Non DI speranza, ma CON speranza. Ricordando Monsignor Tettamanzi

tettamanzi, sant'ambrogio

Basilica di Sant’Ambrogio (MI), 2011

“La SSoliSSta”: così mi salutava sempre da lontano con la mano a ciao e la sua esse inconfondibile, il Cardinale Tettamanzi. E’ il ricordo di lui che mi fa più sorridere e commuovere allo stesso tempo. Mai una volta, dico mai, da quando mi ha messa a fuoco, ha dimenticato di salutarmi passando. Non mi sento prediletta, lui era così: il Duomo, o qualunque chiesa dove avesse appena celebrato, chiudeva anche un’ora intera dopo, perché lui doveva salutare tutti, chiunque andasse a parlargli, nessuno escluso. Questo principalmente ha sempre colpito di lui: era un parroco che alla fine della messa controlla che i suoi parrocchiani stiano tutti bene, uno per uno.

E’ uno scritto questo diverso dagli altri miei pensieri del blog, è un ricordo semplice ma pieno di affetto per una persona a cui sono sempre stata molto legata e che, per la sua affabilità, è entrato nelle simpatie di tantissima gente, da Ancona a Genova, dove è stato arcivescovo dal 1989 al 2002, fino a quando è arrivato a Milano nel 2002, che segna anche l’inizio del mio impegno in Duomo.

Conservo tanti ricordi personali e altrettante confidenze di amici che gli sono stati vicini, e in tutte traspare la sua semplicità, generosità, il suo essere grato e riconoscente a chi gli era vicino.

Al suo arrivo il paragone col predecessore, il Cardinale Martini, è stato inevitabile: coscienza critica della società, Tettamanzi, della Chiesa, Martini (da un’intervista a Mons. Giudici del 2012), ma a nessuno dei due probabilmente sarebbe piaciuta una tale definizione.

Era l’arcivescovo della gente, piccolino ma “vivo”, sempre sorridente, si spendeva con gioia e carità, con un’espressione rotonda e gentile che raggiungeva tutti.

Nel mio Cantemus (Cantemus Domini, libro dei canti di rito ambrosiano), custodisco dal 2006 due frasi che mi hanno colpito dal suo discorso al Convegno ecclesiale a Verona (fra tutti i suoi discorsi, proprio quello, non so perché): “E’ meglio essere credente senza dirlo che proclamarlo senza esserlo”, riprendendo Sant’ Ignazio di Antiochia, e “Non bisogna parlare “di” speranza, ma “con” speranza”. Ecco, credo che la sua vita sia stata spesa proprio con la semplicità di chi “fa” senza atteggiarsi, di chi vive “con” speranza. Non avrà riscosso successo fra gli alti teologi, ma gli sguardi della gente li ha conquistati tutti e le mani di tanti le ha strette con verità.

Era il “mio” vescovo. Ho ricordi di Mons. Amari, vescovo di Verona quando ero piccola, del Cardinale Martini di riflesso, di altri molto vagamente, ma Mons. Tettamanzi l’ho vissuto fin dal suo arrivo a Milano, quando anche io ho iniziato le mie collaborazioni con la Curia, e poi l’ho seguito anche in molti dei suoi spostamenti, e come per tanti è stato Giovanni Paolo II, per me Tettamanzi era quasi “uno di famiglia”.

Fra i molti ricordi fotografici che ho con lui durante le celebrazioni in Duomo, a Roma e altrove, a due sono particolarmente legata.

La prima, in copertina, è in Sant’ Ambrogio a Milano, durante la celebrazione per la Giornata per la Vita Consacrata, nel 2011. Lui, appassionato musicista, seguiva con attenzione le esecuzioni musicali e non mancava di commentarle con discrezione privatamente.

dumenza tettamanzi stucchi 2015

Dumenza (VA), luglio 2015

La seconda risale al 2015, l’ultima volta che lo salutai personalmente. Era l’anniversario dell’ insediamento della Comunità benedettina Ss. Trinità a Dumenza (VA), che seguo per la vocalità da anni e con cui lui ha mantenuto sempre legami di amicizia e affetto. Già affaticato dall’ età e dalla malattia, non ha mancato di celebrare con spirito e tenacia, caratteristiche che non l’hanno mai abbandonato fino alla fine. Nella foto lo vediamo con Mons. Stucchi e la Comunità intera in festa.

