Magna ‘na menta e te passa tuto

20170728_154318aHo sempre amato la menta. Tutto quello che odorava di balsamico mi è sempre piaciuto. E’ rassicurante, come quando mia mamma mi diceva “magna ‘na menta e te passa tuto”, riferendosi alla nausea, alla fame, alla sete, al singhiozzo, alla stanchezza, a tutto: per mia mamma la menta poteva essere il rimedio per tutto. E in parte credo fosse vero, dal momento che a partire da lei, sia mia nonna fino a mia suocera potevano non avere soldi nella borsetta, ma di sicuro avevano almeno 5 caramelle alla menta di quelle lunghe e verdi, dai nomi inquietanti (“gelo menta”, “ghiaccio menta”, “menta fredda”), che ti durano in bocca per giorni e puoi solo far cenni con la testa, perché parlare è impossibile.

Anche nella mia di borsetta una scatoletta di mentine (ine) c’è sempre, ma quello che amo di più della menta è quando si sposa col latte: un bicchiere di latte con un dito e mezzo di sciroppo di menta e una foglia di menta fresca dentro da masticare alla fine ed è subito estate! E’rinfrescante, dissetante e rilassante. Un bicchiere di latte e menta è rilassante! Non è allegro come un mojito, trendy e giovane, da locale sui Navigli o sul lungomare abbronzati.

20170728_154634aUn bicchiere di latte e menta è da balcone, mentre tieni sulle gambe un libro e attorno c’è silenzio perché i vicini sono già in vacanza, i gatti dormono e le cicale sono lontane; è da tavolo in cucina, con le finestre aperte mentre lavori al computer con della musica da camera di Villa Lobos; è da giardino dopo che sei tornato dalla spiaggia, quando percepisci come avvolgente la tua pelle dopo il sole e la doccia.

In realtà tutto quello che sa di menta mi piace: dagli infusi ai the, caldi in inverno e ghiacciati d’estate, dalle creme balsamiche per le contratture o per i raffreddori.

zuppa-gallureseLa prima volta invece che ho gustato veramente la menta in cucina è stato al primo pranzo dai miei suoceri, sardi, con la zuppa gallurese. Nella nostra tradizione culinaria veneta la menta si usa molto meno che in quella sarda e avere di fronte un primo piatto fatto di pane, formaggio e menta era una novità assoluta.

La zuppa gallurese, definito piatto dei poveri, ma presente oggi anche nei migliori ristoranti sardi, è un piatto che rappresenta benissimo il carattere dei sardi: c’è il pane, la peretta di formaggio, il brodo di carne e la menta, tutti ingredienti sinceri, senza fronzoli, veri, “sudati”, come sono i sardi.

La teglia intera era portata a tavola con solennità veloce (perché arrivava direttamente dal forno ancora bollente) e lì si facevano le parti: enorme per mio suocero e per mio marito, discreta per mia suocera, e minima per me, per discrezione (tanto sapevano che facevo sempre il bis), mentre una teglietta rimaneva nel forno spento, pronta per darcela da portare a casa.

Non ricordo festa, pranzo o cena invernale o estiva in Sardegna in cui non ci fosse la zuppa, compresi gli immancabili paragoni fra le cuoche (tutte parenti e tutte cuoche eccezionali), che si schermivano l’un l’altra (eh, io non la faccio così buona – ma come, tu la fai più buona di tutte perché usi il pecorino di zio – invece a te viene meglio perché usi il brodo di pecora…), mentre tutte erano d’accordo che quella al ristorante “non è di casa”.

“La menta implica freschezza, fiducia e valori tradizionali”, dicono e io ne sono assolutamente convinta.

(di Roberta Frameglia, 28 luglio 2017)

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Una veneta fra i sardi. Parte seconda

…continua.

Oltre all’impotenza di fronte alla proposta di farmi provare il vestito tradizionale sardo, non sono mai riuscita a sottrarmi alla richiesta di mia suocera di accompagnarla alle messe tradizionali. In realtà a tutto questo non ho mai posto molta resistenza, anzi, sono grata a tutti di come mi hanno sempre amorevolmente coinvolta e accolta nelle loro tradizioni.

