Maggio e il saggio di danza

roberta 1981

“Lo Schiaccianoci”

Da quando ho ricordo maggio è sempre stato il mese dei saggi di fine anno: a scuola, alle attività pomeridiane, ai corsi extrascolastici maggio è il mese degli incastri delle prove supplementari, dell’ansia da esibizione, della corsa allo studio di quello che non è pronto. Così quando ero bambina, così adesso che sono dall’altra parte, come principale causa di tanta ansia.

Di attività pomeridiane da bambina ne ho sempre fatte parecchie, come ogni bambino che si rispetti, e ogni pomeriggio della settimana era impegnato: pianoforte, inglese, danza, catechismo, coro. C’è anche stato un vano tentativo di farmi fare nuoto, ma il corso è stato di brevissima durata e di altrettanto breve successo: nonostante le lunghe e laboriose opere di convincimento di mia mamma e dell’istruttrice a cui rimanevo avvinghiata come un koala al suo albero, al terzo incontro finalmente tutti hanno riconosciuto che non avrei mai partecipato ai mondiali di nuoto. Io l’avevo capito appena sentito il freddo dell’acqua sul piedino che si immergeva.

Del corso di danza invece ho dei ricordi bellissimi. La maestra Rossella era la nostra insegnante  e teneva dei cicli nella sala più grande dell’oratorio del mio paese, fin da subito con grande successo. Erano gli anni 80, non c’era internet, non c’era alcun tipo di forcing, la tv aveva i tre canali della Rai e forse da qualche anno si iniziava a parlare di Canale 5, c’erano i “Giochi senza frontiere”, a giugno fiorivano i tigli e profumavano tutto (mentre adesso iniziano a fine aprile…). Insomma il mondo era più lento, misurato, rilassante e… felice in un modo naturale.

La maestra Rossella era una bella signora. Magari ai tempi aveva 20 anni, ma per me bambina era una “signora”. La ricordo gentile ed elegante, ma decisa, una bella donna mora sempre col body e il tutù di rito, con un odore inconfondibile di sigaretta e profumo: la adoravamo tutte e tutte da grandi saremmo diventate come lei e avremmo fatto le ballerine.

Personalmente non avevo grandi velleità e non ho mai fatto carte false per avere parti principali: lei disponeva e decideva come una regina buona e a me andava bene. La cosa per noi più bella, mi ricordo, era poter indossare tutto il completo, calze, tutina, scarpette, di color rosa pallido che fa sempre tanto ballerina, anche se non sai neanche alzare le braccia: il rosa-ballerina era già il primo segno identificativo che eri sulla strada giusta per un futuro di successo. Mi ricordo poi quando la maestra Rossella disse a mia mamma che era arrivato il momento di comprarmi le scarpe a punta: stavo passando al livello successivo, da bambinetta a ballerina grande. Avevo 10 anni, certo che ero grande!

le galline - saggio danza 1985

“La gallina e i pulcini”, io la prima a sinistra

Il periodo che precedeva il saggio era il più articolato e c’era molta concitazione ad ogni lezione: le mamme cucivano i costumi, si compravano i trucchi e i lustrini per i capelli, si stava concretizzando il sogno di essere finalmente sul palco vero.

La prova generale era il momento che noi piccole preferivamo: finalmente potevamo vedere da vicino le ragazze grandi, quelle brave, belle, coi capelli bellissimi, truccate, che facevano lezione per ultime nel pomeriggio, che tornavano a casa da sole (in realtà anche io, che abitavo a 2 passi dalla sala dell’oratorio, ma non era lo stesso!), che parlavano solo tra loro (aspetto determinante per essere adorate da lontano), che potevano permettersi il lusso di non mettere le scarpe a punta perché il balletto che dovevano fare non le richiedeva e non per incapacità. Solitamente avevano 3-4 anni più di noi, ma a quell’ età era paragonabile ad una distanza di decenni.

Insomma le “grandi” erano i nostri miti: per un mese intero non si aspettava che di vederle, non di vederle ballare, ci bastava vederle e basta. Molto spesso poi la maestra Rossella strutturava il balletto in modo da far interagire una di loro con tutte noi piccole e quello era l’apoteosi. Ricordo esattamente quando successe che noi, in cerchio in ginocchio, dovevamo sostenere una di loro che piroettava al centro appoggiandosi sulla nostra spalla a turno: in quel momento non era importante lei, ma ognuna di noi che aveva una responsabilità enorme, per sostenerla fisicamente e psicologicamente, nonostante a dirla tutta il suo appoggio fosse solo simbolico. No, tutto dipendeva da ognuna di noi e da nessun altro.