Grazie di tanto, Monsignore, saremo in molti a ricordarla con affetto. Lei continui a vegliare su tutti noi, ma sulla sua Milano in particolare.

(di Roberta Frameglia, 5 agosto 2017)

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La Lady Gaga del corno alpino: Eliana Burki

eliana burkiOggi mi chiedevo… beh in realtà, guardando per la prima volta un corno delle Alpi, mi sono chiesta un mucchio di cose.

Partiamo dall’inizio. Ieri, 26 settembre, in P.zza Duomo, si sono radunati 420 suonatori di Corni delle Alpi, accompagnati da sbandieratori, tamburini e portatori di alabarde, al motto “Corni alpini invece di alabarde”, per ricordare, in occasione di Expo 2015, i tre anniversari della Svizzera: 500 anni di neutralità (battaglia di Marignano, 1515), 200 anni di pace con il mondo (Congresso di Vienna, 1815) e l’inaugurazione della più lunga galleria ferroviaria del mondo (Gottardo, 2016). (vedi il servizio sulla Tv Svizzera).

L’esibizione, notizia confermata proprio dalle autorità presenti, è entrata nel Guinness dei primati: è stata la prima volta che un numero così elevato di suonatori di corni delle Alpi si esibisce al di fuori dei confini nazionali. Il concerto è iniziato con l’andante dell’ouverture del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini e col noto “ti-tu-ta” che è anche il famoso clacson a tre suoni degli autopostali svizzeri, per poi presentare, fra gli altri, due brani appositamente composti per l’occasione, dal titolo “San Gottardo” e “Marignano”.

Naturalmente le domande e i dubbi nel guardare quegli strumenti e nell’ascoltare il loro suono sono stati continui: di cos’è fatto? Come si smonta? È pesante? È faticoso suonarlo? Come si suona? Com’è accordato? Che possibilità ha? Ci sarà un virtuoso del corno alpino, il Lang Lang del corno, la Lady Gaga delle Alpi?

Devo dire che sono rimasta molto affascinata dal suono di questo strumento, che, confesso, avevo visto in televisione solo nelle pubblicità delle Alpenliebe o del cioccolato con quella povera mucca viola. Le mie ricerche, perciò, una volta a casa, sono iniziate.

L’Alphorn, com’è il vero nome del corno alpino, fu documentato per la prima volta a metà del XVI secolo e nasce come strumento dei pastori che richiamavano le mucche alle stalle per la mungitura, o come mezzo di segnalazione e comunicazione fra le malghe delle Alpi e spesso era suonato anche come preghiera serale. Nel corso dei secoli il suo utilizzo diminuì sempre di più. Solo durante il Romanticismo e con la ripresa del folklore e del turismo, il corno delle Alpi ha vissuto una rinascita, diventando persino simbolo nazionale.

Sebbene l’uso e la tecnica per suonare i corni delle Alpi siano ripetutamente cambiati tra il XVI e il XX secolo, la forma di questo strumento non è, sostanzialmente, cambiata. Il corno delle Alpi è tutt’oggi un lungo tubo conico curvato all’estremità come il corno di una mucca, in legno di conifere solide, come il larice, l’abete rosso o il pino (oggi), senza fori né chiavi, appoggiato ad un sostegno incollato alla base della campana e smontabile in più pezzi per il trasporto. corni delle alpi

La tonalità dello strumento dipende dalla sua lunghezza, che può variare dai 2,45 ai 4,13 metri. Nonostante il notevole sviluppo di suono, essendo un corno naturale, esso può emettere un limitato numero di note, ossia i soli armonici, che fra l’altro non corrispondono esattamente alle note presenti nella scala cromatica familiare del temperamento occidentale. Il corno delle Alpi è uno strumento piuttosto difficile da suonare, più per l’intonazione che per il fiato richiesto. I musicisti considerano che questo strumento in legno faccia parte per lo più alla famiglia degli ottoni, perché per suonarlo occorre la stessa tecnica. Nel suo timbro inconfondibile, tuttavia, il corno delle Alpi combina la pienezza di un ottone con la morbidezza di uno strumento a fiato in legno.

E ora arriviamo al clou delle mie ricerche: ebbene sì, esiste la Lady Gaga dell’ Alphorn e si chiama Eliana Burki!

Dopo studi accademici di canto e pianoforte, si dedica allo strumento che suona da quando aveva 6 anni e negli anni ne spinge le possibilità tecniche fino al jazz, al blues e al pop. La sua bravura la porta anche ad eseguire brani sinfonici classici (guarda) per Alphorn e orchestra (il più noto è la “Sinfonia Pastorella” per Alphorn e archi in Sol maggiore di Leopold Mozart). Nei suoi video traspare una completezza di qualità musicali molto interessante.

Oltre al suo lavoro di musicista, poi, Eliana Burki lavora in un ospedale per bambini a Davos, nel Canton Grigioni, in un progetto benefico di musicoterapia. Con le lezioni di Alphorn aiuta i bambini che soffrono di fibrosi cistica, poiché la tecnica di respirazione usata per suonare ha effetti benefici sia sotto l’aspetto fisico che mentale.

Che spettacolo la creatività umana e che bella scoperta la Burki e l’Alphorn!

(di Roberta Frameglia, 27 settembre 2015)

Un soprano in Duomo

Carlo Canella (Verona 1800 - Milano 1879) Il Duomo di Milano e la corsia dei Servi, 1865. Olio su tela. Gallerie d'Italia, Milano.
Carlo Canella (Verona 1800 – Milano 1879)
Il Duomo di Milano e la corsia dei Servi, 1865. Olio su tela. Gallerie d’Italia, Milano.

Oggi qualcuno mi ha detto: “ma anche la tua professione in Duomo avrà qualche lato folkloristico.” Qualche? In alcuni momenti la mia professione è puro folklore!

L’inizio delle mie collaborazioni canore con la Curia di Milano risale al 2002, precisamente al passaggio fra il Cardinal Martini e il Cardinal Tettamanzi. Ho sfocati ricordi di quelle prime celebrazioni, ma chiara ho in mente la tensione che provavo, in realtà più per il luogo che mi sovrastava mastodontico che per il lavoro in sé. Da allora gli impegni alternano presenze costanti alle messe domenicali in Duomo a spostamenti in altre Chiese di Milano o altrove a seconda delle necessità, sempre come cantore (soprano) solista. E la tensione è decisamente sparita.

Naturalmente la mia è una posizione privilegiata, non solo per il tipo di impegno, ma proprio fisicamente perché ho la possibilità di vedere bene tutto: sono sopraelevata e di fronte a tutti. Con i pro e i contro del caso, perché come vedo tutto e tutti io, altrettanto tutti vedono benissimo me. E anche qui con i pro e i contro del caso.  Sui “tipi da Duomo” però tornerò prossimamente in un articolo apposta, perché ora mi concentrerò sul folklore che mi riguarda direttamente da anni, altrettanto divertente.

Nonostante non ci si pensi subito, in Duomo non ci sono solo turisti, ma un notevole gruppo di fedeli…fedeli: ad ogni messa, come in una normale parrocchia, le prime file, e non solo, sono occupate sempre dalle stesse persone, non necessariamente abitanti nelle vicinanze, ma anche habitué per scelta. Questo per dire che se mi sentono tossire fra un canto e l’altro, in delegazione a fine messa mi arrivano a chiedere come sto, e se non arrivano subito dopo, arriveranno la domenica successiva per chiedermi se sto meglio. Qualcuno, più ardito, ha individuato mio marito e fermato per sapere come stessi. Per non parlare dei miei fans più noti, uomini e di età media 80 anni, che:

  • a Natale e a Pasqua mi portano torrone, caramelle o cioccolato, passando le transenne con la frase “ho un appuntamento con Roberta”;
  • scrivono canti per me e vorrebbero che li cantassi a messa, quella che sta per iniziare…;
  • in un gruppo di conoscenti che sto salutando, si intrufolano salutando ognuno con tanto di stretta di mano, presentandosi come “l’amico di Roberta”.

Ma il clou riguarda i commenti sulla mia voce o sul mio canto, come:

  • la signora che arriva a fine messa complimentandosi e chiedendomi: “sono arrivata in ritardo, quando stava cantando l’alleluia, ed era così bella, ma non l’ho sentita tutta: me la può ricantare?”;
  • la coppia di spagnoli, marito e moglie di mezza età, che entusiasti, in spagnolo, si dilungano in dettagliati complimenti per la mia voce e concludono con un fantastico: “canta meglio di Raffaella Carrà!”;
  • il “tenore” che mi ferma, libretto dei canti alla mano, per dirmi che, per la gente, è meglio se respiro qui e non lì, perché anche lui è corista in parrocchia e queste cose le sa;
  • il prete di passaggio, concelebrante, che dandomi la comunione, non mi dice “corpo di Cristo”, ma “te, che bella voce che hai!” e io, in automatico, “Amen!”;
  • la signora, commossa, che mi avvicina per dirmi “brava, che meraviglia, ho pianto tanto…”;
  • l’altra che, ciclicamente, mi chiede quando canto “l’Ave Maria dei matrimoni”;
  • quella che mi chiede se ho studiato canto e, navigata, conclude dicendo “ah, l’avevo capito io”.

