Cosa lascia l’arte? I Momix

I momixOggi mi chiedevo: cosa ci lascia uno spettacolo, un concerto, un’opera d’arte?

L’altra sera finalmente ho visto i Momix.

Erano anni che volevo farlo e l’occasione del tour per il 35esimo (vedi) ha sbaragliato tutte le scuse e ogni impegno. Le notizie su di loro si sprecano e sinceramente, oltre a quello che già sapevo, non ho voluto aggiungere altro di nuovo per prepararmi. Di solito sono precisina e prima di un recital mi documento e studio, prima di visitare una città della guida leggo anche la presentazione a pag. 3 che non legge nessuno, per non parlare di un’opera lirica… Ma per i Momix ho deciso di lasciarmi stupire: in fondo non è quello che vuole Pendleton, stupire? Quindi mi sono goduta uno spettacolo di cui non sapevo niente fisicamente a bocca aperta, facendomi avviluppare dalle luci, avvolgere dai suoni, rapire dai movimenti.

Devo dire che è stato uno spettacolo nel suo complesso “facile”, nel senso che ad ogni movimento corrispondeva un suono, ad ogni salto un beat, ad ogni scena un’ idea quasi sempre chiara. Non è stato uno di quegli spettacoli di arte contemporanea per pochi, dove un filo conduttore, se c’è, è solo nella testa del coreografo e tu ammiri impotente solo la grandezza dell’anatomia umana (d’accordo, riconosco la mia ignoranza e poca propensione verso la sperimentazione contemporanea estrema, ma sic est).

Nei Momix la connessione movimento-pulsazione è “giusta”, come inconsciamente te l’aspetti, e con le luci sei portato dentro ad un ragionamento lineare (se le gonne sono indossate in un certo modo, le ballerine iniziano a danzare flamenco e allora colleghi che le gonne te l’avevano anticipato, ecc ecc). Ma niente di scontato, anzi! Rimani affascinato e rapito, come se quello che guardi ti leggesse dentro e tu leggessi dentro di lui. Meraviglioso.

Il giorno dopo, come faccio sempre, ci ho ripensato (la precisina): ho ripensato ad alcune scene, a quello che mi aveva colpito di più, a com’ero stata bene, ma la corsa quotidiana mi ha poi distratta. Allora mi sono chiesta: cosa mi ha lasciato davvero? è stato solo un attimo sfumato nell’economia della mia vita o mi ha dato qualcosa di permanente? L’arte in generale ci segna in qualche modo o ci dà solo sensazioni effimere?

E’ naturale che le affinità elettive fra me, musicista, e qualunque espressione d’arte siano forti, mentre per altri gli stimoli potrebbero essere di minore intensità. Ma credo che sia proprio per questo motivo che l’arte attira: perché permette di stimolare un’area specifica con cui probabilmente non avremmo troppo contatto, ci dà la possibilità di affrontare certi sentimenti che altrimenti rimarrebbero sopiti. Nel frattempo, guardando un’opera d’arte ragioniamo, cerchiamo nessi, motivi, relazioni e ci costruiamo un nostro pensiero al riguardo. E tutto questo ci aiuta ad acquisire strumenti ed affinarli per affrontare la quotidianità, affettivamente e razionalmente.

E comunque battere le mani a tempo su un concerto brandeburghese di Bach come se stessi osannando Bruce Springsteen, non mi era ancora mai capitato!

(di Roberta Frameglia, 13 giugno 2015)

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