Il momento invece che creava più tensione era il saluto finale. Il saggio si teneva al cinema dell’oratorio che all’occorrenza diventava un teatro. In quell’occasione era ovviamente straripante di genitori e parenti esaltati. Al termine delle esibizioni ogni bambina veniva presentata e a turno fra gli applausi, andava al centro del palco, faceva l’inchino e lanciava al pubblico una rosa. Il problema “rosa” a casa mia è sempre stato motivo di discussione (uno dei tanti): le mie amiche andavano dal fioraio, la sceglievano fra le più grosse e del colore che volevano, se la facevano incartare col cellophane e arrivavano tronfie con la loro magnifica e costosa rosa. Io avevo quella che mio papà aveva preso dall’ orto: in certi anni era più grossa, in altri più striminzita (dipendeva dal tempo e dall’ acqua dei giorni prima), il colore era sempre rosa perché quelle erano state piantate, il gambo era avvolto col domopak. La mia faccia era sempre la stessa e la filippica di mio papà idem: la tua è più vera, non è pompata da serra, il colore è naturale ecc ecc. Sai che mi importava, secondo me era da poveri, io volevo il cellophane come i ricchi e soprattutto sapevo io come le altre bambine mi guardavano, con la loro meravigliosa e grassa rosa finta.

Passato quel momento, per i giorni successivi si riviveva dei lustrini di quella sera (che fra l’altro ti ritrovavi ancora dappertutto), e presto dimenticavi gli errori, le dimenticanze, le scivolate: avevi vissuto una serata da Hollywood e questo era il sogno avverato.

Credo di aver passato così una decina di maggio, finché la musica non mi ha costretta ad una scelta definitiva. Non avrei avuto alcun futuro come ballerina, come nessuna di noi, ma ricordo che tutte ci si metteva lo stesso impegno come se lo potessimo diventare.

Non c’è anno che non ricordi quei saggi di danza e non ripensi alla mia meravigliosa maestra Rossella.

(di Roberta Frameglia, 27 maggio 2018)

dalla maestra rossella , danza. 29.5.2018

PS. Qualche giorno dopo un’amica mi dice di aver fatto leggere l’articolo alla maestra di suo figlio, che scopro essere proprio la mia Maestra Rossella. Questa la sua risposta:

 

 

 

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L’Haka e tutti gli altri

Oggi mi chiedevo: cosa penseranno in quel momento gli avversari?

Sto parlando degli avversari dei Neo Zelandesi che devono sorbirsi linguacce, urla e minacce prima delle partite di rugby.

Le mie conoscenze riguardo al rugby sono: 1. ci sono i fratelli Bergamasco, 2. l’Haka, 3. Castrogiovanni mi fa un po’ paura. Basta.

Ma la finale storica del 31 ottobre fra la Nuova Zelanda e l’Australia non la si poteva perdere. Soprattutto dopo aver visto, proprio prima della finale, un servizio in tv che ne presentava, con verità e poesia, i motivi che avrebbero fatto di questo evento L’Evento. (Anche se conosciamo già il risultato vi invito a guardarlo).

Naturalmente ciò che mi ha colpito subito sono stati gli inni nazionali: God Defend New Zealand (“Dio difenda la Nuova Zelanda”) e Advance Australia Fair (“Promuovere l’Australia con giustizia”).

Entrambi gli stati, appartenenti al Commonwealth britannico, riconoscono nel sovrano d’Inghilterra il proprio sovrano e di conseguenza l’Inno nazionale inglese God save the Queen (“Dio salvi la Regina”) è considerato l’inno nazionale per eccellenza. Nel 1977, però, sia la Nuova Zelanda che l’Australia adottarono un proprio inno nazionale declassando il God Save the Queen a inno reale, suonato solo in presenza del Sovrano, qualche membro della famiglia reale o in commemorazioni particolari, spesso legate alla Prima o Seconda Guerra Mondiale.

E perché allora non cantare l’Inno inglese, vista la presenza del Principe Harry del Galles? Magari era lì in veste prettamente di tifoso e non di Reale d’Inghilterra, oppure semplicemente nelle occasioni sportive predomina il senso patriottico della nazione slegata dagli accordi economico-politici. Tutte supposizioni che sono motivo sempre di grande interesse e discussioni in classe con i miei studenti, quando si parla degli Inni Nazionali.

Il momento clou dell’argomento però riguarda le digressioni che faccio trattando l’Inno della Champions League e soprattutto l’Haka.

Wikipedia inglese sa dare una descrizione minuziosa di questa danza coreografica, che, come scrive Armstrong, “is a composition played by many instruments. Hands, feet, legs, body, voice, tongue, and eyes all play their part in blending together to convey in their fullness the challenge, welcome, exultation, defiance or contempt.” (è una composizione suonata da molti strumenti. Mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua e occhi tutti giocano la loro parte nel portare insieme a compimento la sfida, il benvenuto, l’esultanza, o il disprezzo contenuti nelle parole). Quindi rimando alla suddetta pagina per dettagli precisi (vedi).

