Una veneta fra i sardi. Parte seconda

…continua.

Oltre all’impotenza di fronte alla proposta di farmi provare il vestito tradizionale sardo, non sono mai riuscita a sottrarmi alla richiesta di mia suocera di accompagnarla alle messe tradizionali. In realtà a tutto questo non ho mai posto molta resistenza, anzi, sono grata a tutti di come mi hanno sempre amorevolmente coinvolta e accolta nelle loro tradizioni.

Due sono le occasioni che ricordo con più affetto: la prima è la messa per l’Assunta a Siniscola, con la statua della Madonna portata in processione e le mille strofe di “Deus te salvet Maria”, cantate a cappella da tutta la chiesa, con le due o tre condottiere della prima fila, rigorosamente con la gonna nera plissettata e la voce da vero contralto/baritono, che anche senza microfono e dalla chiesa avrebbero potuto guidare la processione fino al mare.

La seconda una messa a Tamarispa con un gruppo di tenores che animavano la celebrazione. Il cantu a tenore, considerato dall’UNESCO “Patrimonio intangibile dell’Umanità” data la sua unicità e la sua bellezza, mi ha sempre affascinato e confesso che in quell’occasione la mia partecipazione di credente alla messa è stata marginale, presa com’ero, per la prima volta, a capire dove mettesse la voce su bassu. Il fascino di quelle armonie tipiche, apparentemente monotone e oggettivamente gutturali, mi lascia ogni volta imbambolata: non importa come facciano a vibrare le corde vocali, l’importante è che perpetuino una tradizione che rappresenta, secondo i racconti, le voci della natura, con il solo strumento che l’uomo ha in sé da sempre (ascolta un esempio).

Tornando all’accoglienza sarda, indubbiamente tutti sanno che è proverbiale e figurarsi se diventi della famiglia. Ricordo una cugina, mai vista prima, che mi prese per mano dicendomi: “Ròbbe, vieni che ti mostro il resto della casa”. Ma quando mai un milanese non solo ti prende per mano, ma ti sfiora proprio? Esagero, lo so, ma quel gesto mi colpì molto, così spontaneo e solare.

L’accoglienza sarda però mi segnò molto anche in un’altra occasione, che da tragica si rivelò comica.

Era morto uno zio di mio marito, anziano e malato da tempo, dell’entroterra più remoto e con cui le diverse famiglie non avevano rapporti frequenti, un po’ per dissapori passati, un po’ per la lontananza. Il povero zio muore proprio mentre noi siamo in Sardegna in vacanza. Dopo un primo momento di dubbi, decidiamo di andare al funerale (diciamo che l’intervento da Milano della suocera ha molto inciso…). Mio marito non metteva piede in quel paese dall’infanzia o poco dopo. Naturalmente partivamo con le migliori intenzioni: ci mettiamo dietro, non ci facciamo notare troppo, tanto comunque non ci conosce nessuno (io no di certo, magari mio marito, ma l’ultima volta era piccolo perciò nessuno l’avrebbe riconosciuto), e, finita la celebrazione, subito a casa senza passare dal cimitero.

Morale: alla fine della messa, con il povero zio ancora all’altare, tutta la parte posteriore della chiesa si gira a salutarci e a baciarci e a farci festa, immaginando chi fossimo (vista la somiglianza di mio marito col padre), e, visto che eravamo i parenti venuti apposta (apposta!) da Milano, avevamo diritto ad accompagnare la zia vedova. Quindi con la zia in macchina, la nostra, dall’avere i dubbi se andare o meno, eravamo diventati la prima macchina dietro al carro funebre, protesi solo a consolare la zia che invece dalla macchina salutava, regale, i parenti sulla strada.

La parte ancora più tragicomica arriva ora: la bara, riaperta, del povero zio, viene posta all’interno della cappella del cimitero e tradizione vuole che tutti i parenti (almeno 2 paesi completi), passino a fare le condoglianze ai parenti più prossimi e poi al defunto. La successione era diventata: la vedova, mio marito, io, il defunto. Non so quanti baci, buffetti e mani sudate mi sono sorbita, con mio marito che ogni tanto mi sussurrava di uscire, io che potevo, mentre a fatica entrambi frenavamo il riso. Penso che Villaggio in versione Fantozzi, sapendolo, si inchinerebbe.

Sempre con sincera gratitudine e grande affetto.

(di Roberta Frameglia, 28 giugno 2015)

E io nannerello!

Oggi mi chiedevo: ma come vive uno stonato?

Mio marito quando siamo in macchina non vuole che nannerelli. E’ più forte di lui: mi guarda di sbieco senza neanche girare la testa mentre guida e basta questo perché io percepisca una completa disapprovazione. E tocca smettere, sbuffo ma smetto.

Com’è più forte di me farlo. Lo faccio da sempre, da quando mi sono rassegnata al fatto che la mia memoria è a suo piacere selettiva: ricordo nomi, cose e città, profumi e balocchi, i 7 nani anche al contrario e con un po’ di concentrazione potrei anche elencare i figli di Bach…ma non i testi delle canzoni. Quelli mai!

E’ sempre stato così. Dalle infinite strofe di certi Lieder (comprensibile) a canzoni tipo “Azzurro” (giuro, non la so). Finché sono le arie del ‘700 col da capo e le variazioni, mi diverto anche e agganci mentali li trovo facilmente, ma quando si tratta di strofe uguali e ritornelli diventa una tragedia: invento le frasi, il senso compiuto sparisce, finché mi blocco e assumo un’espressione fra l’atterrito e il completamente perso.

E allora nannerello. Non canticchio, che vorrebbe dire produrre qualche suono avvicinabile a parole comprensibili, né fischietto, sconveniente per una signora, ma nannerello. E sono pure brava! Il mio na-na-na riproduce perfettamente la melodia, poi i controcanti, le percussioni e pure i ponti armonici.

Al mio compagno (di viaggio) però questo non va: “o canti bene o mi lasci ascoltare”.

Non fa una piega: ci ridiamo su e alla canzone successiva riattacco convinta. La mia autostima non viene intaccata, sono una cantante e sono in grado di decidere come usare la mia voce e di certo mio marito non lo mette in dubbio, anzi si diverte apposta a prendermi in giro.

Ogni volta però faccio una riflessione: io non ho mai subito frasi del genere, ma quante volte ho sentito dire “no, io non canto perché sono stonato”, “per carità che non canti, perché ha una voce terribile”, “ha tutte le più belle qualità, tranne il senso del ritmo”. Personalmente sono convinta che ognuno di noi abbia almeno una dote da coltivare e con la quale realizzarsi e non è detto che sia proprio la musicalità, ma reprimere l’espressione vocale di qualcuno è sempre triste.

Mi capita spesso di suggerire ai genitori dei miei alunni di cantare con loro e di farli cantare, di ascoltare musica o suoni e provare a seguirne il ritmo: stonati o intonati, aggraziati o goffi è importante provarci e, se possibile, provarci insieme. E’ naturale che non si sia in grado di fare qualcosa se non lo si fa mai. Possibile che alla fine si scopra che quel qualcosa non piace proprio, ma precludersi in partenza o precludere a qualcuno la possibilità di sperimentarsi è sempre un peccato. E lavorare con la voce permette sempre di scoprire qualcosa di sé.

Quindi voi rappate, vocalizzate o urlate, che io nannerello!

(di Roberta Frameglia, 10 giugno 2015)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: