Un soprano fra i veterinari

kurt 24 aprile2012 (1)

Oggi sorridevo nel leggere un divertente articolo sulle cosiddette WAGS (wives and girlfriends), le mogli e fidanzate degli sportivi professionisti, quelle che tifano sugli spalti degli stadi, nei palazzetti, che fanno shopping insieme per passare il tempo mentre i compagni si allenano. “La dura vita dell wags”, la chiamano. Perché non sanno cosa significa essere la moglie di un medico veterinario.

Perché aver sposato un medico veterinario significa:

  1. che non puoi guardare un qualunque animale e dire che è brutto: per lui avrà sempre “un suo perché”;
  2. che lui non si gira a guardare una donna che passa, lo fa solo se passa un cane o un gatto, anche se siete nel bel mezzo della litigata più storica;
  3. che tutti i pesci che ti mostrerà sulle riviste o sulle enciclopedie non avranno quei colori meravigliosi che vedi, perché saranno così solo nel momento dell’accoppiamento, proprio quando in quell’unico giorno voi sarete fuori casa. Ma per lui rimangono i più belli del mondo. Per te grigi, tutti grigi;
  4. che i tuoi sei (SEI) acquari in casa non saranno mai sufficienti e ne servirà sempre un altro: come nursery, per il pesce aggressivo, per il pesce in quarantena…;
  5. che mentre tu guardi la tv, lui guarda il suo acquario e nel momento clou ti dirà “guarda! ha le uova in bocca!”;
  6. che quel pesciolino tanto carino e soprattutto colorato che punterai tu in negozio, non andrà bene, perché “aggressivo/timido/da acqua fredda/calda, delicato ecc ecc.” E prenderà l’ennesimo pesce grigio;
  7. che ci saranno momenti in cui si immergerà in infinite telefonate in cui parlerà solo in latino o altre in cui elencherà solo casi tremendi, precisamente dettagliati;
  8. che i casi più complicati sistematicamente saranno da risolvere mentre siete in vacanza all’estero. A casa per settimane solo vaccinazioni e controlli;
  9. che i suoi racconti ad occhi sgranati che terminano con “ma ti rendi conto”, riferendosi ad un proprietario di un paziente o ad un collega, non devono intaccare la tua autostima di solida professionista: annuisci concentrandoti sul tuo Strauss più complicato, pensando che se hai sconfitto quello puoi anche fingere di aver capito il motivo del suo sgomento;
  10. che in qualunque momento, a tavola, sul tram, entrando a teatro, potrà ricevere una telefonata in cui chiederà se l’ha fatta e com’era;
  11. che i tuoi momenti di autismo, in cui entri nel trip di un ritmo particolare o in un’armonizzazione che non quadra, sono uguali ai suoi quando calcola la quantità del farmaco per il peso e poi cerca di farlo capire al proprietario al telefono;
  12. che ci sono associazioni,forum, gruppi, amici di, blog su ogni specie animale, e più il nome è assurdo, più sono frequentati;
  13. che a Natale gli auguri non saranno dalla zia o dall’amico, ma “dalla mamma di Pepe”, “Luisa, Filippo e Ciuffi”, “Vulcano e Sberla”…;
  14. che non potrai mai ammettere che non sai la differenza fra topo e ratto, polpo e polipo e dove sono ‘sti benedetti laghi Malawi e Tanganica;
  15. che sentirai, anche prima che esca dall’ascensore, che ha visitato un furetto…
  16. che potrai vedere da vicino le specie selvatiche più improbabili e magari assistere alla loro liberazione, ed essere commossa vedendo sorridere chi le sta liberando…

(di Roberta Frameglia, 2 febbraio 2016)

 

La Fuga del gatto. Parte prima

Otto

Otto

Oggi mi chiedevo: chissà se i gatti dei cantanti lirici della storia hanno sopportato senza ribellarsi i vocalizzi dei proprietari.

Ho due gatti, Claus e Otto (Facebook: Claus il gatto e Otto). Uno obeso e tonto, l’altro smilzo e teppista. Da anni fanno parte della famiglia. La convivenza è serena, con marachelle e coccole nella norma, tranne quando studio: il loro udito ipersensibile non sopporta il volume dei miei vocalizzi e del canto lirico in genere. Col suono del pianoforte non hanno problemi, con accenni a mezza voce nemmeno, ma con gli “urli” scappano. Un’evoluzione nel tempo in realtà c’è stata: mentre Claus da piccolo, il primo arrivato, fuggiva terrorizzato al primo “mimimi”, ora hanno entrambi imparato ad anticipare quello che succede, solo vedendo lo spostamento del leggio in centro alla stanza: non fanno una piega, scendono dal divano rassegnati e molli e si spostano flemmatici verso un’altra camera senza neanche guardarmi, mentre la Gina, la tartaruga, fa capolino fuori dall’ acqua e mi osserva cantare tutto il tempo (la superiorità del genere…).