Quello che colpisce me è la forza espressiva che questi atleti producono in quel momento e che trovo impressionante, caricati da colui che li incita, scelto fra i giocatori di sangue maori più anziani. “Batti le mani contro le cosce! Sbuffa col petto! Pesta i piedi più forte che puoi! E’ la morte! E’ la vita! Ancora uno scalino! Un altro fino in alto!…Alzati!”

Questo rituale delle tribù maori segue diverse versioni a seconda dell’occasione e gli All Blacks, la squadra di rugby neo zelandese, ha iniziato a farne uso nel 1905 a scopo intimidatorio dopo l’inno nazionale.

Il momento in cui la banda militare, che ha appena suonato gli inni, si sposta ordinata verso il bordo campo, e i giocatori si posizionano a punta di freccia, credo sia uno dei momenti più carichi di pathos di tutta la partita. Quando poi ogni muscolo inizia a vibrare arrivi perfino a trattenere il fiato.

Ciò che non tutti sanno è che altre squadre di rugby, tutte degli arcipelaghi dell’Oceania (Isole Tonga, Isole Samoa, Isole Fiji), propongono danze simili. Il massimo accade quando si scontrano fra loro.

La mia domanda iniziale però rimane: chissà cosa pensano in quel momento gli avversari.

(di Roberta Frameglia, 4 novembre 2015)

Cosa lascia l’arte? I Momix

I momixOggi mi chiedevo: cosa ci lascia uno spettacolo, un concerto, un’opera d’arte?

L’altra sera finalmente ho visto i Momix.

Erano anni che volevo farlo e l’occasione del tour per il 35esimo (vedi) ha sbaragliato tutte le scuse e ogni impegno. Le notizie su di loro si sprecano e sinceramente, oltre a quello che già sapevo, non ho voluto aggiungere altro di nuovo per prepararmi. Di solito sono precisina e prima di un recital mi documento e studio, prima di visitare una città della guida leggo anche la presentazione a pag. 3 che non legge nessuno, per non parlare di un’opera lirica… Ma per i Momix ho deciso di lasciarmi stupire: in fondo non è quello che vuole Pendleton, stupire? Quindi mi sono goduta uno spettacolo di cui non sapevo niente fisicamente a bocca aperta, facendomi avviluppare dalle luci, avvolgere dai suoni, rapire dai movimenti.

Devo dire che è stato uno spettacolo nel suo complesso “facile”, nel senso che ad ogni movimento corrispondeva un suono, ad ogni salto un beat, ad ogni scena un’ idea quasi sempre chiara. Non è stato uno di quegli spettacoli di arte contemporanea per pochi, dove un filo conduttore, se c’è, è solo nella testa del coreografo e tu ammiri impotente solo la grandezza dell’anatomia umana (d’accordo, riconosco la mia ignoranza e poca propensione verso la sperimentazione contemporanea estrema, ma sic est).

Nei Momix la connessione movimento-pulsazione è “giusta”, come inconsciamente te l’aspetti, e con le luci sei portato dentro ad un ragionamento lineare (se le gonne sono indossate in un certo modo, le ballerine iniziano a danzare flamenco e allora colleghi che le gonne te l’avevano anticipato, ecc ecc). Ma niente di scontato, anzi! Rimani affascinato e rapito, come se quello che guardi ti leggesse dentro e tu leggessi dentro di lui. Meraviglioso.

Il giorno dopo, come faccio sempre, ci ho ripensato (la precisina): ho ripensato ad alcune scene, a quello che mi aveva colpito di più, a com’ero stata bene, ma la corsa quotidiana mi ha poi distratta. Allora mi sono chiesta: cosa mi ha lasciato davvero? è stato solo un attimo sfumato nell’economia della mia vita o mi ha dato qualcosa di permanente? L’arte in generale ci segna in qualche modo o ci dà solo sensazioni effimere?

E’ naturale che le affinità elettive fra me, musicista, e qualunque espressione d’arte siano forti, mentre per altri gli stimoli potrebbero essere di minore intensità. Ma credo che sia proprio per questo motivo che l’arte attira: perché permette di stimolare un’area specifica con cui probabilmente non avremmo troppo contatto, ci dà la possibilità di affrontare certi sentimenti che altrimenti rimarrebbero sopiti. Nel frattempo, guardando un’opera d’arte ragioniamo, cerchiamo nessi, motivi, relazioni e ci costruiamo un nostro pensiero al riguardo. E tutto questo ci aiuta ad acquisire strumenti ed affinarli per affrontare la quotidianità, affettivamente e razionalmente.

E comunque battere le mani a tempo su un concerto brandeburghese di Bach come se stessi osannando Bruce Springsteen, non mi era ancora mai capitato!

(di Roberta Frameglia, 13 giugno 2015)

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