Due sono le occasioni che ricordo con più affetto: la prima è la messa per l’Assunta a Siniscola, con la statua della Madonna portata in processione e le mille strofe di “Deus te salvet Maria”, cantate a cappella da tutta la chiesa, con le due o tre condottiere della prima fila, rigorosamente con la gonna nera plissettata e la voce da vero contralto/baritono, che anche senza microfono e dalla chiesa avrebbero potuto guidare la processione fino al mare.

La seconda una messa a Tamarispa con un gruppo di tenores che animavano la celebrazione. Il cantu a tenore, considerato dall’UNESCO “Patrimonio intangibile dell’Umanità” data la sua unicità e la sua bellezza, mi ha sempre affascinato e confesso che in quell’occasione la mia partecipazione di credente alla messa è stata marginale, presa com’ero, per la prima volta, a capire dove mettesse la voce su bassu. Il fascino di quelle armonie tipiche, apparentemente monotone e oggettivamente gutturali, mi lascia ogni volta imbambolata: non importa come facciano a vibrare le corde vocali, l’importante è che perpetuino una tradizione che rappresenta, secondo i racconti, le voci della natura, con il solo strumento che l’uomo ha in sé da sempre (ascolta un esempio).

Tornando all’accoglienza sarda, indubbiamente tutti sanno che è proverbiale e figurarsi se diventi della famiglia. Ricordo una cugina, mai vista prima, che mi prese per mano dicendomi: “Ròbbe, vieni che ti mostro il resto della casa”. Ma quando mai un milanese non solo ti prende per mano, ma ti sfiora proprio? Esagero, lo so, ma quel gesto mi colpì molto, così spontaneo e solare.

L’accoglienza sarda però mi segnò molto anche in un’altra occasione, che da tragica si rivelò comica.

Era morto uno zio di mio marito, anziano e malato da tempo, dell’entroterra più remoto e con cui le diverse famiglie non avevano rapporti frequenti, un po’ per dissapori passati, un po’ per la lontananza. Il povero zio muore proprio mentre noi siamo in Sardegna in vacanza. Dopo un primo momento di dubbi, decidiamo di andare al funerale (diciamo che l’intervento da Milano della suocera ha molto inciso…). Mio marito non metteva piede in quel paese dall’infanzia o poco dopo. Naturalmente partivamo con le migliori intenzioni: ci mettiamo dietro, non ci facciamo notare troppo, tanto comunque non ci conosce nessuno (io no di certo, magari mio marito, ma l’ultima volta era piccolo perciò nessuno l’avrebbe riconosciuto), e, finita la celebrazione, subito a casa senza passare dal cimitero.

Morale: alla fine della messa, con il povero zio ancora all’altare, tutta la parte posteriore della chiesa si gira a salutarci e a baciarci e a farci festa, immaginando chi fossimo (vista la somiglianza di mio marito col padre), e, visto che eravamo i parenti venuti apposta (apposta!) da Milano, avevamo diritto ad accompagnare la zia vedova. Quindi con la zia in macchina, la nostra, dall’avere i dubbi se andare o meno, eravamo diventati la prima macchina dietro al carro funebre, protesi solo a consolare la zia che invece dalla macchina salutava, regale, i parenti sulla strada.

La parte ancora più tragicomica arriva ora: la bara, riaperta, del povero zio, viene posta all’interno della cappella del cimitero e tradizione vuole che tutti i parenti (almeno 2 paesi completi), passino a fare le condoglianze ai parenti più prossimi e poi al defunto. La successione era diventata: la vedova, mio marito, io, il defunto. Non so quanti baci, buffetti e mani sudate mi sono sorbita, con mio marito che ogni tanto mi sussurrava di uscire, io che potevo, mentre a fatica entrambi frenavamo il riso. Penso che Villaggio in versione Fantozzi, sapendolo, si inchinerebbe.

Sempre con sincera gratitudine e grande affetto.

