. Una distinzione in qualche modo definibile tra gratuità e scambio interessato è più difficile di quanto normalmente si pensi. Sia perché chi esprime gratuità non è mai del tutto esente da aspettative non solo di riconoscimento, ma almeno di reciprocità se non di restituzione. Sia perché chi riceve gratuità non riesce a non avvertire un bisogno di ricambiare quanto ha ricevuto.”

Un’analisi sicuramente interessante, ma qual è il limite oltre il quale si scarnifica un gesto per ridurlo a puri calcoli, seppure inconsci, dimenticando la bellezza del gesto in sé? È come se guardassi un quadro solo dal punto di vista della pennellata e della tecnica usata o ascoltassi un brano suonato solo valutandone la diteggiatura. La gratuità è condividere senza pensarci su, è quel colore in più che umanizza i rapporti, è quella visione da lontano che, da un insieme di dettagli, ne emerge il tutto. Mi piace pensare che la gratuità nasca da me e dalle mie risorse intime prima che dai miei calcoli, per arrivare ad una condivisione di gesti, di esempi, di progetti, di idee che unisce le persone in un pensiero costruttivo. Non è sentimentalismo e nemmeno casualità. La gratuità è espressione della mia libertà di mettermi in gioco per incontrare il mio vicino, anche sconosciuto. La gratuità è un modo per connetterci l’uno con l’altro, come se tutti avessimo una responsabilità sociale verso il nostro prossimo, in senso religioso come in senso laico.

“Com’è meraviglioso che nessuno abbia bisogno di aspettare un solo attimo prima di iniziare a migliorare il mondo.” (Anna Frank)

Grazie cara nuova collega, perché a tua insaputa i tuoi cioccolatini hanno migliorato il mio mondo.

(di Roberta Frameglia, 1 novembre 2019)

E tu per cosa ringrazi?

happy-thanksgiving-greetings-graphicOggi mi dicevo che con tutti i fatti angoscianti degli ultimi giorni, le nostre tradizionali abitudini sono del tutto passate in secondo piano. E forse è questa la più grande vittoria del male.

Tra qualche giorno, giovedì 26 per la precisione, gli Stati Uniti festeggeranno il Thanksgiving Day, il Giorno del Ringraziamento.

Questa festa mi è sempre piaciuta, fin da quando ho cominciato a capire che oltre il mio paesino c’era un mondo, e mi sono più volte chiesta perché mai nessuno ha pensato di istituirla anche in Italia, anzi, dappertutto. Ecco, una festa comune a tutti e in tutti i paesi. Ci penso ogni anno.

Perché il Thanksgiving Day è una festività laica, che allarga i motivi dei festeggiamenti a sentimenti e motivazioni molto ampie.

La tradizione nasce nel XVII secolo, precisamente nel 1621, quando i Padri Pellegrini, stabilitisi nell’autunno precedente nel selvaggio Nuovo Mondo, riuscirono a sopravvivere all’inverno grazie al raccolto dei prodotti locali, come patate, granturco e tacchini.

Nei secoli successivi la tradizione del Thanksgiving Day si estese a tutto il paese, fino al 1863, quando il presidente Abramo Lincoln, al termine della Guerra Civile, chiese agli americani di riunirsi l’ultimo giovedì di novembre e ringraziare, proclamandone l’istituzione ufficiale.

Per tale motivo in questo giorno gli americani si riuniscono a tavola in famiglia, rendendo grazie per tutte le benedizioni della loro vita: in primis, ovviamente la famiglia e gli amici.

Il Giorno del Ringraziamento è un momento di tradizione e condivisione, in cui i membri di una famiglia, anche se vivono lontani fra loro, si riuniscono, rigorosamente a casa di uno di loro, per ringraziare tutti insieme per ciò che possiedono. L’America si ferma in questa giornata, le famiglie si riuniscono da dovunque ognuno si trovi. In questo spirito di condivisione organizzazioni caritatevoli offrono un pasto tradizionale alle persone che ne hanno bisogno, in particolar modo ai senzatetto.

Nella maggior parte delle case si mangia lo stesso cibo che, secondo la leggenda, mangiarono i primi coloni, e che è diventato il pasto tradizionale: il tacchino, che ogni famiglia cucina secondo la propria ricetta “segreta”, è accompagnato da puré di patate, patate dolci, salsa di mirtilli, verdure e torte di zucca.

La mia domanda perciò mi si ripropone: essendo una festa laica, quindi condivisibile da tutti, perché i sentimenti promossi e ricordati in questo giorno non potrebbero essere sposati da ogni popolo, come l’accettazione reciproca, la tolleranza, le opportunità date e ricevute, la gratitudine per le benedizioni nella vita di ciascuno?  In questi giorni in cui ci si guarda con sospetto potrebbe essere la chiave di volta.

Qualcuno lo considera uno fra i momenti più ipocriti che si possano celebrare: un giorno solo non basta, si dice. Certo, ma perché non auspicarsi invece che il seme della gratitudine non si possa insinuare e mantenersi il giorno successivo, e quello dopo, e quello dopo ancora? Io lo spero.

E la storia del povero tacchino graziato? Arriva, arriva…

(di Roberta Frameglia, 22 novembre 2015)

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