Presto i “tipi da Duomo”.

(di Roberta Frameglia, 23 giugno 2015)

Quanto ci ascoltiamo? Il Mosè in Duomo

Oggi mi chiedevo: ma noi ci ascoltiamo? L’un l’altro intendo.

Ieri sera ho assistito al Mosè di Gioachino Rossini rappresentato nel Duomo di Milano (vedi). Un’impresa a mio avviso mastodontica. Non tanto per l’opera in sé, ma per il luogo.

Il melodramma sacro del 1829, nella terza versione, o quarta come scrive Quazzolo (vedi), è in corso di rappresentazione a Milano (in tutto 4 serate), in occasione delle numerose iniziative per l’Expo. In forma semiscenica e in un Duomo trasfigurato da luci, video e immagini proiettate sulle navate e sulle colonne, abbiamo assistito ad un’impresa che ha del miracoloso: gestire, per l’esecuzione di un’opera lirica, la difficile acustica e il riverbero che le navate imprigionano per infiniti secondi (a chiesa vuota possono arrivare anche a 15). Naturalmente non è questo il focus del progetto, ma, oltre alla forza della storia biblica, le affascinanti tecnologie visive e soprattutto lui, il Mosè per eccellenza: Ruggero Raimondi. Le sue esibizioni sono ormai sempre più rare, e poterne apprezzare ancora i legati pastosi e la presenza scenica di grande caratura (quando alza in alto il bastone, come nei film epici che ricordiamo tutti, hai quasi un sussulto), ti fa riconoscere di avere di fronte la storia.

Sul resto, cantanti, direttore, orchestra e coro, non mi esprimo: non sono un critico, grazie al cielo, per capacità e interesse. Naturalmente mi sono fatta una mia idea, ma la ritengo personale e sicuramente non degna di futuri aforismi.

Quello che trovo sempre interessante invece è il dopo spettacolo. Al termine, ancora sull’eco degli applausi, non si perde tempo e ci si chiede vicendevolmente “allora, che ne pensi, ti è piaciuto?”. Il problema sta nella risposta. Hai tempo un nano secondo per dire la tua, meglio se sì o no che facciamo prima, perché dall’altra parte scatta all’istante la necessità vitale di esprimere la propria opinione. Tu non sei ovviamente soddisfatto, perché lo stesso desiderio ce l’hai anche tu, allora i casi sono due: o ti imponi e interrompi chi hai davanti piazzando lì paroloni come “simultaneità dei 6/8 e i 3/4” o “i soliti stereotipi posturali” (entrambi sentiti personalmente nella stessa frase), o cambi interlocutore e ricominci il giochino.

Abbiamo avuto 1 ora, 2 ore, 4 ore per farci un’idea dettagliata sullo spettacolo, ma non abbiamo alcun interesse a metterla a confronto: dobbiamo esprimerla assolutamente, vuoi nel migliore dei casi per focalizzarla meglio a noi stessi, vuoi per un innato e umanissimo egocentrismo. Ma così è un’occasione persa, perché mentre a me del Mosè in Duomo ha colpito l’impianto d’amplificazione, ai canonici i pannelli dietro l’altare e a mio marito i costumi della Squarciapino e confrontarci sulle reciproche considerazioni e magari conoscenze sarebbe interessante. Ma non c’è tempo: “Si è fatto tardi. Alla prossima allora, buon rientro”. Ci penso ogni volta.

Non dimenticherò mai quel nipote che zittì la nonna, una signora deliziosa che, persa in ricordi di uno splendido Del Monaco in piena carriera, teneva in pugno la conversazione, più per rispetto all’età che per effettivo interesse degli ascoltatori, dicendo: “Nonna, torniamo a quello che abbiamo appena visto, che Del Monaco è morto e fra poco anche tu”.

Ps. Per una rilettura approfondita dello spettacolo, vi invito a leggere qui.

(di Roberta Frameglia, 16 giugno 2015)

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