(di Roberta Frameglia, 28 giugno 2015)

Una veneta fra i sardi. Parte prima

Tamarispa (OT), agosto 2004

Tamarispa (OT), agosto 2004

Oggi mi chiedevo: come può un veneto, che pialla ogni consonante, sopravvivere ai sardi che raddoppierebbero, potendo, anche le vocali? Non lo so ancora, ma se ci riesco io, felice da 13 anni, assicuro che è possibile. Padela VS otttobbre

Si sa che una delle mete preferite per le vacanze è la Sardegna. Avendo sposato un sardo, la mia seconda famiglia è quindi sarda, perciò la Sardegna a cui io sono legata non è quella turistica, ma quella dell’entroterra, quella verace, con le sue tradizioni più radicate e le curiosità più particolari.

Il primo incontro con questi due aspetti risale a prima del matrimonio, quando, per presentarmi in un colpo solo a tutta la famiglia (via il dente, via il dolore), sono stata portata ad uno dei momenti più attesi dell’anno: la tosatura delle pecore. Era la prima settimana di giugno e in un capannone enorme in mezzo al niente, c’erano almeno 100 persone, tutte imparentate
fra loro (ed era la parte della famiglia più stretta, perché lì, di imparentati, sono paesi interi), prese chi dalla tosa, chi a preparare i tavoloni per il pranzo, chi a cucinare, chi a studiare me.

La tosatura era affidata agli zii più forzuti, dei quali mi incantava la decisa manualità e la velocità, mentre nel frattempo, in enormi pentoloni, cuoceva la pecora per il pranzo, nel retro della casa, con la supervisione di uno zio anziano, guardato da altri zii anziani (quella di guardare dev’essere un’ attività soddisfacente, visto l’analogo successo nei cantieri in città).

Di quel pranzo ricordo la parlata in dialetto velocissima, il mio piatto mai vuoto che neanche mia mamma nei suoi momenti migliori…, con tutte le parti della pecora, bollita o arrosto e i litri di quel loro vino quasi nero e del mirto ghiacciato. Alla fine uno zio, baciandomi, mi ha detto: “Ròbbe, ci vediamo alla festa in piazza sabato”. Prova superata.

La parte religiosa/superstiziosa è molto radicata in Sardegna e in più occasioni sono stata anch’io coinvolta in pratiche “scaccia male”. La prima al nostro matrimonio, celebrato ad Assisi, ma festeggiato successivamente anche in Sardegna, con tanto di vestito e mega pranzo: all’entrata al ristorante mi sono vista rompere davanti dei piatti da alcune zie energiche e convinte, contenenti caramelle, pasta, riso e monete, e ricevere piccoli sputi (simbolici) da tutte, sempre con finalità scaccia male e come buon augurio. Il problema è che non ero stata avvisata, quindi le foto della mia faccia in quell’attimo sono memorabili.

L’altro momento è stato quando mi hanno fatto le parole di Sant’Antonio. Fra fede e superstizione in Sardegna il confine è precario, ma conoscendo la buona fede (è il caso di dirlo) della zia che me le ha fatte, mi sono affidata. Fare le parole di Sant’Antonio ha un’origine antichissima, che si tramanda di madre in figlia e che richiede una fede e una convinzione non indifferenti. Serve ad allontanare il malocchio (inteso come l’invidia che la gente prova verso di te) e/o a chiedere seri responsi.

Essere l’oggetto delle parole di Sant’Antonio è stato toccante: dopo un paio di minuti di preghiere (presumo, dal nome, a Sant’Antonio) pronunciate in silenzio e forte concentrazione, la zia ha preso un piatto, l’ha riempito con dell’acqua e continuando a pregare e facendo ininterrottamente il segno della croce (a lei, a me e all’acqua), con un coltello intinto nell’olio, ve l’ha fatto gocciolare dentro. Se le gocce versate avessero formato degli occhi definiti senza aprirsi ed espandersi, quella sarebbe stata l’entità grave del malocchio. Confesso che più che l’occhio nel piatto ero io tutta occhi, commossa per quanta serietà nel fare tutto questo e incredula allo stesso tempo.

Continua…

(di Roberta Frameglia, 28 giugno 2015)

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