Felix, Silvestro, Tom, Garfield, lo Stregatto, il Gatto con gli stivali, Simon’s Cat, Romeo e “gli Aristogatti” fino ad arrivare alla Pantera Rosa, a Diego dell’”Era glaciale” e al Re Leone: tanti sono i felini entrati nell’immaginario collettivo fin dalla nostra infanzia, per non parlare dei gatti della letteratura (Eliot, Bulgakov, Capote, Neville, Carroll, Lewis, Poe, Twain…) e ancor più dell’arte (Goya, Manet, Renoir, Picasso, Kahlo…), e milioni sono le foto di personaggi noti ripresi col loro amico in braccio (vedi), ma non ho notizie rilevanti di gatti di cantanti lirici della storia.

Compositori che abbiano dedicato pezzi ai felini però ne conosco molti.

  • CARLO FARINA (ca1600- 1639), IL GATTO da il Capriccio stravagante per 2 violini, 3 viole, tiorba e clavicembalo (1627). un susseguirsi di ritornelli a mo’ di canzone o di danza, dove Farina mischia ogni sorta d’imitazioni fantastiche: animali, altri strumenti (tremolo d’organo, piffero, tamburo, chitarra), ricerca d’effetti sonori strani. E un gatto. (Vedi)
  • ADRIANO BANCHIERI (1568-1634), CONTRAPPUNTO BESTIALE ALLA MENTE a cinque voci (1608). Sopra un austero basso d’armonia su testo latino, un cucco, un chiù (civetta), un gatto e un cane improvvisano (“alla mente”) uno spiritoso contrappunto, parodia della severa tradizione franco-fiamminga. Ecco il testo: “Fa la la … Nobili spettatori, udrete hor hora quattro belli humori, un cane, un gatto, un cucco, un chiù per spasso, far contrappunto a mente sopra un basso. Fa la la la …Nulla fides gobbis, similiter est zoppis. Si squerzus bonus est, super annalia scribe”. (Vedi)
  • DOMENICO SCARLATTI (1685-1757), FUGA DEL GATTO, sonata K. 30 in sol minore, per clavicembalo (1739). Il titolo è stato introdotto solo all’inizio del XIX secolo e, pertanto, non è mai stato usato dal compositore. La leggenda vuole che Scarlatti abbia creato questo pezzo grazie al suo gatto Pulcinella, il quale, in una passeggiata sulla tastiera, produce un motivo casuale interessante, subito scritto dal compositore, che ne sviluppa poi un intero pezzo. (Vedi)
  • HEINRICH IGNAZ FRANZ BIBER (1644-1704), DIE KATZ dalla Sonata representativa, in La maggiore, per violino e b.c. (1669). Brevissimi quadretti illustrano i versi di alcuni animali separandoli con altrettanto brevi passaggi. Il lavoro inizia con un’introduzione (Allegro) e si conclude con una marcia e un tempo di allemanda. Allegro – Usignolo – Cuculo – Rana – Gallo e galline – Quaglia – Gatto – Marcia dei moschettieri – Allemanda. (Vedi, da 5’42”)
  • GIOACHINO ROSSINI (1792-1868), DUETTO BUFFO DI DUE GATTI per due soprani (1825). Il componimento è solitamente attribuito a Gioachino Rossini, ma non è stato scritto direttamente dall’autore pesarese: si tratta infatti di un brano composito, basato su musiche in gran parte di Rossini (tratte dall’Otello, del 1816), ma anche di altri autori. Ad assemblare il tutto, con qualche probabilità, pensa il compositore inglese Robert Lucas de Pearsall, firmatosi con lo pseudonimo di “G. Berthold”. Il testo del duetto consiste interamente nella ripetizione della parola miau. (Vedi)
  • MAURICE RAVEL (1875-1937), LE CHAT E LA CHATTE da L’Enfant et les Sortilèges, per baritono e mezzo soprano (1919-1925). Opera in due parti, composta in collaborazione con la scrittrice francese Colette, capolavoro di orchestrazione,  viene spesso eseguita in forma di concerto. Una storia immaginifica con animali e oggetti parlanti.(Vedi)
  • SERGEJ PROKOFIEV (1891-1953), IL GATTO ne Pierino e il lupo (1936). Musica e testo sono ad opera interamente del compositore. Per l’esecuzione occorrono la voce di un narratore e di un’orchestra. La figura del gatto è affidata al clarinetto, che ne sottolinea i movimenti tipici: lenti, guardinghi, sornioni o scattanti. (Vedi)

Continua…

(di Roberta Frameglia, 3 luglio 2015)

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